Andrea Del Guercio attraversa da decenni il mondo dell’arte tra insegnamento, ricerca, grandi esposizioni e progetti internazionali. Storico dell’arte, critico e curatore, nell’intervista di Luisa Pavesio racconta il suo percorso e riflette sull’arte contemporanea, sul rapporto con il sacro, sulle esperienze in Europa e in Cina e su quel sogno nel cassetto che ancora attende di diventare realtà.
Andrea Del Guercio, storico dell’arte, critico e curatore, è nato a Roma. Laureato nel 1978 a Firenze con Mina Gregori, è docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Brera e ideatore e coordinatore del Dipartimento di Arti e Antropologia del Sacro a Milano. Autore di numerose pubblicazioni, ha curato sezioni di importanti biennali nazionali (Venezia) e internazionali (Wuhan 2024/2025 e Chengdu 2023/2026). Al suo attivo numerose esposizioni in Italia e all’estero, in particolare in Francia e Germania, dove fra l’altro ha progettato e cura il ciclo Kaleidoskop (2017-2026).
Oltre agli incarichi istituzionali – dalla Fondazione Primo Conti di Fiesole all’Accademia di Brera fino all’attuale ruolo di membro del Comitato CNSPCA del Ministero della Cultura cinese, ha diretto il Simposio internazionale di scultura di Carrara, e dal 2014 al 2020 è stato direttore artistico della Five Gallery di Lugano. È consulente in materia di creazione di collezioni di arte contemporanea per Morningstar Italy, Barclays Italia e Farmaceutica Ganassini.
Qual è stata la Sua formazione?
La formazione che mi ha veramente segnato è stata quella longhiana, soprattutto mediata dalla grande Mina Gregori, che oggi ha compiuto ben 102 anni. E naturalmente molto devo a Firenze e al suo patrimonio storico e artistico. Il metodo di questi alti studi storici lo applico anche all’arte contemporanea, cui oggi mi dedico. In qualche modo: l’arte contemporanea dialoga con la storia…. Questo è il mio modo di vivere la contemporaneità.
La Sua risposta mi fa pensare alla difficoltà che riscontro a volte nel pubblico quando si confronta con l’arte contemporanea…
Come tutte le materie, detto in breve, si deve studiare prima di confrontarsi. Il pubblico generalista vive magari l’arte contemporanea dal punto di vista mondano, come evento. E invece, non si deve dimenticare che anche dietro all’arte contemporanea c’è un lavoro. Se vado da un antiquario devo prepararmi, e allo stesso modo prima di andare a una mostra mi devo informare. Non parlo di grandi competenze e conoscenze, perché di fronte all’opera interviene anche la sensibilità soggettiva.
Lei insegna nel Dipartimento di Arti e Antropologia del Sacro. In questo contesto si deve intendere il sacro come iconografia artistica o in senso strettamente religioso?
Superfluo dire come tutto il nostro patrimonio artistico europeo sia intriso di sacro… Ma anche in questo caso riprendo il discorso di prima, si parte dalla conoscenza ma poi interviene la sensibilità.
All’origine ci sono la teologia e la liturgia che, banalizzando il concetto, è essa stessa con i suoi riti una sorta di teatro che parla alla nostra emozionalità.
Anche l’arte contemporanea assolutamente profana dialoga con il sacro. Per esempio, pensiamo al Matisse della Cappella del Rosario a Vence, o al rapporto di Rothko con la sacralità… Molto pregnante è il caso di Jackson Pollock nell’opera “Pali azzurri”. Noi la vediamo come una grande tela, pensata in questa forma, ma in realtà era un lavoro per una vetrata di 12 metri destinata a una chiesa di Long Island mai realizzata. Anche qui possiamo interpretare in base alla nostra sensibilità le sue forme allungate come una Crocefissione, magari una Crocefissione collettiva…
Effettivamente l’arte contemporanea offre all’Artista una maggiore libertà.
Sì, l’Artista oggi non è più schiavo della committenza come nel Rinascimento, a parte l’ultimo Michelangelo, che si libera di questa soggezione. Purtroppo però la libertà si paga, e lo si vede nella fatica dell’Artista ai nostri tempi.

Quali sono le mostre che Le piace ricordare come tappe fondamentali della Sua carriera?
Beh, il mio lancio è legato al 1988, quando il Direttore della Biennale di Venezia mi incaricò la curatela di una mostra di scultura “Scultori ai Giardini”. L’invito seguiva un’importante antologica di Henry Moore realizzata nel 1972 al Forte di Belvedere a Firenze, che in qualche modo rappresentò l’avvio delle grandi mostre. Nell’esposizione scultorea della Biennale veneziana introdussi molti Artisti, anche giovani (Andrea Cascella, Paladino, Chia, Nagasawa). Ma devo dire che io non ho mai proceduto per singoli eventi, bensì attraverso cicli, basati in particolare sulla convinzione che l’arte nasca per una “casa”. Anche il Louvre, in fondo, è una casa, sia pure molto regale e fastosa, non un deposito di opere.
