Che rapporto hanno oggi gli adolescenti con i social media? E quali conseguenze ha questa connessione continua sulla loro salute mentale? Sono domande che molti genitori, educatori e operatori sociali si pongono ogni giorno. A offrire alcuni spunti preziosi è un recente studio del Pew Research Center di Washington, pubblicato lo scorso aprile.
La ricerca – condotta negli Stati Uniti ma con risvolti che toccano anche la nostra realtà – ha coinvolto quasi 1.400 ragazzi e genitori. Più della metà dei genitori intervistati si dice molto preoccupata per il benessere mentale dei figli, e quasi la metà ritiene che i social media siano la principale causa di malessere. A colpire, però, è che anche molti adolescenti iniziano a rendersi conto del problema: il 45% ammette di trascorrere troppo tempo online.
Instagram, TikTok, Snapchat: sono queste le piattaforme preferite dai giovanissimi, come conferma anche un’altra indagine condotta su scala nazionale, che evidenzia come la maggior parte degli under 30 scelga proprio questi canali. YouTube e Facebook restano usati da tutte le età, ma con finalità spesso diverse.
Un ulteriore segnale arriva dal report semestrale “Taking Stock With Teens”, pubblicato dalla banca d’investimento americana Piper Sandler. Anche qui, i numeri parlano chiaro: l’88% dei ragazzi intervistati ha un iPhone, l’87% usa regolarmente Instagram, il 79% TikTok e il 72% Snapchat. Lo smartphone è diventato, di fatto, un compagno costante.
Numerosi studi a livello internazionale, anche europei, hanno messo in luce i rischi legati a questa iperconnessione. A farne le spese, soprattutto, è la generazione Z, quella dei nati tra il 1997 e il 2012. Ansia, depressione, difficoltà relazionali sono in aumento, come osserva Tamar Mendelson della Johns Hopkins University: “Dall’avvento degli smartphone abbiamo assistito a una crescita costante dei disturbi legati alla salute mentale nei giovani”.
Non si tratta di accusare la tecnologia in sé, ma di comprendere cosa stia sostituendo. Il tempo online, se diventa totalizzante, spesso ruba spazio a momenti fondamentali: il dialogo in famiglia, le ore di sonno, l’attività fisica, le amicizie vissute nel mondo reale.
Anche in Finlandia, con la ricerca biennale “School Health Promotion”, si è riscontrato un legame tra uso prolungato del telefono, mancanza di sonno e relazioni sociali più fragili. Le ragazze risultano le più vulnerabili: in media, passano sei ore al giorno davanti allo smartphone e lo controllano più di 100 volte al giorno. Una su sei mostra già segni di dipendenza dai social.
Cosa possiamo fare, allora, come famiglie e come comunità?
Una proposta arriva dal nord Europa: Meik Wiking, a capo dell’Happiness Research Institute di Copenaghen, invita a riscoprire il Dugnadsånd, lo “spirito comunitario” norvegese. Si tratta di un atteggiamento collettivo, un modo di prendersi cura l’uno dell’altro, collaborando per il bene comune. Che sia pulire un parco, aiutare un vicino, organizzare un’attività di quartiere: piccoli gesti che ricostruiscono legami e danno senso alla socialità.
Anche gli animali domestici si rivelano alleati preziosi. Una recente ricerca dell’Università del Kent ha stimato che la compagnia di un animale equivale, in termini di benessere percepito, a un valore di oltre 70.000 sterline. Secondo un sondaggio commissionato dalla multinazionale Mars, il 58% delle persone trova più conforto nel proprio cane o gatto che nei familiari o negli amici.
In Italia, secondo i dati Assalco-Doxa, il 43% delle famiglie ha almeno un animale domestico. Una compagnia silenziosa, ma essenziale, che contribuisce al nostro equilibrio emotivo.
Tornare a vivere pienamente relazioni autentiche, senza filtri né algoritmi, è un’esigenza profonda. Come scrive Serena Mazzini, esperta italiana di comunicazione digitale, nel suo recente libro Il lato oscuro dei social network: “Riprenderci il controllo significa guardare oltre gli schermi, riscoprendo il valore delle comunità fisiche che spesso abbiamo trascurato”.
Aristotele definì l’essere umano un animale sociale: capace di creare legami, costruire comunità, condividere emozioni. Non dimentichiamolo. Oggi, forse più che mai, vale la pena ricordarlo.


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