Le firme di alcuni personaggi importanti appaiono come un semplice scarabocchio, ma in realtà anche noi, per lo più, non ci discostiamo molto da questo standard. Dopotutto, ‘apporre la firma’ è un rito che utilizziamo per confermare la nostra identità su assegni o contratti. Non si tratta di vera e propria ‘scrittura’. La firma dovrebbe attestare che il firmatario ha preso coscienza del contenuto che autentica. È lo stesso principio che anima l’autografo richiesto dai fan di una celebrità o dai sostenitori di un atleta: “L’ha fatto con le sue mani!”
Tuttavia, la ‘firma firmata’ sta diventando obsoleta e rischia di scomparire. Già messa a repentaglio dall’avvento delle fotocopiatrici, la rivoluzione digitale le ha dato il colpo di grazia. Ma la legge evolve più lentamente della tecnologia, e il conflitto tra questi due ambiti diventa sempre più acceso. Chi ci assicura che una firma ‘digitale’ rappresenti davvero la volontà del presunto firmatario?
Questa questione è al centro di una causa legale inglese del valore di 400 milioni di dollari, che coinvolge Sangeev Gupta, noto come ‘Re dell’acciaio’ anglo-indiano, la sua finanziaria Greensill Capital e il gruppo assicurativo Zurich. Gli svizzeri accusano Gupta e Greensill di aver cospirato per presentare documenti finanziari risultati poi ‘non veritieri’ e firmati da Gupta, i quali avrebbero indotto Zurich a concedere una garanzia assicurativa basata sulla solidità finanziaria di un’operazione.
Greensill e Gupta respingono le accuse, sostenendo che la firma non rappresentava necessariamente quella ‘vera’ di Gupta, il quale, essendo alla guida di un ampio gruppo, “non può fisicamente firmare tutti i documenti per cui si richiede la sua approvazione”. Di conseguenza, spiegano, “è diventata prassi utilizzare un timbro della sua firma o una firma digitale, anche per documenti che lui non avrebbe potuto esaminare personalmente e forse nemmeno vedere…”
È improbabile che il processo si concentri sulla questione se Gupta abbia firmato ‘personalmente’ o meno; più probabilmente riguarderà le deleghe rilasciate e le sue responsabilità come leader del gruppo. Questa vicenda mette in evidenza come ‘la firma’ non sia più una garanzia di conoscenza diretta del presunto firmatario.
Al momento, non è emersa una valida alternativa alla ‘vecchia’ firma in inchiostro. Potrebbe una celebrità firmare il programma di un suo spettacolo con un PIN o un’impronta digitale?

