Italiani nel mondo

Conseguenze in caso di Brexit per i 600mila italiani che vivono nel Regno Unito

“È nostro dovere, come lista comites ItalUK eletti in rappresentanza degli italiani nella Circoscrizione Consolare di Londra, dare un’informazione il più possible onesta su quelle che sono alcune delle possibili reali conseguenza in caso di Brexit per i 600mila italiani che vivono nel Regno Unito. È doveroso, da parte nostra vigilare sul destino degli italiani in UK, basandoci su dati di fatto concreti, analizzando lo scenario che si proietta anche quello peggiore”. Inizia così la nota della Lista ItalUk, nata l’anno scorso in occasione delle elezioni dei Comites, che nel Comitato di Londra ha eletto 5 consiglieri.

“Partiamo dall’Immigration Act, approvato già il 12 maggio scorso.
Dal quadro che ne emerge, in questo pacchetto di leggi anti immigrazione, rivolto in gran parte contro l’immigrazione illegale, sono stati inseriti, in tutta sordina, 2 punti: il capitolo 7 e il capitolo 8. Nel caso di Brexit, infatti, venendo meno lo ‘status’ di cittadini europei, vi rientreranno a pieno titolo anche gli italiani residenti in GB (che non hanno un passaporto britannico). Certo molto dipenderà dai singoli accordi che verrano presi tra il Regno Unito ed i singoli stati nei prossimi due anni, ma la base di trattativa è già ben chiara.
Il punto 7 prevede una discriminante culturale, l’introduzione di requisiti linguistici per lavorare nel settore pubblico. Questi dipendenti dovranno dimostrare di aver superato un apposito esame d’inglese dell’ ‘Home Office’. La preoccupazione maggiore giunge dal “Consultation Report on draft language requirements for public sector workers Code of Pactice” che anticipa una consultazione in autunno, in cui il Bill includerà il potere di estendere le richieste linguistiche anche al settore privato ed al no profit, con attuazione entro i prossimi tre anni.
Il punto 8 prevede una discriminante economica. Tutte le ditte, attività e compagnie che offriranno lavoro ad immigrati, dovranno pagare una tassa extra, un “charge”, in caso di impieghi di manodopera qualificata.
Accompagnate a queste misure, possono seguire altri provvedimenti che prevedono ostacoli posti a conti bancari, affitti, patenti di guida, riconoscimento automatico di titoli, cure sanitarie, assistenza, diritto di voto ad elezioni locali, permessi di lavoro, visti d’ingresso e quant’altro.
Praticamente si porrà fine ad uno status di parificazione dei diritti e doveri, cui l’Unione europea è riuscita ad imporre negli anni tra i cittadini dei singoli stati membri. Status che è stata una delle più grandi conquiste in termini sociali tra i vari popoli europei, per millenni in perenne conflitto tra di loro.
Un’altra conseguenza indirettà per noi italiani e non solo, sarà che i diversi servizi consolari in Gran Bretagna, già ridotti proprio perchè situato in un paesi membro UE, non riusciranno a sopperire ad una marea di nuove pratiche, che scaturiranno proprio dall’uscita dall’Unione Europea – nei primi anni si entrerà rovinosamente in tilt. Non sarà più solo il problema del rilevamento dei dati biometrici per i passaporti, ma moltissime altre cose, che neanche i consolati onorari, sparsi sul territorio, potranno assolutamente assolvere.
Come gli italiani in GB così anche i circa 2 milioni d’inglesi, che vivono in paesi europei avranno le stesse grosse difficoltà. È una perdita per tutti.
Mancano pochi giorni al referendum ma è ancora possibile informare e far riflettere gli indecisi. Non solo gli amici inglesi ma anche gli italiani in possesso di passaporto britannico, in particolare quelli di seconda e terza generazione, il cui voto avrà un peso, in alcune zone, determinante per l’esito referendario. (aise)

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