Una mattina qualsiasi, in una moschea di periferia. Alcuni bambini, anche piccolissimi, sono inginocchiati in silenzio, con la fronte sul tappeto. Nessuno sorride, nessuno sembra davvero presente. I loro gesti sono precisi, ripetuti come se li avessero memorizzati a forza. È una scena che può passare inosservata, ma che — finita sui social — ha suscitato un dibattito profondo e difficile.
C’è chi l’ha vista come l’aver dato la possibilità ai bambini di toccare con mano l’esperienza di altre religioni, come quella musulmana. C’è, invece, chi si preoccupa. Perché quei bambini non sembrano partecipare davvero: seguono una regola, ma non si capisce se la comprendano. E viene naturale chiedersi: è giusto guidarli in questo modo così rigido, così presto?
Non si tratta solo dell’Islam. Anche nella religione cattolica, in molte famiglie e scuole, molti bambini vengono avviati a riti e precetti fin dalla primissima infanzia: battesimi, messe, catechismo, preghiere a memoria. Ma un bambino può davvero capire? O semplicemente esegue ciò che gli adulti gli dicono?
L’intento può anche essere buono: trasmettere valori, tradizioni, senso di appartenenza. Ma il rischio è alto quando si confonde l’educazione con la pressione, la guida con l’obbligo. Se un bambino prega perché lo vuole, è un conto. Se lo fa per paura, per dovere o perché “così si deve fare”, è un altro.
I più piccoli imparano attraverso il gioco, il dialogo, l’esplorazione. Se invece insegnamo loro che inginocchiarsi è giusto, che stare zitti è meglio, che obbedire è un dovere… allora forse stiamo togliendo qualcosa. La libertà di pensare, di mettere in dubbio, di scegliere quando saranno pronti.
Certo, ogni famiglia ha il diritto di trasmettere la propria fede. Ma è altrettanto vero che ogni bambino ha il diritto di crescere senza sentirsi obbligato a credere in qualcosa che non conosce. La religione dovrebbe essere una scelta, non una divisa da indossare fin da piccoli.
Il problema non è la religione in sé. Ma il modo in cui viene trasmessa. Non è una questione di Islam o di Cristianesimo. È una questione di rispetto per l’infanzia.
Un bambino ha il diritto di correre, di giocare, di sbagliare. Anche di dire “non lo so” quando si parla di Dio. Ha il diritto a una spiritualità che non sia un copione da recitare, ma un’esperienza da scoprire. Col tempo, con curiosità, con libertà.
Perché la libertà religiosa è sacra, ma non può mai venire prima della libertà di un bambino di restare bambino: curioso, libero, capace di esplorare il mondo senza sentirsi costretto a credere.
Maria Bernasconi


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