Italiani nel mondo

Le due Italie: quella dentro e quella fuori dai confini nazionali

Sono passati 10 anni dal voto all’estero ma sembra che gli italiani sparsi per il mondo non siano ancora considerati come un vero valore aggiunto del Paese.

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Di Fabio Porta, deputato del Pd eletto in Sud America e residente in Brasile per Comunità italiana

Dieci anni fa entravano in Parlamento per la prima volta i rappresentanti degli italiani nel mondo; un grande successo per chi si era battuto alcuni decenni per una piena integrazione delle due “Italie”, quella che vive dentro e quell’altra che vive fuori dai confini nazionali. Un risultato “storico”, senza dubbio, che altri Paesi hanno voluto studiare nonché imitare, ma che forse non si è tradotto in quella “rivoluzione culturale” (prima ancora che politica) che io stesso avevo auspicato qualche anno prima, in un’intervista concessa ad una rivista destinata agli italo-brasiliani.

Gli italiani nel mondo sono formalmente poco meno di cinque milioni: questo è il numero degli elettori residenti oltre confine, italiani nati o discendenti con passaporto e diritto al voto. Molti di più sono poi i cosiddetti ‘oriundi’, italiani nati fuori dal Paese nel corso di oltre un secolo di emigrazione italiana nel mondo; in questo caso, il numero può arrivare vicino ai cento milioni di persone, considerando tutte le generazioni di italiani nate in tutti i continenti.
Ma non finisce qui. Esiste un’altra categoria di persone legate all’Italia, alla sua lingua ed alla sua cultura, un universo fatto di amanti del Belpaese, cultori della lingua di Dante o anche stranieri che hanno scelto l’Italia come loro patria adottiva. Se sommiamo tutte queste categorie arriviamo ad una popolazione di circa 250 milioni di persone: sono gli “italici”, come li ha ben definito il mio amico Piero Bassetti, un italiano che ha conosciuto bene nel corso della sua lunga e intensa vita di imprenditore e politico tutte le possibili accezioni e declinazioni dell’italianità.
Bassetti è innanzitutto un bravo imprenditore, di quelli che hanno portato in alto il nome del “made in Italy” nel mondo (è anche stato Presidente di Assocamerestero, l’associazione delle Camere di Commercio italiane nel mondo); primo Presidente della Regione Lombardia, ha una lunga esperienza anche in campo politico.
Recentemente ha scritto un libro intitolato proprio così, “italici”, dove ci spiega con parole semplici e un ragionamento convincente come l’italicità sia qualcosa di più di uno stato giuridico o anagrafico; siamo di fronte, secondo Bassetti, ad una realtà ibrida e meticcia, una contaminazione sociale e culturale segnata da valori profondi e intensi, originati nel corso dei secoli dall’Italia e dalla sua storia.
Un universo, quello degli “italici”, che l’Italia sembra non avere mai compreso appieno nella sua reale dimensione mettendo in campo politiche appropriate, ossia adottando strumenti concreti affinchè questo immenso patrimonio divenga parte integrante della nostra dimensione nazionale e vero e proprio motore incessante del nostro sviluppo economico.
Le istituzioni italiane non sono state in grado di interpretare questa realtà e di considerarla come il vero valore aggiunto del Paese nella sfida globale; in questo senso, forse, anche il Parlamento e gli “eletti all’estero” hanno preferito (se non altro per inerzia istituzionale o magari per una certa pigrizia culturale) continuare a coltivare il più “comodo” bacino dei cinque milioni di elettori, eventualmente con qualche sprazzo di attenzione al mondo degli italo-discendenti. Gli “italici” invece sono molto di più, e non a caso uso il singolare e non il plurale: non si tratta infatti di un semplice per quanto grande dato numerico (“molti”) ma di una potenzialità enorme (“molto”, appunto) dal punto di vista socio-economico e anche istituzionale.
Una “rivoluzione culturale”, come provavo a definirla oltre dieci anni fa; uno sguardo totalmente diverso rivolto al mondo, ma anche a noi stessi. Si tratta di ridefinire i nostri confini mentali prima ancora che geografici, nella comprensione che un’Italia più grande e inclusiva sarebbe un’Italia più forte e ricca proprio perché aperta al mondo e coraggiosamente in grado di fare dell’italicità il baricentro intorno al quale costruire il proprio futuro.
Una sfida ambiziosa, certo, ma di quelle per cui vale la pena spendersi.

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