Cesare Pavese e Jason Arday, due uomini lontani nel tempo e per storia personale, diventano il punto di partenza di una riflessione di Graziella Putrino sulle radici, sull’appartenenza, sulla solitudine e sul bisogno umano di sentirsi accolti.
Un ponte tra Cesare Pavese e Jason Arday?
In memoriam, o per riflettere?
Il 27 agosto 1950 finiva a Torino, a 41 anni, la vita di Cesare Pavese. In aprile Einaudi aveva pubblicato il suo ultimo romanzo, La luna e i falò. Il dolore per l’amore non corrisposto dell’attrice Constance Dowling segnò profondamente gli ultimi mesi di Pavese, in una vita già attraversata dalla solitudine, pur avendo intorno a sé un mondo accademico e letterario che lo apprezzava e lo elogiava: il 24 giugno 1950, a due mesi dalla sua drastica decisione, aveva vinto il prestigioso Premio Strega con La bella estate.
A Londra, il 14 agosto 2026, è stato trovato morto Jason Arday. La stessa età: 41 anni, sociologo di Cambridge, il più giovane professore nero nella storia di questa università.
Due storie lontane, un filo comune: il peso delle radici e cosa succede quando un uomo viene sradicato, per scelta, per forza, per amore, per passione o per la sete di cultura, di giustizia sociale, di “verità” storiche e dentro la secolare dicotomia tra neri e bianchi. Oppressi e oppressori.
Si rivela il testamento letterario di Cesare Pavese: La luna e i falò
È il suo testamento letterario perché chiude tutti i suoi temi. Anguilla torna dall’America nelle Langhe nell’Italia del dopoguerra. Ha fatto i soldi, crede di essere un altro. Ma la collina è ancora lì, uguale. E lui capisce che, per quanto abbia girato il mondo, con l’anima e il cuore non se n’è mai andato davvero. Torna in un’Italia appena uscita dalla guerra, con i partigiani, i rastrellamenti, le case bruciate.
Pavese scrive il romanzo poco dopo. Riporto, a mio avviso, alcune delle considerazioni più forti de La luna e i falò:
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”
“Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; magari ero in una cascina, magari no. Ma qui sono cresciuto.”
“L’estate è finita. C’è una luna così, e i falò.”
La luna guarda dall’alto da sempre, non giudica, non salva. I falò invece siamo noi: li accendiamo per farci vedere, per dire “ci siamo ancora”, per bruciare l’anno vecchio e affinché il nuovo anno sia pieno di luce per farci brillare.
Il titolo è tutto qui: da una parte il destino che ci rema contro, dall’altra il nostro disperato bisogno di appartenenza.
Azzardato il ponte tra Pavese e Arday?
Arday era diventato simbolo di riscatto, un falò per i panafricanisti nel 2026: cresciuto con difficoltà, autistico, poi professore a Cambridge.
Negli ultimi giorni della sua vita è stato al centro di una bufera mediatica: secondo un’analisi di NewsCord, 249 articoli gli sono stati dedicati nell’arco di 22 giorni. Arday si è dimesso dall’Università di Cambridge il 5 agosto e il 14 agosto è stato trovato morto nella sua abitazione di Battersea.
Senza entrare nel merito delle accuse che lo avevano investito, resta una domanda: può un uomo ritrovarsi solo e isolato proprio all’interno di un sistema che fino a quel momento lo aveva valorizzato?
L’Università di Cambridge ha dichiarato di aver fornito sostegno ad Arday e ha successivamente avviato una revisione indipendente per esaminare, tra l’altro, quale supporto gli sia stato offerto e se si sarebbe potuto fare di più.
Se poi una figura pubblica finisce per essere identificata anche attraverso le categorie del DEI, come è accaduto ad Arday, il dibattito rischia di trasformarsi in una palla di neve che si ingrossa fino a produrre conseguenze difficili da controllare.
Cos’è il DEI, come nasce e quali università lo adottano
DEI sta per Diversity, Equity, Inclusion. I programmi che oggi vengono ricondotti a questa sigla affondano parte delle loro radici nei movimenti per i diritti civili statunitensi degli anni Cinquanta e Sessanta, nell’Executive Order sull’affirmative action firmato dal presidente John F. Kennedy nel 1961 e nel Civil Rights Act del 1964.
L’acronimo DEI è diventato molto più diffuso negli anni successivi, soprattutto a partire dalla fine degli anni 2010 e dopo il 2020.
