Cultura

L’Italia fa parte dei paesi meno attraenti per i cervelli stranieri

Secondo l’analisi degli ultimi “Erc starting grants”, l’Italia non risulta attrattiva nei confronti dei ricercatori stranieri.

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Di Orsola Riva per “Corriere della sera

Contrordine, compagni! Se la fuga dei cervelli dall’Italia è la rappresentazione plastica di un sistema della ricerca che fa acqua da tutte le parti (sia per la scarsità di fondi – 1,3 per cento del Pil contro una media europea del 2 per cento – sia per l’opacità del sistema dei concorsi), quello che oggi rischia di condannarci definitivamente a una posizione di marginalità rispetto ai nostri concorrenti europei non è solo l’incapacità di tenerci stretti i talenti che abbiamo formato ma soprattutto la mancanza totale di attrattività degli atenei e dei centri di ricerca italiani per i ricercatori stranieri. Questo almeno è quanto risulta dall’analisi degli ultimi Erc starting grants, le borse europee per giovani ricercatori assegnate ogni anno dal Consiglio Europeo delle ricerche.

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Come sempre, anche in questa tornata, siamo in buona posizione quanto a numero di ricercatori che riescono ad aggiudicarsi una borsa: terzi, a parimerito con l’Olanda, dietro Germania e Francia ma davanti al Regno Unito. Parliamo di 22 ricercatori italiani, contro i 49 tedeschi e i 39 francesi. Ma restiamo drammaticamente indietro come sistema Paese.

Laboratori italiani poco attraenti
Le borse europee aggiudicate agli atenei italiani sono solo 10, contro le 61 della Germania, le 59 del Regno Unito (che pure non primeggia quanto a ricercatori made in Britain), le 46 della Francia e le 29 dell’Olanda (con cui pure condividiamo lo stesso numero di talenti fatti in casa).
Di questi 10, 8 sono italiani e solo due sono stranieri.

Il mercato internazionale del capitale umano
In questa pessima performance pesano, eccome, i 14 ricercatori con passaporto italiano che condurranno le proprie ricerche nel laboratorio di un altro Paese. Ma, come sottolinea la rivista online Roars, influisce negativamente anche la nostra cronica incapacità di attrarre cervelli da fuori.

Germania e Regno Unito, i due grandi poli d’attrazione
Negli altri Paesi, infatti, la ricerca procede anche grazie al contributo essenziale di studiosi provenienti da fuori. Dei 61 grants che si sono aggiudicati i tedeschi, più della metà sono in capo a cervelli d’importazione. La Francia è appena un po’ più sciovinista (25 talenti tricolori su 46). Per non parlare del Regno Unito che attrae molti più scienziati di quanti ne fabbrichi: la proporzione è addirittura di due a uno! Anche se con la Brexit le cose potrebbero ora cambiare in peggio per la ricerca inglese.

Le polemiche italiane
Gli Erc Starting Grants rappresentano il primo gradino della carriera scientifica: seguono i “Consolidator Grants” (finiti al centro di una accesa polemica alcuni mesi fa dopo che il ministro Stefania Giannini si era congratulata con i 30 vincitori italiani, più della metà dei quali però costretti a far le valigie) e gli “Advanced Grants” (anche in questo caso, i nostri ricercatori sono fra quelli che ottengono più finanziamenti ma poi li vanno a spendere in qualche università straniera, mentre dei 19 grants “consumati” in Italia solo uno è andato a un ricercatore straniero: il demografo norvegese Arnnstein Aasve dell’università Bocconi).

Dalla chemioterapia ai flussi migratori
Quest’ultima tornata di Erc grants, del valore complessivo di 485 milioni, è stata spalmata su 325 progetti di ricerca. Ognuno dei vincitori avrà diritto a un finanziamento fino a 1,5 milioni per portare a termine il proprio progetto. Suddivise in tre macro-aree (scienze della vita, fisica e ingegneria, scienze sociali e umanistiche), le borse di studio approfondiranno un ampio spettro di temi. Si va dal miglioramento dell’efficacia della chemioterapia nel trattamento dei tumori allo sviluppo di nuovi modi di produzione sostenibile di carburante a idrogeno, fino alle leggi di cittadinanza e alla gestione dei flussi migratori.

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