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Eugenio Viola: «Il MADRE deve diventare sempre più un luogo di produzione»

Eugenio Viola torna a Napoli per guidare il MADRE, il Museo d’arte contemporanea Donnaregina, dopo un percorso professionale che lo ha portato a lavorare con artisti e istituzioni in diversi Paesi del mondo. Curatore e critico d’arte di fama internazionale, Viola ritrova oggi il museo nel quale aveva già lavorato dal 2009 al 2016, questa volta nel ruolo di direttore.

Nell’intervista realizzata per L’ECO da Luisa Pavesio, Eugenio Viola ripercorre le tappe della propria formazione e della carriera internazionale, racconta il suo rapporto con Napoli e illustra la visione con cui si prepara a guidare il MADRE. Al centro, un museo sempre più aperto alla produzione artistica, alle nuove generazioni e al dialogo con il Mediterraneo e con la scena contemporanea internazionale.

Di seguito pubblichiamo integralmente l’intervista.


Eugenio Viola, nato a Napoli nel 1975, critico e curatore d’arte pluripremiato, è stato definito nel 2014 dalla rivista inglese Apollo “uno dei giovani più talentuosi e stimolanti” del mondo dell’arte odierna. Autore di saggi e pubblicazioni internazionali, sua è un’importante monografia dedicata a Marina Abramovic. A livello internazionale ha curato il padiglione estone della 56ª Biennale veneziana, ed è stato curatore capo al Museo di Arte moderna MAMBO di Bogotá e Senior Curator al Perth Institute for Contemporary Arts. Oggi torna nella sua città natale come Direttore del Museo di arte contemporanea MADRE, dove già aveva rivestito il ruolo di curatore dal 2009 al 2016.

Pur in età ancor giovane, il Suo è un curricolo ricchissimo di esperienze che L’hanno portata in ogni parte del mondo. Si tratta di una vocazione cosmopolita o di semplici occasioni, nel miglior senso del termine?

Direi entrambe le cose. Le occasioni sono importanti, naturalmente, ma bisogna anche essere disposti ad accoglierle, a spostarsi, a uscire dalla propria zona di comfort e a misurarsi con contesti culturali molto diversi. Il mio percorso ha assunto abbastanza presto una dimensione internazionale, che non ho mai vissuto come una fuga dall’Italia, quanto piuttosto come un progressivo ampliamento dello sguardo.

Questa dimensione cosmopolita ha inevitabilmente modificato anche il mio modo di intendere il museo e la pratica curatoriale. Mi interessa lavorare a partire dai luoghi, senza però considerarli come realtà isolate. Ogni territorio è attraversato da storie, migrazioni, conflitti, memorie e relazioni che lo connettono al resto del mondo. In questo senso, anche il mio ritorno a Napoli non rappresenta una chiusura del cerchio, ma l’inizio di una nuova traiettoria.

A proposito di biografia. Attraverso quali tappe e dove si è svolta la Sua formazione?

La mia formazione è iniziata a Napoli, dove mi sono laureato in Conservazione dei Beni Culturali. Successivamente mi sono trasferito a Milano, dove ho conseguito un master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive all’Accademia di Brera. Ho poi completato un dottorato di ricerca in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica all’Università di Salerno.

Alla formazione accademica si è però affiancata molto presto quella sul campo, per me altrettanto decisiva. Ho cominciato a lavorare con artisti e istituzioni, a scrivere, a curare mostre, confrontandomi direttamente con i problemi concreti della produzione culturale. Dal 2009 al 2016 sono stato curatore proprio al MADRE, un’esperienza fondamentale, che mi ha permesso di lavorare all’interno di un museo giovane, in una città complessa come Napoli, durante una fase particolarmente intensa della sua storia.

Credo molto in una formazione che non finisca mai. Fare il curatore significa continuare a studiare, viaggiare, ascoltare e mettere costantemente in discussione gli strumenti attraverso i quali interpretiamo il presente.

Non Le sono mancati i riconoscimenti, da quello di Artribune nel 2016 come miglior curatore a quello della rivista inglese Apollo. A che cosa crede si debba l’attenzione che Le hanno dedicato e Le dedicano gli addetti ai lavori?

È una domanda alla quale non è semplicissimo rispondere senza rischiare di essere autoreferenziali. I riconoscimenti fanno naturalmente piacere, soprattutto perché testimoniano che un lavoro costruito nel tempo viene osservato e discusso anche al di fuori dei contesti nei quali nasce. Ma ho sempre cercato di considerarli una conseguenza, non un obiettivo.

Forse questa attenzione deriva dalla continuità di una ricerca che, pur attraversando geografie e istituzioni molto differenti, ha mantenuto alcuni nuclei riconoscibili. Mi sono sempre interessato ad artisti capaci di interrogare le contraddizioni del presente, alle questioni legate al corpo e all’identità, alle relazioni di potere, ai processi di decolonizzazione, alla memoria e alle trasformazioni sociali e politiche.

Ho inoltre cercato di intendere il ruolo curatoriale non come una posizione di autorità, ma come una pratica di mediazione e di responsabilità: nei confronti degli artisti, delle opere, delle istituzioni e, soprattutto, dei pubblici. Credo inoltre che una certa attenzione internazionale sia derivata dall’aver lavorato a lungo fuori dai centri tradizionali del sistema dell’arte, in America Latina come in Australia, senza considerarli mai delle periferie, ma luoghi dai quali è possibile produrre prospettive diverse sul contemporaneo.

