Cultura

Sessantesimo anniversario della fondazione del Corriere di Tunisi

Il Corriere di Tunisi compie sessant’anni. Un passaggio denso di memoria storica e di implicazioni attuali, che proietta il suo significato sull’intera vicenda della stampa in italiano all’estero.

Una lunga parabola storica, si diceva. Il Corriere di Tunisi, infatti, affonda le sue radici ideali e culturali nell’appassionante vicenda della famiglia Finzi, di lontana tradizione liberale e democratica. Una famiglia di esuli politici, di emigrati e di protagonisti della vita culturale e civile della Tunisia. Italiani di una diaspora aperta all’incontro e al dialogo, promotori di un solido legame culturale, sociale e politico tra Italia, Tunisia e Paesi del Nord Africa, quasi una premonizione dell’orientamento che oggi l’intera Unione comunitaria persegue in quella parte di Mediterraneo, cruciale per il futuro della stessa Europa.

Una storia che risale addirittura ai moti liberali del 1820-21, nati per reazione all’assetto restauratore del Congresso di Vienna, che assicurò all’Europa oltre trent’anni di pace, ma a prezzo di dure repressioni. Le grandi Potenze avevano infatti ricercato un equilibrio tra loro, a scapito delle legittime aspirazioni nazionali. Alla privazione di libertà si aggiunse una grave crisi economica, particolarmente acuta nel 1817-18, che fu causa di povertà, carestia e disoccupazione e alimentò i moti popolari e la nascita delle società segrete, in particolare della Carboneria. Scopo di queste associazioni era la trasformazione dei regimi assolutistici in regimi costituzionali.

E’ questo il periodo in cui Giulio Finzi, insieme a molti altri giovani liberali, si trasferì da Livorno a Tunisi, dopo il fallimento dei moti carbonari del 1820‑1821. Essi ebbe­ro un ruolo importante nella modernizzazione dello Stato tunisino e contribuirono attiva­mente alla creazione di infrastrutture, opere civili e imprese, come tipografie, ospedali, banche, scuole laiche e militari, che indussero le autorità locali più lungimiranti a incoraggiarli a stabilirsi in modo definitivo in Tunisia.

Su questo solido retroterra storico e ideale, a Tunisi nasceva sessant’anni fa il Corriere, fondato dalla famiglia Finzi, che nel corso della sua lunga esistenza è stato un costante fattore di promozione della comunità italiana nel quadro dell’evoluzione della società tunisina e un presidio democratico per l’intero contesto locale.

Il punto di incrocio più alto e significativo dell’impegno del giornale con la società tunisina è stato sicuramente la “primavera araba”. Il 17 dicembre 2010, preso dalla disperazione, un giovane venditore ambulante tunisino di nome Mohamed Bouazizi si suicidava, dandosi fuoco, per protesta contro la disoccupazione e i soprusi della polizia, e dava il via a sommosse popolari in tutto il mondo arabo. Cinque anni dopo un altro giovane tunisino, Ridha Yahyaoui, si toglieva la vita per l’esasperazione di non trovare lavoro, scatenando le proteste popolari nelle stesse città, che cinque anni fa abbattevano il regime di Zine el Abidine Ben Ali.

Nonostante l’esperienza tunisina sia stata considerata quella di maggior successo nel panorama della cosiddetta “primavera araba” per il progresso democratico che ha innescato, essa è diventata allo stesso tempo un esempio delle contraddizioni che possono scaturire dall’incapacità di far fronte al malessere economico, all’isolamento e alla frustrazione dei giovani nordafricani.

Il Corriere di Tunisi, in un ambiente attraversato da tensioni così acute, ha svolto il suo compito con grande capacità di dialogo interculturale e interreligioso. Lo ha fatto con la propria comunità, con la società tunisina, con le istituzioni italiane, con la tenacia e la consapevolezza di chi sa che i diritti dei nostri connazionali si possono tutelare veramente solo nel quadro di politiche positive a favore delle comunità italiane nel mondo e in stretto collegamento con il progresso delle società di insediamento. Il lavoro giornalistico è stato un quotidiano impegno di riflessione e di analisi volto a sostenere le istanze di partecipazione democratica della comunità degli italiani nel mondo, a creare le condizioni per una forte presenza in Tunisia, Paese sempre amato profondamente, ad alimentare l’intento di essere parte dei passaggi della storia del Mediterraneo.

