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L’italiano che conquista il mondo

Lingua italiana nel mondo significa molto più che parlare la lingua di Dante. Oggi l’italiano attraversa le frontiere, entra nelle università, accompagna musica, cinema, cucina, moda, design e tecnologia e continua ad affascinare anche persone che con l’Italia non hanno alcun legame familiare.

È forse questo uno degli aspetti più interessanti della nostra lingua: non è soltanto l’idioma di un Paese. Nel tempo è diventata anche uno dei modi attraverso i quali l’Italia viene conosciuta, immaginata e raccontata nel mondo.

E mentre l’inglese domina gran parte della comunicazione internazionale, l’italiano continua a esercitare un’attrazione particolare.

Perché?

Una lingua che porta con sé un’immagine

Ci sono lingue che scegliamo soprattutto perché servono.

L’italiano viene spesso scelto anche perché piace.

Il suo suono, certamente. Ma non soltanto.

Chi comincia a studiarlo entra quasi inevitabilmente in contatto con un universo molto più grande: letteratura, arte, musica, cinema, cucina, paesaggio, moda e design.

Alcune parole italiane hanno attraversato le frontiere insieme alle realtà che rappresentano.

Basta pensare alla musica: adagio, allegro, crescendo, soprano, concerto. Termini nati nella nostra lingua che appartengono ormai al vocabolario musicale internazionale.

E poi ci sono parole che praticamente non hanno più bisogno di traduzione: pizza, pasta, espresso, cappuccino.

Piccole ambasciatrici linguistiche che incontriamo quasi ovunque.

Dall’opera lirica ai social network

Per secoli una delle grandi strade attraverso le quali l’italiano ha viaggiato nel mondo è stata la musica.

Poi sono arrivati il cinema, la canzone, la moda e il design.

Oggi la circolazione della lingua passa anche attraverso piattaforme digitali, serie televisive e social network.

L’italiano contemporaneo non vive dunque soltanto nei libri o nelle aule universitarie.

Viaggia attraverso una canzone ascoltata a Zurigo, un film visto a Buenos Aires, una ricetta cercata online a Tokyo o un video pubblicato da un ragazzo che studia italiano dall’altra parte del mondo.

Cambiano gli strumenti, ma la lingua continua a viaggiare.

Perché qualcuno decide di imparare l’italiano?

È probabilmente la domanda più interessante.

Le motivazioni possono essere molto diverse.

C’è chi vuole leggere Dante senza traduzione, chi ama il cinema italiano, chi sogna un viaggio nel nostro Paese e chi vuole comprendere meglio l’arte, la musica o la cucina.

C’è chi lo studia per lavoro e chi semplicemente perché ama il suono della lingua.

Ed esiste poi una motivazione completamente diversa: quella dei discendenti dell’emigrazione italiana.

Per loro imparare o recuperare l’italiano può significare qualcosa di più che acquisire una competenza linguistica.

Può voler dire ritrovare una parte della propria storia.

La lingua delle famiglie italiane all’estero

Lo vediamo bene anche in Svizzera.

Per molte famiglie italiane emigrate nel secolo scorso la lingua ha rappresentato uno dei legami più forti con il Paese d’origine.

Ma non sempre è stata trasmessa nello stesso modo.

La prima generazione poteva parlare prevalentemente il dialetto del proprio paese o della propria regione. I figli imparavano l’italiano anche attraverso la scuola, le associazioni e la comunità italiana. I nipoti, invece, potevano crescere parlando soprattutto tedesco, francese o la lingua del luogo in cui vivevano.

Così, nel giro di poche generazioni, l’italiano poteva trasformarsi da lingua quotidiana a lingua delle origini.

Ed è proprio allora che può nascere il desiderio di recuperarla.

Una parola ricordata dai nonni, una canzone ascoltata da bambini, una vecchia lettera conservata in un cassetto possono diventare il punto di partenza per riavvicinarsi a una lingua che appartiene alla propria storia familiare.

Anche i dialetti hanno attraversato le frontiere

C’è poi un’altra Italia linguistica che ha viaggiato insieme agli emigranti: quella dei dialetti.

