Luisa Pavesio ha realizzato l’intervista che vi proponiamo a Laura Fiaschi e Gabriele Pardi, fondatori dello studio Gumdesign, realtà del design italiano riconosciuta a livello internazionale. Un dialogo che racconta il loro percorso creativo, il rapporto con il territorio e la visione contemporanea del progetto tra artigianato, cultura e innovazione.
Laura Fiaschi e Gabriele Pardi sono i fondatori e l’anima di Gumdesign, azienda di design viareggina riconosciuta in Italia e nel mondo. Fra il 2009 e il 2016 sono stati quattro volte inclusi nella selezione del Compasso d’Oro, mentre il loro maggior progetto, La Casa di Pietra, ha ricevuto nel 2019 il Best Communicator Award per il design e il Women of Marble Award al Marmomac. Loro opere sono ospitate alla Triennale di Milano, al Glass Museum di Shanghaie al MoMa di San Francisco.
Cari Laura e Gabriele, ci siamo conosciuti in Svizzera, in occasione della mostra Breakfast Design al Gewerbe Museum di Winterthur. Già allora mi aveva colpito il vostro Studio, così pieno di idee innovative, un’autentica ventata di aria fresca. Qual era il vostro obiettivo quando avete deciso di lanciarvi in questa avventura fondando Gumdesign?
Un’esperienza bellissima, quella svizzera, che ricordiamo ancora con grande piacere: uno spazio museale importante, perfetto per raccontare la “colazione italiana” attraverso lo sguardo di amici e designer riuniti in una mostra collettiva gioiosa e giocosa, attraversata da ironia e da molte visioni personali del quotidiano.
Gumdesign nasce nel 1999 dall’incontro tra Laura Fiaschi e Gabriele Pardi: una fusione di sensibilità e competenze per interpretare il mondo del progetto. Da subito il lavoro si è mosso nella dimensione della relazione, generando iniziative collettive capaci di produrre stimoli, idee e percorsi condivisi.
Gumdesign è il vettore attraverso cui cerchiamo di cristallizzare pensieri e narrazioni in diversi ambiti del progetto: dalla grafica alla comunicazione, dal prodotto all’allestimento, fino alla direzione creativa di aziende ed eventi culturali.
Riguardo alla linea attuale delle vostre creazioni, e anche, per esempio, alla scelta dei materiali – fra questi il marmo, squisitamente toscano – come vi descrivereste?
Nel tempo lo Studio ha progressivamente definito i propri obiettivi, ponendo al centro la ricerca e la sperimentazione attraverso operazioni culturali e imprenditoriali. In questa prospettiva nasce nel 2014 il progetto La Casa di Pietra, inizialmente concepito come progetto culturale per VeronaFiere e trasformatosi spontaneamente, nel tempo, in un vero e proprio progetto imprenditoriale su cui il nostro studio continua a investire con convinzione.
Dai dieci oggetti presentati a Marmomac nel 2014 si è arrivati oggi a circa trecento oggetti raccolti nel catalogo aziendale: un progetto editoriale che mette al centro il progetto — sviluppato da Gumdesign — e i cinquantacinque artigiani coinvolti, diffusi su tutto il territorio nazionale. Una piccola enciclopedia territoriale che racconta arti, mestieri, competenze, tecniche di lavorazione, materiali e sensibilità personali. Una vera e propria palestra progettuale che vive delle proprie energie e che ci permette di sperimentare processi progettuali e produttivi anche su larga scala, trasferendo questa esperienza nelle collaborazioni con le aziende con cui lavoriamo come progettisti e consulenti.
Testardi, temerari, passionali e visionari: forse sono queste le parole che meglio raccontano il nostro modo di procedere, lavorare e continuare a cercare nuove strade da percorrere.
Venite da formazioni diverse, e infatti il vostro Studio spazia dall’architettura alla grafica fino al prodotto industriale. In più organizzate rassegne, mostre ed eventi. Cosa avete in corso attualmente e cosa in preparazione in Italia e/o all’estero?
Formazioni e sensibilità diverse, competenze che si contaminano e si intrecciano in modo propositivo e concreto. Il nostro lavoro nasce spesso da inizi più che da traiettorie pianificate, percorsi che si sviluppano nel tempo attraverso ramificazioni progressive.
