Giovani e violenza: un grido di aiuto nascosto nella rabbia

Oggi sempre più spesso sentiamo parlare di violenza tra i giovani. È una realtà difficile da accettare, ma che non possiamo più ignorare. Ragazzi e ragazze anche molto giovani si trovano coinvolti in risse, atti di bullismo, aggressioni fisiche e verbali, episodi spesso documentati e condivisi sui social come se fossero una sfida o un gioco. Ma dietro questi comportamenti c’è molto di più: c’è disagio, c’è solitudine, c’è un bisogno urgente di essere ascoltati e compresi.

In Italia, quasi 4 ragazzi su 10 tra i 15 e i 19 anni hanno partecipato almeno una volta a una rissa nell’ultimo anno. Non si tratta solo di numeri: sono storie vere, vissute nei cortili delle scuole, nelle piazze, fuori dai centri commerciali. Anche in Svizzera, e in particolare nel Canton Ticino, le autorità segnalano un aumento dei reati compiuti da minorenni, alcuni molto gravi, altri nati da situazioni che sembrano banali ma che degenerano in violenza. A preoccupare è anche la crescita degli episodi legati al web, come la diffusione di immagini umilianti o l’organizzazione di “spedizioni punitive” via chat.

Ci si chiede spesso il perché. I motivi sono tanti e intrecciati tra loro. I giovani di oggi vivono in un mondo che li bombarda di immagini, aspettative e pressioni. La pandemia, l’insicurezza sul futuro, la solitudine nascosta dietro uno schermo e, in certi casi, la mancanza di figure adulte di riferimento, hanno lasciato ferite profonde. La rabbia spesso nasce dal sentirsi invisibili, dal non trovare un posto nel mondo, dal non essere ascoltati. E a volte si trasforma in violenza, quasi fosse un modo per gridare “ci sono anche io”.

Non possiamo lasciare soli questi ragazzi. Serve ascolto, attenzione, presenza. La famiglia, la scuola, le istituzioni devono collaborare per offrire spazi dove i giovani possano esprimersi senza paura, imparare a gestire le emozioni, scoprire altri modi per farsi sentire. Anche i social devono diventare luoghi più sicuri e consapevoli, dove non si alimenta l’odio ma si costruisce il rispetto.

Parlare di violenza giovanile non significa giudicare, ma cercare di capire. E capire è il primo passo per cambiare. Perché dietro ogni gesto violento c’è una persona che, forse, sta solo cercando un modo per chiedere aiuto.

Chiara Bernasconi

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