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L'Italia oltre i luoghi comuni

Un piatto di pasta è cultura quanto un museo?

Cultura italiana tra cucina, tradizioni e patrimonio artistico

Cultura italiana significa Michelangelo e Pompei, Dante e gli Uffizi. Ma significa anche una ricetta tramandata in famiglia, un paesaggio di ulivi, il pane preparato secondo una tradizione antica o un piatto che, appena ne sentiamo il profumo, ci riporta in un luogo preciso.

È davvero cultura anche questa?

Una recente indagine dell’Osservatorio sulle esperienze culturali in Italia, realizzata da Impresa Cultura Italia-Confcommercio con SWG, suggerisce che per molti italiani la risposta sia sì. Quando viene chiesto quali siano gli elementi maggiormente associati all’identità culturale del Paese, cucina ed enogastronomia vengono indicate dal 65% degli intervistati. Seguono paesaggio e natura con il 50%, patrimonio archeologico con il 49%, arte e artisti con il 32% e moda e design con il 24%.

Un risultato che non ridimensiona il valore dell’arte o dei monumenti. Piuttosto, racconta quanto sia diventato più ampio il nostro modo di intendere la cultura.

La cultura non abita soltanto nei musei

Per molto tempo abbiamo associato quasi automaticamente la parola cultura ai libri, all’arte, alla musica, al teatro e ai grandi monumenti.

Sono naturalmente ancora elementi fondamentali. Ma i confini sembrano essersi allargati.

Nell’indagine, musei e siti storici rimangono tra le esperienze maggiormente percepite come culturali. Accanto a loro, però, compaiono parchi naturali, conferenze scientifiche, mostre immersive, laboratori creativi ed esperienze enogastronomiche.

È una trasformazione interessante perché ci porta a guardare la cultura non soltanto come qualcosa da osservare, ma anche come qualcosa da vivere.

Se una ricetta racconta una storia

Prendiamo un piatto apparentemente semplicissimo.

Una focaccia non nasce nello stesso modo in Liguria e in Puglia. I culurgiones non potrebbero raccontare un luogo diverso dalla Sardegna. La torta al testo porta con sé l’Umbria già nel nome dello strumento sul quale veniva tradizionalmente cotta.

Gli ingredienti cambiano perché cambiano il clima, il territorio e ciò che un tempo era disponibile. Le tecniche cambiano perché ogni comunità ha trovato soluzioni proprie. Persino il modo di chiudere una pasta, tagliare un pane o conservare un alimento può diventare un segno di appartenenza.

Dietro una ricetta, insomma, possono esserci geografia, economia, storia e memoria.

Ed è per questo che la cucina può diventare patrimonio culturale.

La memoria passa anche dalla tavola

C’è poi una dimensione che difficilmente può essere misurata con i numeri.

Molte ricette italiane sono sopravvissute non perché qualcuno le abbia scritte, ma perché qualcuno le ha mostrate a qualcun altro.

Una nonna a una nipote. Un padre a un figlio. Una famiglia a quella successiva.

Quante volte abbiamo sentito dire: «Mia madre la faceva così»?

In quella frase apparentemente insignificante c’è una delle forme più antiche di trasmissione culturale.

Non viene conservata in una teca e non possiede un cartellino con una data. Eppure attraversa le generazioni.

Il paesaggio entra nel piatto

Il secondo dato dell’indagine è altrettanto significativo: il 50% associa l’identità culturale italiana al paesaggio e alla natura.

Cucina e paesaggio, in realtà, sono molto più vicini di quanto possa sembrare.

I vigneti hanno disegnato intere colline. Gli uliveti caratterizzano territori che riconosciamo immediatamente. Campi, pascoli, agrumeti e terrazzamenti sono il risultato di secoli di rapporto tra l’uomo e l’ambiente.

E ciò che vediamo nel paesaggio finisce spesso sulla tavola.

Il territorio produce gli ingredienti e gli ingredienti contribuiscono a creare le tradizioni. È un circolo che nel caso dell’Italia ha generato una straordinaria varietà culturale prima ancora che gastronomica.

Quando si vive lontano dall’Italia

C’è infine un aspetto particolarmente interessante per chi osserva l’Italia dall’estero.

Per milioni di italiani emigrati nel corso del Novecento, la cucina è stata uno dei modi più semplici per portare con sé un pezzo del proprio Paese.

Le ricette hanno attraversato frontiere e oceani insieme alle persone.

Qualche volta sono rimaste quasi identiche. Altre volte sono cambiate perché mancavano determinati ingredienti o perché sono entrate in contatto con altre tradizioni.

È accaduto anche in Svizzera, dove generazioni di famiglie italiane hanno continuato a preparare piatti provenienti dalle regioni d’origine, trasmettendoli ai figli e ai nipoti.

In questi casi un piatto non è soltanto qualcosa da mangiare.

Può diventare memoria di un luogo.

Ma allora un piatto di pasta è cultura quanto un museo?

Forse la domanda contiene già un piccolo inganno.

Non abbiamo bisogno di decidere quale dei due sia “più cultura”.

Un museo conserva opere, documenti e testimonianze che ci permettono di comprendere chi eravamo. Una tradizione gastronomica può fare qualcosa di sorprendentemente simile attraverso ingredienti, gesti e memoria.

L’indagine ci racconta soprattutto questo: gli italiani sembrano riconoscere la propria identità culturale in un insieme sempre più ampio di esperienze.

Nell’arte e nell’archeologia, certamente.

Ma anche nei paesaggi, nelle tradizioni e nella cucina.

Perché qualche volta la storia di un Paese si può leggere in un libro.

E qualche altra volta si può trovare, ancora calda, sulla tavola di casa.

La cultura passa anche dalla tavola.


Storie, ricette e tradizioni della cucina italiana continuano nella nostra Rubrica L’altro gusto

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