C’è chi inventa storie e chi, come Ezio Gavazzeni, le scopre nascoste fra le pieghe della realtà. Pluripremiato autore milanese, vincitore del CrimenCafé con Capodanno cinese e del Caffè delle Arti 2025 con Il Papa deve morire, Gavazzeni percorre da anni il sottile confine tra narrativa e inchiesta. Nei suoi libri, la verità si veste di suspense, la cronaca si fa racconto, e il mistero diventa materia letteraria.
In questa conversazione, lo scrittore ci accompagna dietro le quinte del suo ultimo lavoro – un’indagine appassionata e scomoda sull’attentato a Giovanni Paolo II – e riflette sul potere delle storie, sul mestiere dello scrivere e sulla responsabilità di chi sceglie di guardare dove altri distolgono lo sguardo.
L’intervista è a cura della Dr.ssa Luisa Pavesio, curatrice della sezione culturale di L’altraitalia e de L’ECO.
Con il romanzo Capodanno cinese hai vinto la prima edizione del premio nazionale di giallistica CrimenCafé…Oggi invece ti ritrovo saggista di successo. Come mai hai deciso di abbandonare — momentaneamente, spero – il romanzo, per dedicarti all’inchiesta legata ai misteri irrisolti della nostra attualità?
È stato per me un onore vincere un concorso come CrimenCafé, e di questo ringrazio ancora la giuria. Mi chiedi come sono passato dal romanzo ai saggi… Ho una regola che rispetto da anni:segui le storie. Questo vuol dire che quando incontro una storia che mi interessa devo seguirla, e non riesco a comportarmi diversamente. Una storia interessante, quando la incontro, mi azzera la volontà e sono così obbligato a seguirla.
Il mio libro, uscito nel 2022, La Furia degli Uomini, racconta delle stragi di mafia del 1992 (Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), ed è stato scritto con la collaborazione di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e fondatore del movimento delle Agende Rosse.Non è propriamente un saggio, è un romanzo dallo stile thriller, che racconta una verità che forse le indagini e i processi non sono state in grado di approfondire. Mi spiego, non è un romanzo che segue delle ipotesi, ma si sofferma sulla verità emersa in vari processi di mafia e che forse andava approfondita meglio. Lo stile rimane quello del thriller. ma i fatti raccontati sono tutti veri e documentati. Posso però confermarti che non ho abbandonato il thriller e i romanzi noir e ci sto lavorando.
Il pluripremiato scrittore milanese con “Il Papa deve morire”, indagine sull’attentato contro Papa Woytila, è il vincitore del Caffè delle Arti 2025
Con”Il Papa deve morire” hai aggiunto ai numerosi riconoscimenti un nuovo premio…Mi puoi raccontare la genesi del libro? Perché proprio la storia dell’attentato all’indimenticabile Papa Woytila?
Rispettando la regola che ti ho scritto prima: ho seguito una storia. Le storie sono strane e alle volte arrivano davanti ai nostri occhi senza che noi lo vogliamo. E per Il Papa deve morire è successo proprio così. Era una mattina di luglio del 2023, mi trovavo all’aperto con il mio Pc e stavo guardando la posta.Una di quelle azioni normali che ognuno di noi compie tutti i giorni.A un certo punto mi arriva una mail. È di un amico di Roma, che mi scrive che si trova all’Archivio Centrale di Stato. Racconta che un giorno, senza volerlo, durante una sua ricerca si è imbattuto in una busta “dimenticata” che l’ha incuriosito.
Lui si stava occupando di altro, e il contenuto della busta non lo interessava, ma lo stesso ha fotografato 10-15 documenti e mi ha mandato le immagini accompagnate dalla domanda: “A te interessa?”. Scorro le foto e capisco subito che i documenti erano stati fotografati a casaccio,senza un ordine preciso, ma mi rendo conto che lì dentro, nascosta tra quelle pagine, c’era una storia che nessuno aveva mai raccontato.
Mi sono precipitato a Roma all’Archivio Centrale di Stato e ho fotografato tutti i documenti contenuti nella busta, scoprendo che la vicenda dell’attentato a papa Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981, non è stata raccontata per intero. Che molte caselle mancavano.Che il “nostro amico” Mehmet Ali Agca non era un povero lupo solitario un po’ grigio, come l’ho definito nel libro, che si è presentato di punto in bianco a piazza San Pietro per sparare al papa. Che la cosiddetta “Pista Bulgara”, poi naufragata in tre assoluzioni per mancanza di prove, era più campata in aria che altro.
Ho scoperto anche, con oltre 480 documenti originali a supporto, che le minacce di morte al papa continuavano dal 1977 e si sono protratte fino al 1983, e che di mezzo c’era l’ASALA (l’Esercito Segreto di Liberazione dell’Armenia),un gruppo terroristico che ha insanguinato l’ Europa in quegli anni con bombe e sparatorie. Ciò che muoveva questo gruppo contro il Vaticano era il programma “Safe Haven” (rifugio sicuro), finanziato da Henry Kissinger. L’ organizzazione aveva come scopo espatriare gli armeni dall’allora Armenia Sovietica e portarli negli USA. I numeri sono di decine di migliaia di individui.
