Dopo aver raccontato nella prima parte il percorso professionale e le grandi realizzazioni culturali di Umberto Vattani, in questa seconda parte ci addentriamo in riflessioni più personali e negli scenari futuri della diplomazia italiana, dell’arte e dei giovani. Tra progetti innovativi, esperienze all’estero e una visione intima dei valori che guidano il suo impegno, Vattani ci offre spunti concreti e osservazioni originali sul ruolo della cultura nella società contemporanea. Qui trovi la prima parte dell’intervista
Ti occupi ancora personalmente della collezione della Farnesina?
No, oggi esiste una Commissione composta da Direttori dei più prestigiosi Musei. Certo siamo stati dei precursori, visto che all’epoca non esistevano ancora né il MAXI né il MUDEC. Ma il risultato più notevole è stato il cambiamento della nostra sede.Il grigiore è stato sostituito da linee e colori di grandi Artisti, e le linee architettoniche non sono più così dominanti…
Il tuo progetto è andato anche oltre il Palazzo della Farnesina…
Sì, ho lavorato ad esempio alla rivalutazione del Foro Italico così come di tutto il quartiere intorno alla Farnesina, restituendogli la dignità che aveva in epoca imperiale, quando rappresentava l’ingresso monumentale nella Città.. Ho anche curato una pubblicazione, “Il distretto del Contemporaneo”, cui hanno collaborato fra gli altri Gotor e Franco Purini. L’obiettivo era quello di promuovere il settore urbano sulle due sponde del Tevere, rendendolo complementare alla Roma antica, medievale, rinascimentale e barocca; anche perchè in quest’ area verde fra la prima metà del Novecento e i giorni nostri sono state realizzate insigni architetture, da rendere note al grande pubblico italiano ed estero. Prima, fra il Palazzetto dello Sport di Nervi, il Foro Italico e il primo villaggio olimpico, pareva che si celebrasse solo il fisico..Mentre oggi la cultura della mente ha affiancato quella dei bicipiti e dei polpacci.
Il tuo amore alla cultura, e soprattutto all’arte, ha radici famigliari?
Sì, i miei genitori erano attentissimi alla cultura, e io ho potuto giovarmi di molte opportunità. Teatro, arte, anche se non arte contemporanea.
Ho letto del tuo progetto sulle campane di Roma con Treccani e MAXI.
Sì, l’ho realizzato con l’ l’Artista nordamericano Bill Fontana, uno dei più noti a livello mondiale nel campo della sound art, arte e suono. Bill Fontana ha creato un’istallazione che rende udibili i suoni del campanone, che pesa più di nove tonnellate, attraverso dodici altoparlanti. L’istallazione era ospitata nel Portico della Basilica di S.Pietro, ma questi “echi muti”, come si intitola la pubblicazione di Treccani, ha inviato il suono che non cessa fino in Giappone, all’Expo di Osaka.
Tu sei nato a Skopje, cresciuto fra Londra e Parigi, e sei stato in misssione in moltissimi Paesi. Eppure, Roma è sempre presente nei tuoi pensieri e nelle tue realizzazioni.T
Roma non può concepirsi solamente come una delle capitali dei 27 Paesi UE, e neppure come la capitale di un picccolo Stato di quasi sessanta milioni di abitanti. Roma è universale. Faccio solo alcuni esempi. Possiede 40 Accademie straniere che permettono di riscostruire la storia universale senza muoversi dalla città. E poi le biblioteche, e l’Archivio segreto del Vaticano, dove è conservato addirittura il trattato di Tordesillas del 1494 dove Spagna e Portogallo si spartivano il mondo… Non esiste nel mondo una realtà paragonabile a quella romana.
I tuoi prossimi progetti?
Molto importante è quello di novembre, inserito nel programma ufficiale della Biennale di Architettura di Venezia, intitolato “Roma è una cometa”.
Hai figli, nipoti e, se continui così, avrai anche pronipoti. Sarebbe banale sottolineare la difficoltà dei tempi. Ma senza trascinarti sul terreno scivoloso della politica, quale futuro immagini per i giovani? E qaali correttivi, per esempio in tema migrazioni, che hai avuto tanto a cuore quando tutelavi le nostre comunità in Germania? Oggi sta crescendo l’ etnofobia, la paura di perdere l’identità, di essere invasi culturalmente, economicamente e linguisticamente…
Risolvere questi problemi è uno dei compiti specifici della diplomazia, che si dovrebbe impegnare al massimo. Sul tema migrazioni, poi, si dovrebbe riavvolgere il filo e ripartire dalla tabula rasa. Ma il discorso ci porterebbe lontano…
Luisa Pavesio


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