L’ipotesi di abbassare il canone radiotelevisivo svizzero da 300 a 200 franchi all’anno torna ciclicamente nel dibattito politico. Cento franchi in meno per economia domestica sembrano, a prima vista, un vantaggio tangibile. Ma è davvero così semplice? Ridurre il contributo alla RSI sembra un vantaggio per le famiglie. Ma se meno risorse significano meno informazione, meno cultura e più abbonamenti privati, il conto finale potrebbe essere più salato del previsto.
Ridurre il canone radiotelevisivo svizzero da 300 a 200 franchi all’anno: la proposta, a prima vista, appare seducente. Cento franchi in meno per ogni economia domestica rappresentano un segnale concreto, soprattutto in un periodo in cui il costo della vita pesa su molte famiglie.
Ma la domanda vera non è quanto si risparmia. È cosa si rischia di perdere.
Cosa finanzia davvero il canone
Nella Svizzera italiana il canone sostiene l’attività della RSI, che garantisce informazione, cultura, intrattenimento e sport in lingua italiana.
Programmi come Telegiornale, Il Quotidiano e Falò rappresentano un presidio di informazione indipendente sul territorio. Trasmissioni culturali come Strada Regina o Turné raccontano l’identità, la storia e la vitalità artistica della nostra regione.
A questo si aggiungono i grandi eventi sportivi: calcio, hockey, sci, competizioni internazionali che oggi sono accessibili a tutti, senza costi supplementari.
Cosa accadrebbe con meno risorse
Ridurre il canone a 200 franchi significherebbe inevitabilmente ridurre le risorse a disposizione del servizio pubblico. E se la RSI non fosse più in grado di sostenere determinati costi di produzione o di acquistare i diritti sportivi più importanti?
In quel caso, una parte dell’offerta potrebbe migrare verso operatori privati. Chi volesse continuare a seguire determinati eventi o contenuti dovrebbe allora sottoscrivere abbonamenti a piattaforme come DAZN, Sky, Netflix o Disney+.
Il risultato? I 100 franchi risparmiati finirebbero rapidamente altrove. E probabilmente non basterebbero.
Una questione economica… e culturale
Il servizio pubblico non è soltanto una voce di bilancio. Per una minoranza linguistica come quella della Svizzera italiana, rappresenta una garanzia di presenza mediatica, di pluralismo, di produzione culturale autonoma.
Un indebolimento strutturale della RSI non significherebbe solo meno programmi: significherebbe meno informazione locale, meno produzione culturale propria, meno spazio per il territorio.
La vera domanda, allora, non è se 100 franchi in meno siano utili. È se siamo disposti a sostituire un servizio universale, finanziato collettivamente, con un sistema frammentato dove qualità, sport e grandi eventi diventano accessibili solo tramite abbonamenti privati.
Il risparmio immediato può sembrare allettante. Ma il costo, nel medio periodo, potrebbe essere ben più alto — non solo economicamente, ma anche culturalmente e democraticamente.
Leonardo Nastasi


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