Napoletano, siciliano, veneto, calabrese, piemontese e decine di altre parlate locali sono arrivate nelle comunità italiane sparse nel mondo.

Per molti emigrati il dialetto era addirittura la vera lingua di casa.

Oggi quelle parlate non appartengono necessariamente soltanto alla memoria degli anziani. Anche la musica contemporanea le sta riscoprendo, mescolando italiano, dialetto e linguaggi globali.

È quasi un paradosso: nell’epoca della comunicazione mondiale, proprio gli strumenti più globali possono offrire nuova vita alle lingue più locali.

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Una “lingua geniale” per raccontare l’Italia di oggi

Proprio alla capacità dell’italiano di raccontare non soltanto il passato, ma anche l’Italia contemporanea, è dedicata la XXVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, in programma dal 19 al 25 ottobre 2026.

Il tema scelto quest’anno dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale è “Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l’italiano”.

Un titolo che invita volutamente a guardare in avanti.

L’italiano è certamente la lingua di Dante, dell’opera e di una straordinaria tradizione artistica e letteraria. Ma è anche una lingua con la quale oggi si progettano oggetti, si fa ricerca, si crea moda, si racconta il design e si sviluppano idee.

Il Ministero richiama infatti tecnologia, scienza, ingegneria, design, moda e gastronomia, insieme a letteratura, arte e storia, tra le espressioni del saper fare che l’Italia porta nel mondo attraverso la propria lingua.

Dal 2001 una settimana dedicata all’italiano

La Settimana della Lingua Italiana nel Mondo è nata nel 2001 e si svolge ogni anno nella terza settimana di ottobre.

È organizzata dalla rete diplomatico-consolare e dagli Istituti Italiani di Cultura insieme ai principali soggetti impegnati nella promozione della lingua italiana. Nel tempo è diventata, secondo il MAECI, la principale rassegna internazionale dedicata alla nostra lingua e si svolge sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.

Tra i partner compare anche il Governo della Confederazione Elvetica, insieme, tra gli altri, all’Accademia della Crusca, al CGIE, a Treccani, RAI Italia e alla Società Dante Alighieri.

L’edizione di quest’anno sta già dando origine a iniziative molto diverse nel mondo. A Shanghai, per esempio, l’Istituto Italiano di Cultura ha lanciato un concorso universitario interdisciplinare che mette in relazione l’italiano con design, architettura, moda, tecnologia e persino intelligenza artificiale.

È un esempio concreto di quanto sia cambiato il modo di raccontare la nostra lingua.

Una lingua che continua a cambiare

Naturalmente l’italiano che viaggia oggi non è quello di cento anni fa.

Entrano parole straniere, cambiano le forme della comunicazione, nascono nuove espressioni e il parlato influenza sempre più lo scritto.

È normale che accada.

Una lingua utilizzata quotidianamente non può rimanere immobile.

Difendere l’italiano, allora, non significa necessariamente congelarlo in una forma perfetta e intoccabile. Significa conoscerlo, utilizzarlo e soprattutto continuare a trasmetterlo.

La lingua italiana nel mondo, tra passato e futuro

Forse è proprio qui che si trova il segreto della capacità dell’italiano di attraversare le frontiere.

La nostra lingua porta con sé qualcosa che va oltre le parole.

Chi comincia a imparare a dire buongiorno incontra inevitabilmente anche un Paese fatto di città, arte, musica, cucina, gesti, storia e straordinarie differenze regionali.

Per qualcuno è la lingua di una cultura amata.

Per un discendente dell’emigrazione può essere la lingua dei nonni.

Per un bambino italiano cresciuto in Svizzera può essere una delle lingue della propria identità.

Per uno studente di Shanghai può diventare la lingua attraverso la quale immaginare un progetto di design o parlare di intelligenza artificiale.

Sono storie completamente diverse, unite però dalla stessa lingua.

Ed è forse questa la conquista più importante: l’italiano non appartiene soltanto a chi vive in Italia. Appartiene anche a chi, in qualsiasi parte del mondo, decide di studiarlo, parlarlo e continuare a farlo vivere.


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