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L'Italia oltre i luoghi comuni

Piazze italiane, quel salotto all’aperto che ci somiglia

Piazze italiane – piazza di un piccolo borgo con case in pietra

Piazze italiane, luoghi che appartengono a una città e che, in qualche modo, appartengono a tutti. Cambiano forma, colore, architettura e dialetto, ma conservano qualcosa di familiare. Basta attraversarne una per avere la sensazione di conoscere già un po’ quel posto.

Perché la piazza, in Italia, non è soltanto uno spazio tra gli edifici. È un modo di stare insieme.

Piazze italiane, luoghi da vivere

La mattina arrivano i primi rumori: le serrande dei bar che si alzano, le sedie sistemate fuori, qualcuno che beve il caffè in piedi e qualcun altro che ha già voglia di parlare. Passa chi va al lavoro, chi porta a spasso il cane, chi compra il giornale e chi, semplicemente, non ha nessuna fretta.

Poi la piazza cambia.

A mezzogiorno si svuota un poco, nel pomeriggio rallenta e verso sera torna a riempirsi. Arrivano i bambini, gli anziani sulle panchine, gli amici che si incontrano per un aperitivo, le famiglie che passeggiano. E nelle sere d’estate può bastare qualche tavolino all’aperto perché sembri improvvisamente di essere tutti un po’ in vacanza.

È forse questa la particolarità delle piazze italiane: non hanno un solo orario e non hanno un solo pubblico. Appartengono a tutti.

Piazze italiane – Piazza del Campo a Siena
Piazza del Campo, Siena – Foto: Monica Rondoni / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

Da Siena a Lecce, passando per i piccoli borghi

Naturalmente ci sono piazze diventate immagini dell’Italia nel mondo.

C’è Piazza del Campo a Siena, con la sua forma inconfondibile e il Palio che due volte l’anno la trasforma nel centro di una passione antichissima. C’è Piazza Maggiore a Bologna, circondata da edifici che raccontano secoli di storia e ancora oggi attraversata ogni giorno da studenti, famiglie, cittadini e turisti.

C’è Piazza del Duomo a Lecce, dove la pietra chiara sembra cambiare colore con la luce. E c’è Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, elegante e armoniosa, con il travertino che al tramonto restituisce riflessi sorprendenti.

Ma forse le piazze che ricordiamo con maggiore affetto non sono sempre quelle famose.

Sono quelle del paese dei nonni. La piazza dove da bambini compravamo il gelato. Quella dove aspettavamo gli amici senza bisogno di mandarci un messaggio perché, prima o poi, sapevamo che sarebbero arrivati.

La piazza della festa patronale, delle luminarie, del mercato settimanale. Quella dove qualcuno sa sempre chi si è sposato, chi è tornato dalle vacanze e chi ha aperto un nuovo negozio.

Piccoli mondi dove, nel bene e nel male, nessuno rimane completamente sconosciuto.

 

Piazze italiane – Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno
Piazza del Popolo, Ascoli-Piceno – Foto: Imamerrante it / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

Quel tavolino che diventa un osservatorio sul mondo

C’è poi un gesto profondamente italiano: sedersi al tavolino di un bar affacciato sulla piazza e guardare.

Guardare chi passa non significa necessariamente essere curiosi. È partecipare alla vita senza dover fare nulla.

Un caffè può durare cinque minuti oppure mezz’ora. Un incontro casuale può trasformarsi in una conversazione. Si saluta qualcuno da lontano, ci si sposta per fare posto a un conoscente, si commenta il caldo, il calcio, la politica o semplicemente la giornata.

La piazza permette ancora una cosa che nelle nostre vite sempre più veloci rischiamo di dimenticare: stare senza avere necessariamente qualcosa da fare.

E non è poco.

Quando si vive lontano, la piazza manca

Forse ce ne accorgiamo soprattutto quando lasciamo l’Italia.

Non perché all’estero non esistano piazze bellissime. Naturalmente esistono. Ma chi ha vissuto a lungo lontano dal proprio Paese conosce quella strana nostalgia per certi gesti quotidiani che, quando eravamo in Italia, davamo per scontati.

La passeggiata dopo cena. Il bar con i tavolini fuori. Le voci che arrivano dalle finestre. I bambini che corrono mentre i genitori continuano a parlare. Il signore seduto sempre sulla stessa panchina. Il rumore delle tazzine.

Non si sente nostalgia soltanto dei monumenti o dei paesaggi. A volte si sente nostalgia di un modo di occupare lo spazio insieme agli altri.

Ed è allora che si capisce che una piazza non è fatta soltanto di pietra.

Un pezzo d’Italia che continua a resistere

Le nostre città stanno cambiando. Cambiano i negozi, cambiano le abitudini e una parte sempre maggiore della nostra vita passa attraverso uno schermo. Anche per incontrarci, spesso, dobbiamo prima scriverci.

Eppure la piazza resiste.

Continuiamo a dire “ci vediamo in piazza”. Continuiamo ad andarci per una festa, un concerto, un mercato, una manifestazione. Continuiamo a scegliere un tavolino e a osservare la gente passare.

Forse perché abbiamo ancora bisogno di luoghi nei quali non sia necessario essere invitati.

La piazza italiana è proprio questo: una grande stanza senza porta, dove si può entrare senza bussare e dove, almeno per qualche minuto, si torna a far parte di qualcosa.

Ed è forse per questo che, quando torniamo in Italia dopo essere stati lontani, capita una cosa curiosa.

Lasciamo la valigia, usciamo di casa e quasi senza pensarci prendiamo la strada che porta verso il centro.

Lo sapevi?
La parola “piazza” deriva dal latino platea, termine che indicava uno spazio ampio e aperto. In Italia, però, la piazza è diventata molto più di un elemento urbanistico: è luogo d’incontro, di scambio, di festa e di vita quotidiana.

 Verso la piazza

Aty Lenzo


Le piazze raccontano molto di noi, ma sono tanti i luoghi, i gesti e le abitudini che parlano del nostro modo di essere italiani. Scoprili nella rubrica Società de L’altraitalia.

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