In un tempo in cui tutto tende alla velocità, all’effimero e all’apparenza, esistono luoghi che resistono, custodendo con rigore e sensibilità il valore autentico della Bellezza. Villa Ottolenghi Wedekind è uno di questi.
In questa intervista realizzata da Luisa Pavesio, Silvia Invernizzi racconta non solo il lavoro di conservazione e visione culturale che anima la Villa, ma anche una scelta controcorrente: quella di preservare, comprendere e trasmettere un patrimonio che non è solo architettonico, ma profondamente umano.
Di seguito la prima parte dell’intervista:
Silvia Invernizzi, laureata magistrale in Architettura al Politecnico milanese, da sempre è stata coinvolta nelle attività della famiglia, che spaziano dalle acque minerali alle Terme, dai formaggi al vino. Approdata a Villa Ottolenghi per passione, si occupa fra l’altro di formazione post laurea nelle professioni medico chirurgiche e riabilitative, dove insegna il senso del Bello ambientale come coadiuvante nelle terapie mediche. Ama dipingere ed è autrice di due libri (“La regola dei tre” e “Psicopatologia del genio condominiale”).
Da anni ormai sei la signora di Villa Ottolenghi, che deve tanto a un’altra donna importante e al suo eccezionale senso estetico, Herta von Wedekind. La Villa, bellissima, ha avuto necessità di restauri e rifacimenti in questi anni?
Villa Ottolenghi Wedekind, come qualsiasi bella donna agée, necessita di ritocchi e trucchetti perché possa apparire sempre al meglio. Come ben sai, sin da quando abbiamo acquistato l’intero complesso, è stata nostra ferma volontà non intervenire in modo drastico – anche se ci avrebbe reso la vita molto più facile – ma di continuare a mantenere l’originalità di questa complessa opera d’Arte.
Personalmente mi sono trovata più volte in difficoltà di fronte alle critiche di alcune persone che non hanno compreso quanto sarebbe stato molto più facile ed efficace anche per noi sostituire anziché mantenere, abbattere invece di curare. Un esempio per tutti: il prato dei nostri giardini.

Ci teniamo moltissimo a specificare che i prati di Villa Ottolenghi Wedekind sono quelli originali voluti dal paesaggista Piero Porcinai, in nephetamintula (una mentuccia di crescita spontanea che oggi è rintracciabile solo a piccole macchie nelle campagne di mezza collina), che sono stati stesi più di settant’anni fa e che, per quanto ci sia un impianto di irrigazione di tutto rispetto, vi è un periodo dell’estate in cui non possiamo tosarli più di tanto e neppure traumatizzarli con il ristagno idrico per mantenere le radici in protezione.
Per noi è un patrimonio preziosissimo, dalla valenza storica e culturale inestimabile, a cui non rinunceremmo per nessuna distesa di agrostide (quella dei campi da golf, per intenderci), ci fosse anche regalata.
E così per tutta la struttura della Villa. Interveniamo ove si renda necessario per perdite o mal funzionamento degli impianti esistenti ma, qui, tutto è ancora come Herta, Arturo ed Astolfo lo avevano pensato.
Come dico sempre: “Villa Ottolenghi Wedekind non è per tutti”. Ci vuole una gran dose di sensibilità e, soprattutto, di cultura per capire e godere di tanta Bellezza. E ci vuole coraggio per continuare a lavorare contro tendenza in un mondo dove tutto deve essere “instagrammabile”, costi anche tingere l’erba con la vernice spray.
Vivere e pensare, custodire e conservare in controtendenza è l’eredità più grande che una donna come Herta ha lasciato, in modo particolare a me, e che fa la differenza.
La tua è una famiglia di imprenditori illuminati, come si intuisce dall’acquisto della Villa. Tu sei riuscita anche a mettere a frutto l’acquisto creando una struttura alberghiera e soprattutto un luogo dove tanti sposi coronano un sogno. Continui in questa impresa?
Anni fa mi sono trovata a prendere le redini della Tenuta di Borgo Monterosso e, quindi, di Villa Ottolenghi Wedekind, in modo improvviso per via di problemi di salute di mio padre Vittorio, vero e proprio depositario dell’eredità dei Conti, che tanto ha fatto perché l’intero complesso si riappropriasse della meritata dignità.
Ora che le sue condizioni di salute sono notevolmente migliorate, ha ripreso in mano l’azienda a tutti gli effetti, lasciando me libera di immaginare il futuro di Villa Ottolenghi Wedekind.
Questo luogo manterrà per sempre il nome degli Ottolenghi Wedekind, per rispetto e gratitudine, ma, in più, prenderà in prestito la loro lungimiranza nel campo delle Arti.
Siamo in Italia uno dei luoghi in cui è possibile ammirare la cosiddetta Art&Craft, l’arte applicata, e vorrei che questa diventasse la matrice per una serie di progetti tra cui un’Accademia Internazionale di Arti e Professioni e un’Alta Scuola di Formazione.
Sono convinta che il futuro sarà dominato dal ritorno all’ingegno umano che si esprime attraverso il manufatto artistico.
Insieme a questo, vorrei creare un luogo protetto di Didattica del Bello, dove sviluppare i Sensi attraverso l’esperienza, la concentrazione, il respiro. Anche qui, in un mondo di visuals, credo sia in controtendenza offrire l’occasione di riappropriarsi delle proprie capacità percettive al fine di esplorare il mondo.
Continua nella seconda parte: il rapporto tra Villa Ottolenghi e Acqui Terme, tra storia, identità e percezioni.