Cultura

Maeci, Miur e Mipaaf insieme per valorizzare la cucina italiana all’estero

Non solo i grandi chef italiani ma ora anche tre ministeri si prodigano per far sì che la cucina di qualità italiana venga valorizzata nel mondo.

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Di Giangi Cretti per “La Rivista

Ne siamo consapevoli. Non foss’altro per l’universale sincero riconoscimento. Di riflesso ce ne beiamo e gustosamente ne godiamo. Tanto ci basta. O meglio, ci bastava. Da qualche tempo – oltre che da pretesto per inflazionate trasmissione televisive nazional popolari – ne facciamo un vessillo dell’internazionalizzazione, con tanto di imprimatur istituzionale. La cucina – va da sé nella sua accezione gastronomica che ce la rende edibile (e non in quella che la confina nello spazio edile) – come invidiato propulsore della promozione virtuosa, godibile e gustosa del nostro Paese. Nulla di nuovo. Nel senso che non si tratta di un’improvvisa quanto casuale scoperta, tanto meno di una felice intuizione dell’ultima ora.
Nel corso di decenni – talvolta camuffando, sotto le mentite spoglie di nobili intenti, interessi privati persino di natura elettorali – in molti ci hanno provato: ad imbrigliarla, addomesticarla, assoggettarla a questa o quella certificazione. Che si sono ricorse e cannibalizzate, rivendicando primati che puntualmente sfumavano, non appena i nobili intenti perdevano il supporto degli interessi privati. D’altronde è noto, il proliferare di certificazioni, va da sé di qualità, sortisce lo stesso effetto che l’abuso del significante ha sulla parola: ne stempera, svuotandolo, il significato.
Questa volta, potrebbe (l’esperienza induce al condizionale) non essere così. In gioco – oltre a grandi chef che di loro ci mettono (non solo in tv) la faccia – si son messi tre ministeri: Maeci, Miur e Mipaaf. Che hanno siglato una strategia di sistema (parola, questa, talmente spudoratamente abusata da generare fastidiosi dubbi) che prevede un programma di eventi, manifestazioni e attività, in particolare formative, per l’internazionalizzazione di un settore strategico dell’economia italiana e non solo. Tra esse, la ‘Settimana della cucina italiana nel mondo’. (Che, ne siamo certi, riscuoterà più successo della sua omologa dedicata alla lingua).
In perfetta sintonia con le parole del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, sottoscriviamo: “la cucina italiana è parte fondamentale della nostra identità e cultura, uno degli elementi che oggi più concorrono a diffondere l’immagine dell’Italia nel mondo”. L’obiettivo è “coniugare sempre più questa potente e capillare diffusione con la qualità” e proporre un’esperienza che comunichi tradizione, territori, creatività e sapienza artigianale, e sia insieme “traino della filiera industriale italiana”.
Nelle intenzioni, palesemente ottime, vuol essere un modo per proseguire e dare corpo alla riflessione avviata e condotta con Expo Milano 2015, dando seguito concretamente alla promozione di un settore centrale per il made in Italy, che veicola i punti forti dell’immagine dell’Italia nel mondo: l’importanza e la preziosità della tradizione, la creatività che emerge nella sua reinterpretazione e la qualità dei prodotti agroalimentari, quanto più legati al territorio tanto più riconosciuti nella loro unicità.
Nessuno lo può contestare (chi lo facesse si macchierebbe del vergognoso reato di leso palato): le nostre cucina regionali, tessere che compongono il variegato mosaico della nostra cucina nazionale, sono espressione di eccellenza. E questo basterebbe ad ampiamente giustificare la scelta di investire sulla nostra cucina per promuovere anche l’immagine del nostro Paese nel mondo. Se a questo aggiungiamo che un terzo della spesa complessiva degli italiani e degli stranieri in vacanza in Italia è destinato ai piaceri della tavola, allora diventano evidenti anche i ritorni d’immagine. È certo: valorizzare la nostra gastronomia all’estero contribuisce a migliorare e a consolidare la reputazione del nostro Paese fuori dai patri confini. La perplessità, fa capolino, ogni qualvolta – come abbiamo anticipato in un inciso precedente – gli obiettivi, lodevoli sulla carta, vengono perseguiti in una logica di sistema, coinvolgendo numerosi soggetti, tra loro, non solo pletorici ma, talvolta, in colpevole e penalizzante competizione.
Il riferimento non va ai tre ministeri: nel caso specifico, hanno competenze precise ben delineate, ma a quei soggetti che sui territori operano in assenza di coordinamento e, come detto, non sempre dentro i perimetri della leale concorrenza. È quanto succede, laddove l’ICE e le Camere di Commercio Italiane all’Estero – diverse per natura giuridica e potenza finanziaria, ma, in teoria, accomunate dalla comune missione di promuovere il Paese all’estero – non agiscono di concerto naturalmente penalizzando l’efficacia della loro azione. Le responsabilità, in questo come in molti altri casi, vengono rimpallate: un modo sicuro per perdere delle opportunità, o comunque di non coglierne a pieno le potenzialità. Ma questo è un altro discorso. Che riprenderemo. Magari, in occasione della prima edizione della ‘Settimana della cucina italiana in Svizzera.

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