I nostri soldi—sia essi dollari, yen, euro, rubli, franchi o gli improbabili dalasi del Gambia (diviso in 100 ‘bututi’)—non hanno valore intrinseco. Questo non è nuovo. Le banconote classiche, semplici pezzi di carta, non avevano alcun valore intrinseco. Ora che i soldi sono principalmente costituiti da fugaci ‘bits and bytes’ elettronici, il loro valore è solo una speranza che qualcuno possa scambiarli con qualcun altro.
In ultima analisi, i soldi sono più un “metodo” che una “cosa” sostanziale. Servono a trasferire valore tra le persone e le entità commerciali e finanziarie. Da cosa nasce questo valore? Potremmo pensare che derivi dal lavoro, ma in molti casi non è così. È interessante notare che il vero valore di uno strumento di pagamento diventa reale solo quando viene scambiato, quando viene concretizzato in un bene o un’azione. Tra gli scambi, il denaro è solo un’idea effimera, se non una speranza.
In altre parole, oggi i soldi valgono solo per ciò che possono acquistare, né più né meno. Si è perso quel legame “mistico” che sembrava conferire un valore alla moneta in sé, un valore non determinato dal comando di un governo, ma dalla scarsità del metallo utilizzato per il conio, una garanzia “naturale”, immune dalle incertezze politiche.
Questo era il principio alla base del denarius romano, forse il sistema valutario più notevole mai esistito. È anche il motivo per cui molte lingue conservano ancora oggi il nome della moneta romana: denaro in Italia, dinero in Spagna, dinar nei paesi arabi, dinar anche in Serbia e nell’ex Jugoslavia, dinheiro in Portogallo, denar in Slovenia, e così via. Questa usanza persisteva anche in Inghilterra, dove prima della “decimalizzazione” della sterlina nel 1970, il sistema di pounds, shillings e pence si abbreviava “£sd”, dalle denominazioni latine di librae, solidi, e denarii.
Per più di cinque secoli, il denarius è stata la valuta principale che circolava liberamente in un territorio che andava dall’Ovest della Scozia fino ben oltre i confini dell’Iraq odierno ad Est. Anche dopo essere stato superato, il denario rimase per lungo tempo l’unità di conto per definire il valore di altre monete, come il successivo antoniniano introdotto nella metà del III secolo d.C., che valeva il doppio di un denario.
Ancora oggi non è raro trovare monete romane negli scavi di antiche tombe in Cina, India, Russia e Mongolia. Perché? Perché i denari valevano ciò che valevano, indipendentemente dal “colore politico” del territorio, e non era necessario avere un cellulare o una carta di credito per spenderli.


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