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Luciano Calosso: cinema, cultura e creatività senza confini

Luciano Calosso su un set cinematografico, simbolo della sua poliedrica carriera tra cinema, scenografia e cultura internazionale.

Figura poliedrica e difficilmente incasellabile, Luciano Calosso attraversa da decenni mondi diversi con una naturalezza che disarma: architettura, cinema, scenografia, costume, diplomazia culturale, insegnamento. Dietro un’apparente leggerezza, il suo percorso rivela un rigoroso filo conduttore fatto di visione, metodo e capacità di tenere insieme creatività e organizzazione. In questa intervista ripercorriamo le tappe di una carriera fuori dagli schemi, dove ogni esperienza diventa strumento per la successiva e dove l’arte si intreccia costantemente con la responsabilità del fare, del rappresentare e del trasmettere.

Vi proponiamo di seguito un’intervista realizzata da Luisa Pavesio:

Luciano, nella galassia di personaggi e relazioni che il servizio al Mae mi ha permesso di approcciare, tu emergi in qualche modo come una figura polivalente. Architetto, costumista, scenografo, organizzatore e mediatore di eventi culturali all’estero, sceneggiatore tv, docente universitario, saggista, il tutto celato dietro a un’apparenza giocosa e semplice. Puoi tracciare una breve biografia che metta in evidenza il fil rouge sotteso alle tue multiformi esperienze?

Le mie molteplici attività in vari ambiti, come sottolinei nella tua domanda, mi permette di riflettere sul percorso svolto negli anni. In realtà questi apparenti cambi di rotta su specifici progetti passando dall’essere un architetto a occuparmi di cinema come scenografo o costumista a progettare eventi di comunicazione culturale all’estero ha maturato in me una esperienza complessa.

Mi spiego meglio: ogni esperienza mi ha dato la fiducia nel credere che potevo affrontare nuovi ambiti. Il cinema per me è stato una palestra unica. Molte persone non immaginano lontanamente di quante cosa ci si debba occupare. Quanti sanno che uno scenografo o un costumista debba occuparsi di tenere sotto controllo il budget di spesa del reparto? Oppure quanto sia importante organizzare la logistica, gestire decine di operai che costruiscono le scene o i fornitori che confezionano centinaia di costumi in poche settimane, il trasporto di arredi, lo stoccaggio vicino al set ecc.. Per brevità ho menzionato alcune cose che non hanno a che fare con il lato artistico, fonte di sogni per gli spettatori, ma che decretano il successo di un lavoro dove si investono molti soldi e il caporeparto ha l’obbligo di superare ogni ostacolo che si presenti.

Questa esperienza mi fu utile quando proposi al Ministero Affari Esteri la realizzazione di un evento per la promozione della cultura italiana all’estero. Accompagnai la mia proposta con un preventivo di spesa, oltre al progetto dell’allestimento seguito da una conferenza sul tema… A questo punto, ebbero a disposizione un unico attore che recitava contemporaneamente diverse parti!

Il cinema è stato all’origine di molto. Mi ha addestrato a vedere il mondo attraverso una macchina da ripresa. Per esempio, quando diedi il mio modesto contributo in occasione della visita di Stato del Sottosegretario americano Powell , ciò che poi mi valse la lettera di elogio dell’Ambasciatore Sembler che l’allora Ministro Frattini, ineguagliabile per onestà e professionalità, mi fece pervenire. In quell’occasione, l’occhio macchina da ripresa mi servì per disporre diversamente gli arredi di Villa PAMPHILI di fronte alla perplessità dei custodi abituati a non muovere nulla. E il tocco fu aver fatto disporre delle azalee azzurre con tocchi di fioriture rosse sulla porta d’ingresso per alludere ai colori della bandiera americana.