In 10 anni sono stati espatriati, con quel progetto, almeno 200.000 armeni! Se non di più. Le minacce al papa erano giustificate dal fatto che dietro a tutta questa organizzazione c’era il Vaticano, che ospitava gli armeni in transito a Roma in 16 pensioni. L’ASALA non si è limitata a minacciare il papa, ma ha anche insanguinato Milano, Madrid e soprattutto Roma, con vari attentati che hanno provocato morti e feriti, tutti rivendicati con la minaccia:“Il programma di espatrio degli armeni dev’essere chiuso…Altrimenti attenteremo alla vita del papa”.
Cercando nei documenti scopro, inoltre, che lo Stato italiano ha intavolato una trattativa con l’ASALA a Beirut, mediata dall’ OLP di Yasser Arafat. La trattativa è iniziata nell’aprile del 1980 ed è terminata nell’agosto del 1983, con la firma dell’allora ministro degli Esteri Oscar Luigi Scalfaro.
Di questa trattativa ho trovato tutti i documenti, i verbali delle riunioni, gli argomenti trattati, chi era presente, fino alla firma di Scalfaro che ho riportato nel libro. Al primo punto del trattato sottoscritto dallo Stato italiano si legge:“Lo Stato italiano si impegna a terminare il programma di espatrio degli armeni e a chiudere le 16 pensioni in Roma”.
Obiettivo raggiunto.
Dedicarsi al libro inchiesta affrontando argomenti scottanti comporta, immagino,anche rischi personali… Minacce, querele e quant’altro. Qual è la tua esperienza in tal senso?
Nel senso delle minacce sono stato fortunato, a parte qualche telefonata da parte di “nostalgici”armeni e qualche e-mail di protesta,non ne ho ricevute. Sono comparso in una blacklist in Armenia, curata da alcuni giornalisti e ricercatori dell’università di Erevan, ma niente di più. Se vogliamo considerare qualche telefonata muta, devo dire che sono stato abbastanza fortunato.
La scrittura d’inchiesta (giornalistica e d’autore), per sua natura “pesta i piedi” a qualcuno, è ovvio.Se c’è, o c’era, un segreto, vuol dire che qualcuno non voleva che uscisse allo scoperto e come appare chiaro, se si “scoperchia il sasso” e si porta alla luce ciò che vi stava nascosto sotto, c’è sempre chi si arrabbia parecchio.
L’ultimo attentato contro Sigfrido Ranucci spiega bene cosa intendo.
Come nasce la tua carriera letteraria. So che hai lavorato per molto tempo in ambito editoriale a Milano, la tua città, prima di dedicarti alla scrittura a tempo pieno.
Ho imparato lavorando nelle redazioni dei giornali (settimanali e mensili) dagli anni ’80 fino a tutto il 2000. Ho cominciato come correttore di bozze per Capital, Mondo Economico, Donna Moderna, Elle, Cento Cose, Marie Claire, Bella… e potrei andare avanti per un po’. Poi ho lavorato per parecchi anni alle collane Mondadori (Gialli, Segretissimo, Best Seller, I Romanzi e Urania). Ho inoltre curato la correzione delle riviste Hachette/Motta: Photo, Satellite, Argos e per la Motta ho curato anche L’enciclopedia della letteratura internazionale, l’Annuario del Cinema e alcune riviste di settore. La vita di redazione e nelle case editrici sono state le esperienze che mi hanno insegnato più di tutte. “Fare tardi” nelle redazioni è stata per me una scuola di vita.
La scrittura era un mio sogno fin da bambino ma ora, posso dire, che senza una preparazione, il raggiungimento di una “tecnica” e di uno “stile”, non si arriva da nessuna parte. La scrittura ci accompagna durante tutta la vita e cambia con noi, si affinano la tecnica e lo stile, un po’ come per certi pittori. Ricordo un aneddoto di Cézanne, che ha dipinto, parecchie volte e per anni, la montagna chiamata Victoire,vicino a Aix en Provence. Scrisse nel suo diario che la prima volta che l’ha dipinta ha utilizzato oltre cento pennellate per rendere visibile sulla tela la forza e l’imponenza della Victoire ma alla fine, dopo tanti anni e decine di quadri, ne utilizzava meno di trenta per raggiungere lo stesso risultato.
Questo è lo“stile”al quale dobbiamo giungere anche noi come scrittori. Ciò che raccontavo con cento parole 20 anni fa oggi deve essere condensato in almeno la metà.
Un cenno ai tuoi progetti futuri.
Posso dirti poco del progetto al quale sto lavorando. Posso accennare al fatto che durante l’assedio di Sarajevo (1992-96) ricchi stranieri (italiani, ma anche francesi, tedeschi, svizzeri, canadesi, USA…), hanno pagato somme astronomiche per affiancare i cecchini dell’esercito serbo bosniaco e sparare alle persone inermi nella capitale Sarajevo, quando la città era sotto assedio. Queste trasferte erano organizzate ogni weekend durante i quattro anni dell’assedio e i “clienti” erano in maggioranza italiani: ricchi professionisti, imprenditori, notai, anche medici. Per questa ragione erano anche chiamati: “Cecchini del weekend”.
Nelle testimonianze che ho raccolto sono riuscito a ricostruire l’organizzazione e come avvenivano i “safari”, nonché le tariffe che venivano pagate dai “clienti-cecchini” per sparare ai bersagli umani, tenendo conto che il trofeo più ambito dai “cacciatori” erano i bambini.
Ciò che ho raccolto (e sto ancora raccogliendo), ha generato l’apertura, da poco meno di un mese, di un procedimento penale assegnato a un PM presso la Procura di Milano.
Le indagini sono appena cominciate.

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