Un recente studio del CENSIS ha rivelato che solo il 16% degli italiani tra i 18 e i 45 anni sarebbe disposto a combattere per difendere il Paese. Il 39% si definisce pacifista, il 19% diserterebbe e il 26% preferirebbe affidarsi a soldati professionisti o mercenari stranieri.
Questi dati riflettono una crescente sfiducia nella capacità di difesa nazionale e una preferenza per soluzioni alternative, come l’affidamento della sicurezza a forze esterne. Inoltre, la percezione di vulnerabilità è aumentata, con il 31% degli italiani che ritiene probabile un conflitto entro i prossimi cinque anni.
La situazione in Svizzera
In Svizzera, un sondaggio condotto alla fine del 2023 ha mostrato che il 41% degli intervistati sarebbe disposto a combattere per il proprio Paese. Questo dato posiziona la Svizzera al 29° posto in una classifica globale, condivisa con gli Stati Uniti. In Europa, la Finlandia spicca con una disponibilità del 74%, probabilmente a causa della sua vicinanza geografica alla Russia. Ticinonline
Tuttavia, anche in Svizzera si osserva una tendenza al ribasso rispetto ai decenni precedenti. Gli esperti suggeriscono che la percezione di minaccia influisce direttamente sulla disponibilità a combattere: maggiore è la percezione del pericolo, maggiore è la propensione alla difesa.
Analisi e prospettive
Entrambi i Paesi mostrano una crescente riluttanza a impegnarsi direttamente in conflitti armati, preferendo soluzioni alternative come il ricorso a forze esterne. Questo riflette un cambiamento nei valori e nelle priorità delle società moderne, dove la sicurezza collettiva e la cooperazione internazionale sono spesso preferite alla difesa militare diretta.
Tuttavia, è importante notare che la disponibilità a combattere non è l’unico indicatore della prontezza di un Paese alla difesa. Altri fattori, come la preparazione delle forze armate, la resilienza della società civile e le alleanze internazionali, giocano un ruolo cruciale nella sicurezza nazionale.


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