Nel tempo ho realizzato 83 mostre culturali realizzate per il MAE in tutto il mondo, capendo quanto l’Italia fosse amata e quanto dovevamo fare per mantenere tale percezione, avendo a fianco i direttori di Istituti di Cultura, che spesso lavorano nell’ombra e senza il giusto riconoscimento.

Quali sono a tuo parere le pietre miliari del tuo percorso? E cosa invece non rifaresti, o faresti diversamente? Per esempio a proposito delle tue svariate esperienze in tv, che ti hanno premiato fra l’altro con un David di Donatello..

Sono entrato nella terna dei vincitori del David di Donatello per i costumi del film “Fontamara” diretto da Carlo Lizzani. Come tutti sanno, il romanzo di Ignazio Silone racconta le vicende di umili contadini ai primi del Novecento in Abruzzo.

Feci una profonda ricerca antropologica sugli abiti dei popolani, ma non pensavo che quegli “stracci” indossati da Michele Placido sarebbero stati notati al punto di tributarmi una nomination. Certo, mi ero impegnato con rigore nelle ricerche, perfino dell’usura dei materiali per il lavoro dei campi e della povertà, che conferiva al film un tocco di verità nella ricostruzione.

Un altro film che ricordo con piacere come autore della scenografia è “La bottega dell’orefice” diretto da Michael Anderson e scritto dall’allora Pontefice Karol Wojtyla, oggi Santo, con un cast importante con Burt Lancaster, Olivia Hussey, Ben Cross, Jo Champa e altri.

Iniziai le ricerche delle ambientazioni in Polonia, che nel 1988 da poco era uscita dalla guerra e che con un Pontefice polacco veniva a rappresentare una speranza nel futuro. A Cracovia tutti mi invitavano nelle loro case, ognuno voleva dare il proprio contributo al grande concittadino. C’era, per esempio, chi mi faceva vedere la casa del medico dove il giovane seminarista Wojtyla si curava, o dove si ritirava per pregare sui monti Tatry. Sono tutte cose che inserii nel film.

Quando Giovanni Paolo II vide il film ne rimase colpito. Fui invitato in Vaticano, e quando il Papa mi si avvicinò mi poggio entrambe le sue mani sui miei avambracci guardandomi con quei suoi occhi che non dimenticherò mai, poi mi chiese: come fa a sapere tutte queste cose di me? Risposi “Santità, Lei ha molti amici e gli amici parlano”. Quell’incontro per me valse molto più di un Oscar.

Roma. Mi è capitato di intervistare personaggi che qui sono nati, o che vi hanno trovato il centro del proprio pensiero e del suo esplicarsi. Tu hai un bellissimo studio a Roma, non so se tu vi abbia le tue radici, visto che il tuo cognome è piemontese. Credi che fuori da questa città avresti avuto altrettante opportunità? E in cosa l’immenso spirito della Città Eterna ha influito sul tuo lavoro?

Si, sono romano con tutti i difetti tipici, ma anche con qualche pregio altrettanto tipico. I miei avi arrivano dal Piemonte, da Calosso d’Asti, ma questa è una lunga storia. Nel mio lavoro ho incontrato persone di tutte le età, ceto, colore della pelle, semplici e importanti, e ne ho sempre tratto insegnamento. Ognuno di loro ha fatto parte della mia vita e ognuno mi ha insegnato qualcosa. Questa affermazione vale per ognuno di noi. Io cerco di prendere le distanze da chi mi dice : “io non prendo lezioni da nessuno”. Ti dico questo per rispondere al meglio alla tua domanda sulla mia romanità…

Gli antichi romani hanno formato un Impero offrendo sicurezza alle popolazioni conquistate e commerciando con i loro prodotti, non sottomettendole ma integrandole. I romani, anche il sottoscritto, sono abituati da sempre a convivere con persone di altri paesi, conoscendo altri modi di pensare e soprattutto la cultura che si sviluppa nel confronto.