Ancora oggi attorno al Corriere di Tunisi si raccoglie una dinamica e attiva comunità italiana e una comunità tunisina che ha sognato, con Elia e tutta la famiglia Finzi, il cambiamento, la speranza di continuare a crescere nella libertà e nella democrazia. Per questa continua spinta verso il cambiamento dobbiamo essere grati al Corriere di Tunisi e alle generazioni di uomini e donne che attraverso la carta stampata, l’editoria, la comunicazione ci hanno raccontato il cammino verso il progresso ed in molti casi ne sono stati protagonisti.

Alla stampa italiana all’estero si guarda spesso con sufficienza, considerandola un fenomeno sostanzialmente residuale rispetto all’editoria nazionale e alla stessa vicenda emigratoria. Si tratta di una rappresentazione storicamente non fondata perché essa non solo è stata un fattore importante nella costruzione della comunità italiana nel mondo, ma ha rispecchiato la stessa evoluzione della società italiana, nonché la formazione e le trasformazioni che lo Stato nazionale ha subito nel corso del tempo.

Non a caso il periodo nel quale le testate italiane all’estero nascono e si diffondono è quello risorgimentale, ad opera soprattutto della diaspora di liberali, mazziniani e garibaldini che furono costretti a lasciare il Paese per evitare le repressioni poliziesche. In questo quadro, ad esempio, si collocano la creazione di una catena di giornali in italiano, impegnati a “mantenere vivo tra i nostri lo spirito della patria”, in Brasile (1836), in Uruguay (1841) e a Buenos Aires (1856) ad opera del mazziniano Giovanni Battista Cuneo; la stessa funzione ebbero “El Correo Atlantico” (1836) tra Stati Uniti e Messico per merito di Orazio De Attellis, “L’Eco d’Italia” (1849) a New York per iniziativa di Francesco Secchi de Casali, e altri ancora.

Una più forte capillarizzazione di questa esperienza e un passaggio dai temi patriottici e risorgimentali a quelli prevalentemente di natura sociale si sono avuti con l’emigrazione di massa. Si è trattato di pubblicazioni che hanno avuto il sostegno della rete di associazioni di mutuo soccorso che nel frattempo si erano costituite e diffuse, sotto la spinta dei principi solidaristici propagati dal nascente movimento dei lavoratori. In Europa, nello stesso periodo, si segnalano le esperienze di periodici non solo informativi, ma politici e culturali che si ebbero soprattutto in Svizzera e in Francia, in particolare a Parigi e a Marsiglia. Postazioni destinate diventare un riferimento importante, quando, dopo l’avvento del fascismo, verso di esse si diressero i nuovi esuli della libertà.

Siamo di fronte, dunque, ad un importante patrimonio sociale, civile e culturale che in passato ha avuto una funzione essenziale nel costituire il profilo delle nostre comunità, nel favorirne un’integrazione non subalterna, nel mediare gli interessi del nostro Paese in contesti stranieri e nel preservare la lingua italiana. Un ruolo che per molti tratti conserva la sua validità ancora oggi, anche in considerazione del fatto che vi sono all’estero poco meno di cinque milioni di cittadini italiani chiamati ad esprimere i loro diritti anche attraverso una partecipazione democratica consapevole.

Nello stesso tempo, come nel caso del Corriere di Tunisi, sono strumenti che hanno la possibilità di contribuire significativamente alle dinamiche della società in cui operano, nel nostro caso quella tunisina. Ritrovare lo spirito e l’essenza della “primavera araba” significa riprendere e dare sviluppo ai passaggi democratici che si sono realizzati: maggiore libertà di espressione e più ampia partecipazione democratica, con le elezioni politiche e la costituente per approvare la nuova Costituzione. Sono passaggi fondamentali anche se ancora parziali, insidiati per altro dal terrorismo jihadista e dalle incursioni di Daesh ai propri confini. Ma, nonostante la serietà di queste minacce, non c’è altra strada da percorrere. E il Corriere di Tunisi, dopo sessant’anni di impegno ininterrotto, resta saldamente collocato in questa prospettiva.

On. Marco Fedi

Rispondi