È stato da poco nominato Direttore del Museo d’arte contemporanea napoletano MADRE. Potrebbe raccontare ai nostri lettori qualcosa del Museo? Come è organizzato, e quali sono le sue caratteristiche?

Il MADRE è un museo relativamente giovane, inaugurato nel 2005, ma in poco più di vent’anni è diventato una delle principali istituzioni italiane dedicate all’arte contemporanea. Ha sede nel settecentesco Palazzo Donnaregina, nel cuore storico di Napoli, a pochi passi dal Duomo, e questa collocazione è già di per sé significativa: un museo contemporaneo immerso in una delle stratificazioni urbane, storiche e culturali più complesse d’Europa.

È il museo regionale d’arte contemporanea della Campania ed è gestito dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee. Possiede una collezione importante, sviluppatasi attraverso acquisizioni, commissioni e relazioni con artisti italiani e internazionali, e negli anni ha costruito un programma espositivo che ha portato a Napoli alcune delle figure più significative dell’arte degli ultimi decenni.

Museo MADRE di Napoli diretto da Eugenio Viola

Per me il MADRE ha soprattutto una caratteristica specifica: non può essere pensato come un museo indifferente al contesto nel quale si trova. Napoli non è semplicemente lo scenario che lo circonda, ma una materia con cui il museo deve confrontarsi continuamente. Allo stesso tempo, proprio per la storia e la posizione di questa città, il MADRE possiede una vocazione naturalmente mediterranea e internazionale. La sfida sarà rafforzare entrambe queste dimensioni, evitando tanto il localismo quanto un’internazionalità astratta e decontestualizzata.

Il mio rapporto con il museo, inoltre, è anche personale e professionale. Tornarvi oggi come direttore significa ritrovare un’istituzione che conosco profondamente, ma da una prospettiva completamente diversa e dopo dieci anni di esperienze internazionali.

Immagino che abbia già un “piano d’azione” per sfruttare al meglio questa occasione di guidare un’istituzione museale prestigiosa. Punta a un rinnovamento, a un rilancio o a una sostanziale conservazione, sia pure migliorativa?

Non credo che conservazione e rinnovamento debbano necessariamente contrapporsi. Un museo ha una storia, una memoria istituzionale, delle competenze e un patrimonio di relazioni che sarebbe sbagliato azzerare ogni volta che cambia una direzione. Ma deve anche essere capace di trasformarsi, soprattutto perché cambia continuamente il mondo al quale si rivolge.

Più che parlare di “rilancio”, termine che potrebbe suggerire l’idea di un’istituzione ferma, preferisco parlare di una nuova fase. Il MADRE ha alle spalle una storia importante. Il mio compito è partire da questa storia per proiettarla in avanti, rafforzandone l’identità e, allo stesso tempo, aggiornandone strumenti, linguaggi e modalità operative.

Sul piano culturale vorrei che il MADRE diventasse sempre più un luogo di produzione, e non soltanto di esposizione: un museo capace di commissionare nuove opere, generare ricerca, sostenere gli artisti e costruire relazioni durature tanto con il territorio quanto con una rete internazionale di istituzioni.

C’è poi una questione che considero centrale: il Mediterraneo. Napoli occupa una posizione geografica, storica e simbolica straordinaria e credo che il MADRE possa diventare uno dei luoghi europei nei quali ripensare criticamente il Mediterraneo contemporaneo: le sue rotte, le sue fratture, le migrazioni, le appartenenze, le identità e le trasformazioni culturali che lo attraversano.

Ha già dei progetti concreti per il MADRE, magari derivati da collaborazioni con istituzioni con cui è venuto in contatto? Penso per esempio a un’attenzione ai giovani artisti attraverso scambi, premi, residenze o quant’altro…

Sì, diversi progetti sono già in costruzione, anche se in questa fase preferisco non anticipare nomi o programmi che devono ancora essere formalizzati. Naturalmente metterò a disposizione del museo anche la rete di relazioni costruita negli ultimi vent’anni, ma mi interessa soprattutto che queste collaborazioni generino nuove occasioni di produzione, ricerca e scambio.

Una delle priorità sarà il sostegno alle nuove generazioni, attraverso strumenti che offrano possibilità concrete di crescita: commissioni, residenze, occasioni di confronto critico, mobilità e visibilità. Allo stesso tempo, vorrei rafforzare il dialogo con gli artisti che operano in Campania, creando relazioni meno episodiche e più continuative con il museo.

Non credo però alla categoria del “giovane artista” come valore automatico. Ciò che conta è la qualità e la necessità di una ricerca, la sua capacità di aprire prospettive nuove e di interrogare il presente, indipendentemente dall’età anagrafica.

Mi interessa inoltre sviluppare progetti nei quali artisti internazionali siano invitati non semplicemente a esporre, ma a produrre nuovi lavori a Napoli, entrando in relazione con la città, con le sue comunità e con il suo patrimonio materiale e immateriale.

L’obiettivo è costruire nel tempo un ecosistema: fare del MADRE un luogo in cui gli artisti possano non soltanto mostrare il proprio lavoro, ma trovare condizioni concrete per svilupparlo.

Luisa Pavesio


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