Per la seconda parte della domanda, ho avuto il privilegio di frequentare il grande regista Federico Fellini, con il quale ho lavorato a due documentari sui suoi attori. Un giorno mi disse: ma tu, che sei romano, hai preso l’autobus e sei arrivato a Cinecittà, non ti è costato molto! Io invece sono dovuto partire da Rimini e non avevo nemmeno una stanza dove stare a Roma. Questo per dirmi che fare cinema per lui è stata un vero atto eroico di volontà, e insegnandomi che le cose nella vita bisogna desiderarle con tenacia per ottenere il successo.

Hai lavorato con grandi architetti, prima fra tutti Gae Aulenti, per la quale hai firmato la struttura dell’Expo di Siviglia. Hai anche collaborato con grandi personaggi della cultura e delle istituzioni. Chi ricordi con più affetto o da chi hai imparato maggiormente? Hai qualche episodio curioso da raccontarci?

Oltre all’Expò Universale di Siviglia ho firmato l’Expo di Aichi in Giappone e le esperienze si sono sommate ad altre avvicinandomi a un mondo asiatico così diverso dal nostro.

Oltre a Giovanni Paolo II, ricordo il Presidente Pertini, che incontrai nel Palazzo del Quirinale in occasione del David di Donatello. E poi non dimenticherò mai l’incontro fortuito con l’attore Aldo Fabrizi, quando si appoggiò al mio braccio per affrontare a fatica lo scalone del palazzo chiedendomi: “A regazzì, e tu che ce fai qui?”. Quell’incontro mi riempi di gioia per quel tono familiare. Salendo incontrammo anche Alberto Sordi, altro mostro sacro del cinema italiano, che parandosi davanti a lui gli chiese: “Commendatore sempre bello e forte”. E Aldo Fabrizi, alzando gli occhi al cielo gli replico: “Albè, e no sta sempre a recità”. I due, lo imparai, avevano sempre quel rapporto fatto di battute e di sarcasmo…

So che oggi ti dedichi all’insegnamento universitario. Immagino che questo ti offra l’opportunità di regalare ai giovani qualcosa della tua esperienza umana e professionale..

La docenza presso le Accademie di Belle Arti di Lecce e Foggia per dieci anni appartiene alla mia terza vita, come amo definirla, dopo quella nel cinema e quella in ambito culturale internazionale. Ho scoperto che trasferire ai giovani quel bagaglio di esperienze che possedevo dava un senso coerente a tutto quello che avevo fatto fino ad allora.

I giovani mi danno tuttora la dimensione giusta per capire me stesso. Vedere direttamente in aula le loro ambizioni non ancora definite, i loro sogni, mi sprona a capirli. Io cerco da parte mia di dar loro, senza filtri, gli strumenti per affrontare le sfide della professione cercando di essere una guida più nell’atteggiamento umano da mantenere, più che il lato tecnico, indispensabile certo, ma che verrà con il tempo nella pratica. Insomma, cerco di dare loro quegli elementi che non troveranno in nessun libro.

Hai qualche progetto in cantiere? Libri, film, e quant’altro?

Attualmente insegno scenografia per dei corsi postlaurea alla ASC “Associazione Scenografi Costumisti” negli Studios di Cinecittà, oltre che in altre Accademie come DAM, che si occupa di formazione professionale su comunicazione, fotografia e nuovi media.

L’insegnamento mi dà enorme soddisfazione per i motivi detti in precedenza. Spesso sono invitato a partecipare a diversi festival per argomentare sul cinema e sulle sue professioni. Lo scorso anno mi fu assegnato un premio alla carriera. Stringendo in mano quella targa con indubbia soddisfazione chiesi al pubblico: “Ma vi siete sbagliati? questi premi si danno a fine carriera, io sento di aver appena iniziato!”. Perché sto aspettando un nuovo film da realizzare con nuove avventure professionali, quelle che hanno sempre accompagnato la mia vita.

Grazie dell’intervista, un grande saluto tutti i lettori.

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