Villa Ottolenghi tra mito e realtà

Vista panoramica di Villa Ottolenghi Wedekind ad Acqui Terme con vigneti, colline del Monferrato e il Mausoleo nel parco

Dietro la bellezza di un luogo si intrecciano sempre storie, percezioni e identità.

Villa Ottolenghi Wedekind, simbolo di eccellenza e patrimonio artistico, vive da oltre un secolo un rapporto complesso con il territorio che la circonda.

In questa seconda parte dell’intervista, Silvia Invernizzi ripercorre il legame con Acqui Terme, tra memoria storica, dinamiche sociali e vissuto personale, offrendo uno sguardo autentico su ciò che significa abitare – e custodire – un luogo così carico di significato.

Leggi qui la prima parte dell’intervista a Silvia Invernizzi


Villa Ottolenghi è una perla acquese, che va a aumentare con la sua vegetazione, la sua architettura e le sue opere d’arte, il fascino della cittadina.

Il rapporto di Villa Ottolenghi Wedekind con Acqui Terme è sempre stato molto complesso. Io vengo da una piccola cittadina lombarda alle porte di Milano e, all’inizio, ho fatto molta fatica a comprendere le dinamiche di questo rapporto di amore/odio nei confronti di una struttura che, come ben dici tu, per Acqui non può che rappresentare un fiore all’occhiello all’interno di un tessuto storico già molto ricco. È stato solo convivendo con loro, osservando le loro connotazioni territoriali e culturali, che ho capito.

Lo sbarco ad Acqui Terme dei Conti Ottolenghi con il loro grandioso progetto all’inizio del XX secolo aveva rappresentato una immensa risorsa economico-finanziaria in un territorio legato alla stagionalità della vigna.

Le Terme rappresentavano un bene comune che portava benessere solo a coloro che appartenevano direttamente al suo indotto, ma la massima parte della popolazione era dedita alla coltivazione, alla cura delle vigne e infine alla vinificazione.

L’immenso cantiere ventennale brulicante intorno alla Villa ed al Mausoleo hanno costituito un’occasione di ampio respiro, rappresentando un lavoro sicuro per più di una generazione di acquesi. Muratori, scalpellini, intagliatori, marmisti, carrettieri, carradori salivano e scendevano senza soluzione di continuità.  Ancora oggi, i loro discendenti ricordano le figure di Herta ed Arturo dai racconti dei nonni: lei, una donna grande e grossa con improbabili cappellini in testa e scarpe da uomo ai piedi, lui un affabile personaggio che scendeva in paese con quattro cani e una capra. Ma, soprattutto, ne ricordano la generosità in fatto di elargizioni di denaro.

L’arrivo di loro figlio Astolfo ad Acqui segna la svolta: ai modi amichevoli ed originali dei genitori si sostituiscono una certa incapacità relazionale peggiorata dalla poca dimestichezza con la lingua italiana del nuovo Conte (era cresciuto negli Stati Uniti e parlava un italiano stentato) e un atteggiamento impregnato di alterigia della Contessa Cilla. Ma a fare la differenza fu sostanzialmente il venir meno della capacità economica della famiglia e la necessità, per questo, di fermare i lavori.

Da quel momento, Villa Ottolenghi Wedekind ed i suoi residenti diventano i “ricchi” che guardano (e dominano) Acqui Terme dall’alto della loro terrazza del belvedere.

E dopo?

Con il passare del tempo, la Villa decade insieme ai suoi abitanti e, al nostro arrivo nel 2006, prima vince la curiosità per lasciare spazio, più tardi, alla sensazione che in Villa si fossero insediati nuovi ricchi per di più, come dicono loro, “foresti”.

Nell’immaginario degli acquesi, per quanto non esista alcun rapporto di parentela con gli Ottolenghi Wedekind, noi veniamo idealizzati come i nobili delle rappresentazioni cinematografiche.

Un esempio tra tutti: una volta mi è stata chiesta la disponibilità di alcune sale della Villa per l’organizzazione di un compleanno importante di una figura acquese di spicco.

I preparativi sono cominciati con largo anticipo e per un’intera settimana ho lavorato a fianco a fianco con i figli del festeggiato.

