Italiani nel mondo

8 agosto 1956: l’infausto evento di Marcinelle

Di Umberto Fantauzzo

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Turi Scordu, surfataru,                                 

Turi Scordu a la finestra,                 

L’arba vinni senza luci,

abitanti a Mazzarinu                                     

a lu vitru appiccicatu,                        

Turi Scordu ddà ristava

cu lu Trenu di lu suli                                    

senza occhi, senza vucca,                  

Rosa Scordu lu strinceva

s’avvintura a lu distinu.                                

è un schelitru abbruciatu.                

nni li vrazza, e s’abbruciava.

Ignazio Buttita , noto poeta dialettale siciliano, alla notizia dell’immane sciagura in quel fatidico giorno dell’otto agosto 1956 che ha fatto precipitare nell’oscurità della morte l’intera comunità di un paese minerario Marcinelle,  una località di Charleroi in Belgio,  con estremo angoscia ha voluto comporre una funesta lirica poetica in idioma siciliano per tributare onore alla memoria delle 136 vittime italiane che hanno sacrificato la loro esistenza per aver affrontato il triste destino di un’inumana emigrazione dei tempi.

In quel maledetto giorno alle ore otto, poco dopo l’inizio del turno mattutino dalle viscere della miniera carbonifera del Bois du Cazier, si leva improvvisamente una’insolita colonna di fumo; una delle tante mogli  dei numerosi minatori italiani, dopo aver notato un’insolita fuoriuscita  di fumo nero dall’ingresso della miniera, un po’ sorpresa, si reca in casa della sua amica vicina per farle notare lo strano fenomeno del  fumo  proferendo le seguenti parole: ”Graziella! Vidisti tu lu fumu nivuru ca nesci da vucca da minera? sugnu tutta

Nell’infima profondità di circa mille metri si era sviluppato un incendio infernale le cui nefaste conseguenze hanno fatto precipitare tutti gli anditi della cava nel totale lugubre caos; funesto risultato dell’incendio: su 274 minatori che lavoravano in miniera, si totalizzava l’elevato numero di 262 morti bruciati o asfissiati, di cui 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 ungheresi, 3 algerini, 2 francesi,  1 inglese, 1 russo e 1 ucraino.

La dinamica dell’incidente è da reperire in un casuale equivoco comunicativo tra due dipendenti della società mineraria la cui mansione consisteva nel monitoraggio degli ascensori e. Alle otto e trenta del mattino di quel  maledetto giorno, un vagoncino pieno di carbone viene caricato in maniera maldisposta  nella gabbia dell’ascensore in salita, uno dei due manovratori, incurante dell’inopportunità del momento,  inoltra un messaggio di partenza al secondo collega che aveva il compito di azionare l’ascensore. Durante il percorso in salita dell’elevatore il vagoncino mal posizionato al suo passaggio  tranciando  due cavetti  elettrici  rompe nel contempo  un conduttore del combustibile ad altra pressione il cui liquido  va a sprizzare il cavetto tagliato, provocando una scintilla causante  l’esplosione di un violento incendio il cui fumo per immediato effetto della forte spinta d’aria dei ventilatori istantaneamente si diffonde nell’intero spazio minerario.

Da questa situazione d’emergenza  imprevista si sviluppa un comportamento  generalizzato di panico tra tutti i minatori in precipitosa fuga alla ricerca di una via di uscita, nessuna possibilità di salvezza in quanto il fuoco ed il denso fumo hanno invaso tutto lo spazio del più profondo livello minerario; tutti i 264 minatori  trovando una crudele morte, o bruciato o asfissiati, perirono all’istante.

Le numerose perizie effettuate dopo l’incidente, all’unisono hanno costatato la mancanza di efficienti misure di sicurezza: per  ventilazione, mancanza  di dispositivi  antincendio , obsoleti  impianti  elettrici e meccanici; enorme negligenza affiancata da incompetenza di monitoraggio.

Come riferisce Ignazio Silone, la sua diletta terra d’Abruzzo nel 1945 attraversava una fase di crudele realtà di miseria e fame, un avverso  evento storico-sociale postbellico, che costrinse giovanissimi soggetti umani  ad emigrare verso la Francia, Svizzera, Inghilterra e Belgio, i quali lasciando con dolore i loro affetti familiari, l’ amata terra natia ed amici, nel tentativo di ovviare alla penosa miseria e fame,  si recavano in lungo e in largo l’Europa  alla disperata ricerca di un lavoro che garantisse loro di guadagnare  con onesta dignità un amaro tozzo di pane che il  paese  di provenienza gli aveva spudoratamente negato.

Nell’immediato periodo postbellico la manovalanza generica in Italia abbondava a iosa, ma il paese aveva bisogno di energie come il carbone; il Belgio invece con le sue miniere di carbone era molto ricco di energie ma la manovalanza che occorreva per l’estrazione delle risorse energetiche  era molto deficitaria.

Il primo ministro belga Achille von Acker  per superare “la battaglia du sharbon”  per sua iniziaziativa strinse un accordo con l’Italia che venne firmato in data 27 aprile i947 dal responsabile ministro del lavoro italiano Amintore Fanfani. Il protocollo di tale negoziato bilaterale chiamato “ uomo carbone”  prevedeva l’invio di 50000 unità lavorative italiane in cambio di sacchi di carbone; effettivamente il numero di lavoratori italiani trasferitisi in Belgio raggiungeva un contingente di oltre 63000.

Ovviamente un accordo infame soprattutto da parte italiana che vendeva esseri  umani per sacchi di carbone, conformemente all’aforisma dell’intellettuale elvetico Max Frish “ Wir haben Arbeitskraefte gerufen, und es sind Menschen gekommen”!  (abbiamo chiamato forze lavoro, e sono arrivati creature  umane).

Una malvagia, inumana  ed immorale politica d’emigrazione auspicata e praticata sfacciatamente dai caporali politici del defunto partito  “Democrazia Cristiana”, nel cui manto della pietà cristiana ospitava numerosi esponenti della mafia rigenerata e residui del fallito partito fascista come Amintore Fanfani,  fautore  zelante del corporativismo mussoliniano e simpatizzante della mafia palermitana; a costui , in quanto firmatario del crudele accordo, come al suo intimo amico e collega di partito  Alcide De Gasperi, il quale, nel suo ruolo di capo del governo, rivolgendosi ai poveri disoccupati con sfrontatezza, affermava “imparino le lingue ed emigrino” va ascritta la responsabilità morale e umana  della sciagura  di Marcinelle.

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