Non si tratta di una singola politica imposta attraverso un’unica legge. Nel corso degli anni aziende, scuole, ospedali e università hanno sviluppato programmi e strutture dedicati alla diversità, alle pari opportunità e all’inclusione, all’interno di quadri normativi molto differenti tra loro.
Numerose università hanno adottato politiche riconducibili ai principi di Diversity, Equity e Inclusion, anche se strutture, denominazioni e contenuti variano e, soprattutto negli Stati Uniti, sono oggi oggetto di profondi cambiamenti.
Harvard e Yale mantengono politiche e programmi dedicati alla diversità, alle pari opportunità e all’inclusione. Ohio State, invece, dal giugno 2025 ha interrotto le posizioni e le attività DEI in applicazione della legislazione dello Stato dell’Ohio.
Nel Regno Unito università come Cambridge, Glasgow e Durham mantengono strutture o programmi dedicati a Equality, Diversity and Inclusion.
E in Svizzera?
In Svizzera le politiche riconducibili ai principi di Diversity, Equity e Inclusion esistono e vengono declinate secondo le strategie dei singoli atenei e delle istituzioni accademiche.
L’ETH di Zurigo ha adottato un quadro strategico per Diversity, Equality and Inclusion, ratificato nel febbraio 2026 e allineato alla strategia 2025-2028 del settore dei Politecnici federali.
L’Università di Zurigo dispone di un Office for Equality, Diversity, Inclusion (EDI), mentre l’Università di San Gallo opera anche attraverso il Competence Center for Diversity, Disability and Inclusion. L’Università di Ginevra ha invece adottato un Plan d’action Égalité & Diversité 2025-2028.
Gli ambiti interessati non riguardano soltanto la parità di genere e la disabilità: a seconda degli atenei comprendono anche origine etnica e migratoria, nazionalità, religione, orientamento e identità sessuale, età, diversità linguistica, neurodiversità e condizioni socioeconomiche.
Rispetto agli Stati Uniti, il quadro istituzionale e giuridico è diverso e queste politiche vengono sviluppate nel contesto svizzero attraverso strategie degli atenei, disposizioni sulla parità e sulla non discriminazione e programmi nazionali.
Due citazioni di Pavese e Arday per riflettere
Pavese:
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.”
Arday, quando in un’intervista gli chiesero cosa farebbe se potesse cambiare il mondo, rispose:
“I would take a thread and a needle and I’d interweave love into our society.”
“Prenderei un filo e un ago e intreccerei l’amore nella nostra società.”
La frase è stata ricordata da Kamran Mallick, CEO di Disability Rights UK, nell’articolo “Interweave Love Into Our Society”: On the Death of Jason Arday, pubblicato da Disability Rights UK nell’agosto 2026.
Qual è la lezione?
Purtroppo, né Pavese né Arday sembrano aver trovato quel filo. Due vicende profondamente diverse che ci interrogano sul peso dell’isolamento, delle aspettative, dell’esposizione pubblica e sul bisogno, profondamente umano, di sentirsi accolti e riconosciuti.
Pavese ci aveva avvertiti:
“Non ci si libera di un paese che ci è entrato nelle ossa.”
Ossia: niente e nessuno arriva a sradicarsi, pur integrandosi. Pur assimilandosi. Pur vivendo sdoppiati e in due o più coscienze culturali e linguistiche.
E allora, se né l’andarsene né il restare ci salva, a chi e a che cosa stiamo cercando davvero di appartenere? Che cosa significa sfidare questo nostro destino, sentirci valorizzati e affettivamente a casa? E quanto ci costa?
Pavese lasciò un biglietto scritto a mano:
“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono.
Va bene?
Non fate troppi pettegolezzi.
Cesare Pavese.”
Forse, implicitamente, sarebbe il caso anche con Jason Arday.
Non facciamo troppi pettegolezzi.
Epilogo
Due uomini, due epoche, lo stesso nodo alla gola. Anguilla torna alle Langhe e scopre che la collina è rimasta uguale, ma lui non trova più il suo posto.
Arday arriva a Cambridge e diventa il simbolo di una straordinaria storia di riscatto; poi quella stessa esposizione pubblica assume un volto drammaticamente diverso.
Entrambi volevano essere umanamente accolti.
Entrambi hanno trovato una luna fredda e un falò che si è spento con loro.
Graziella Putrino
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