Pure in una casa abbiamo l’abitudine di datare i quadri in base alla generazione che li ha acquistati – il quadro del nonno o del bisnonno – come facciamo per i libri della biblioteca di famiglia. E infatti ho realizzato in Cina, dove vado regolarmente, sezioni espositive per biennali intitolate proprio “Quando il Museo è la mia casa”…
Nonostante la Sua cultura, riesce a veicolare molto anche ai non specialisti. Immagino che questo Le derivi dall’esperienza come docente, abituato a tradurre concetti complicati in un linguaggio accessibile.
Insegno da 43 anni. Appena pochi minuti fa ho terminato una lezione…
Vedo che ha un rapporto stretto anche con il mondo germanofono.
La storia dell’arte così come la concepiamo oggi ha origine proprio in Germania, a parte il caso di Vasari in Italia con “Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, che tracciava una prima cultura dell’arte. Tornando alla Germania, era logico quindi che ci andassi. Ho cominciato da Magonza, poi Colonia e Friburgo. A Friburgo ho anche avuto casa fino all’epoca del Covid quando non si poteva più circolare. E a Friburgo è nato Kaleidoskop.
Sono stato molto anche in Francia, perché mia mamma era una francesista e con la famiglia siamo vissuti a lungo a Parigi. Diciamo che in Germania e in Francia ho potuto presentare e far approvare progetti che in Italia non avrebbero trovato accoglienza. Per esempio, a Milano Palazzo Reale di solito accoglie progetti sostenuti dal punto di vista finanziario, è questo il criterio di selezione…. Comunque non sono mai stato localista, mi piace professarmi almeno europeo. Pensiamo solo all’importanza della Rivoluzione francese nella storia mondiale.
La forza dei Paesi germanofoni sta nei Kunstvereine, queste associazioni che nascono nelle varie comunità, moltiplicando i luoghi espositivi in un tessuto ampio e capillare. Noi abbiamo – ma all’estero – gli Istituti Italiani di Cultura che Lei conosce direttamente. Ora sono in contatto con l’Istituto di Copenhagen per portare Kaleidoskop.
Mi può parlare di Kaleidoskop?
Il progetto nasce nel 2013. Il caleidoscopio è uno strumento scientifico che ci mostra la continua variabilità e molteplicità del reale. La mia intenzione con il progetto era porre al centro l’esigenza di non chiudere le frontiere fra i linguaggi. La mostra si rinnova annualmente, ma oggi, dato il mio lungo percorso, preferisco delegare la selezione degli Artisti ai più giovani.
Kaleidoskop Mailand – Teil II
11.09 – 11.10.2026
Kulturwerk t66, Talstraße 66, 79102 Freiburg im Breisgau
Artisti: Concetta Modica e Julija Kasteluči
Curatori: Andrea del Guercio e Susanna Ravelli
Dove: Kulturwerk t66, Talstraße 66, 79102 Freiburg im Breisgau
Periodo: 11 settembre – 11 ottobre 2026
Progetto: Kaleidoskop, a cura di Andrea Del Guercio
Mi ha incuriosita anche il fatto che Lei sia curatore d’arte di un Hotel di Salisburgo.
Sì, il progetto è nato da un incontro con un collezionista austriaco. Anche l’hotel è una “casa per un giorno”, come si dice… E poiché Salisburgo è la culla di Mozart, ogni camera è stata dipinta da un Artista e dedicata a un’opera mozartiana. E come tutti i progetti dall’anima più sperimentalista, anche in questo caso mi avvalgo di giovani. Insegnando a Brera, cerco di coinvolgere i miei ex allievi nei progetti e introdurli nella professione…
Come è giusto! Riflettendo su ciò che diceva circa la difficoltà di realizzare progetti nel nostro Paese, mi chiedevo se Lei non avesse un sogno nel cassetto…
Sì, un sogno nel cassetto ce l’ho. “Del vedere del padre”, ovvero mostrare per immagini come un padre vede i figli, per esempio quando si allontanano da lui… Oggi si parla molto del dramma dei padri separati, che vivono in macchina assolutamente impoveriti e spesso disperati… Io vorrei recuperare la paternità per immagini, uscendo dallo stereotipo delle rappresentazioni della Sacra Famiglia, dove si vede sempre un S. Giuseppe anziano, defilato, non protagonista. Ma il progetto non è ancora definito.
Lei è padre, immagino.
Sì, di una giovane che ha scelto la carriera legale, non troppo lontano da me perché si occupa di diritto dell’arte….
Luisa Pavesio