Questa attitudine ci permette di affrontare molteplici temi per le aziende: strategie, identità, collezioni di prodotto e la loro comunicazione attraverso spazi espositivi e linguaggi progettuali costruiti sulle specificità di ogni realtà.
Oggi lavoriamo allo sviluppo di nuove collezioni per il Salone del Mobile di Milano, alla direzione artistica di aziende italiane, a progetti espositivi per La Casa di Pietra, a collaborazioni con associazioni di volontariato e corsi di laurea in disegno industriale.
Milano è considerata la capitale del design italiano. Non vi saranno mancate le occasioni di trasferirvi, eppure avete deciso di restare a Viareggio, là dove sono le vostre radici..Qualcosa della cultura toscana ha influito sulle vostre creazioni?
Lontani dalla “capitale del design”, abbiamo scelto uno spazio dove vita e progetto si intrecciano liberamente: la tecnologia ci connette senza togliere il respiro alle piccole viste del mare, ai dettagli che nutrono mente e cuore.I luoghi ci formano: le Alpi Apuane di Carrara donano forza e solidità come il marmo; i colori infiniti di Viareggio portano movimento, ironia e leggerezza come il mare.
Un incontro rigoroso e al contempo leggero, capace di catturare la vita quotidiana e trasformarla in esperienze visive, tattili e sensibili con un pizzico di anarchia.
So che collaborate con realtà universitarie, per esempio con lo IED di Firenze ed altre istituzioni in giro per l’Italia, anche come docenti.
Il nostro percorso è costituito anche dal rapporto con le strutture universitarie, conferenze e workshop, ma anche corsi universitari come accaduto con IED Roma per il design industriale e con IED Firenze dove abbiamo costruito – come coordinatori e docenti – con il direttore Alessandro Colombo il primo Master in Design – Innovazione e Prodotto per l’Alto Artigianato (un’esperienza bellissima nata proprio da La Casa di Pietra).
Dallo scorso anno siamo anche docenti alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pisa per il Corso di Laurea in Design Industriale verificando una particolare sensibilità e capacità formativa negli studenti che si stanno per laureare e affrontano con noi un percorso progettuale mirato alla progettazione e campionatura fisica dei loro “sogni” attraverso il marmo ed altri materiali complementari.
Vi vorrei chiedere un parere sul futuro dell’oggetto di design. Oggi, in un mondo impoverito , in cui l’estetica pare appannaggio dei soli oggetti di lusso, non rischia di parere superfluo o irraggiungibile? Anche la globalizzazione non aiuta, da un lato mette in rapporto culture e tendenze differenti, dall’altro induce a una massificazione del prodotto…
Il design si manifesta in molteplici forme, adattandosi a strumenti e contesti diversi. Il buon oggetto di design è parte della nostra quotidianità, migliorando le esperienze e semplificando la vita. Leggere il progetto e il prodotto significa scegliere consapevolmente, favorendo sostenibilità, etica e sensibilità. Così, ciò che danneggia ambiente e qualità della vita viene progressivamente escluso dalle nostre scelte. E’ un percorso lento ma costante, che mantiene in vita solo prodotti necessari, etici e preziosi per il nostro benessere.
Quali designer italiani citereste come generazione successiva a quella degli iconici Gio Ponti, Bruno Munari, Alessi, insomma i grandi di un tempo?
Più che cercare nuovi nomi, oggi è forse più utile riconoscere nuovi sguardi. La generazione che segue i maestri non è chiamata a sostituirli, ma a interrogare il contesto in cui gli oggetti nascono e vivono.
Gli oggetti non cercano più soltanto forma, ma coscienza. Il design diventa così meno gesto autoriale e più atto di responsabilità: verso le risorse, i territori, i materiali e i tempi della produzione.
Tra ricerca materica, recupero dei saperi artigianali e attenzione ai cicli ambientali, il progetto torna a essere un gesto culturale prima ancora che formale: non una nuova scuola, ma una pluralità di sensibilità che prova, con occhi e mani diversi, a dare forma ai cambiamenti del presente.








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