Alla vigilia dell’evento, costretta a rientrare a Milano, passo a salutare la comitiva ed uno di loro, mentre mi stringe la mano mi dice, “peccato però che non abbiamo potuto conoscere la proprietaria”, al che rispondo “in realtà io sono Silvia Invernizzi”.

Per tutta risposta mi viene fatto notare che la mia disponibilità, il mio abbigliamento (jeans e maglietta) ed il mio modo di fare non si addiceva ad una persona di alto lignaggio quale, probabilmente, nella loro testa io dovevo essere.

Da quel momento tengo sempre una gonna corredata di strascico e crinoline ed una tiara in rubini nell’armadio della mia camera in Villa, che possono sempre tornarmi utili.

Purtroppo, non sempre il rapporto con le autorità è stato soddisfacente. È cambiato qualcosa? O secondo te Acqui, dopo l’abbandono delle Terme, è destinata solo alla decadenza?

In questi vent’anni, abbiamo aperto i nostri cancelli alla città in moltissime occasioni: ospitiamo eventi del Comune a titolo gratuito, nelle nostre possibilità cerchiamo di rappresentare al meglio il territorio e, più di una volta, ci siamo schierati al fianco della cittadinanza per quanto riguarda la tragica fine delle Terme. L’avvicendarsi delle Amministrazioni comunali non aiuta ma, nel recente, abbiamo sempre collaborato in modo fattivo.

La tragica fine delle Terme ci ha tolto qualche numero per quanto riguarda i visitatori giornalieri, ma non ha inciso in modo determinante sulle nostre attività. Crediamo di essere una struttura che, seppur geograficamente adagiata sulle colline del Monferrato, può vantare un indotto ben più ampio ed internazionale.

Ho letto che Villa Ottolenghi sarebbe in vendita. Se è vero, quali sono le ragioni che ti hanno spinta a questa decisione? Decisione che fa tremare molti, visto che la speculazione su luoghi naturali e storici potrebbe essere all’angolo.

Villa Ottolenghi Wedekind è stata sempre sul mercato immobiliare per il semplice motivo che siamo imprenditori e, come tali, facciamo investimenti. Ed ogni investimento, perché sia tale, deve generare profitto ma, in questo caso, specifico, ad una condizione: che i futuri ipotetici acquirenti elevino ancora di più le potenzialità della Villa. Sono vent’anni che siamo qui e questo ben ti fa capire con quanta calma e prudenza prendiamo in considerazione le offerte.

Abbiamo messo moltissimi paletti che spaventano – oltre alle dimensioni dell’investimento e della capienza finanziaria necessaria per il mantenimento – e questo allontana gli speculatori.

Copertina del libro “La regola dei tre” di Silvia Invernizzi

Ti sei dedicata anche alla scrittura. Puoi parlarmi dei tuoi libri? Pensi di continuare nonostante la scarsità di tempo a tua disposizione?

Quando ci siamo conosciute venivo da un momento di grande fragilità personale. Mio fratello Alessandro, il più piccolo, era appena venuto a mancare ed io non avevo trovato altro modo per contenere il mio dolore che scrivere. Lui credeva moltissimo in questa mia capacità comunicativa, e la mia era quasi una ricerca di conferme in un mondo che era andato a pezzi.

Oggi, a distanza di quasi 6 anni, ho capito che posso esprimermi attraverso tutte le forme dell’arte, anche dipingendo. La mancanza di tempo diventa una sfida da vincere, raccontando di me sulla tela. Nel frattempo ho scoperto che anche Herta, prima di dedicarsi alle Arti Applicate, era stata una scrittrice.

Lei fermava sulla pagina il suo sentire attraverso la poesia, io ho usato la prosa, ma ciò che conta è la ricchezza del giardino segreto che entrambe abbiamo dentro e l’urgenza di raccontarlo al mondo attraverso parole e colori. Un giardino molto simile a quello che abbraccia Villa Ottolenghi Wedekind, che ci fa sentire protette e comprese.

Luisa Pavesio

 

Alcuni quadri di Silvia Invernizzi

 

 

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