Data odierna 19-09-2017

Le sue ricerche che hanno influenzato le politiche sanitarie americane. ************************************************************ Di Elena Tebano per “Corriere della sera” online Negli Stati...

Un genio dei numeri, ricercatrice italiana ad Harvard

Le sue ricerche che hanno influenzato le politiche sanitarie americane.

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Di Elena Tebano per “Corriere della sera” online

Negli Stati Uniti l’hanno ribattezzata “numerical detective” per la sua capacità di integrare enormi quantità di dati molto diversi e scovare così gli inquinanti che danneggiano la nostra salute. Il suo metodo innovativo ha cambiato l’analisi statistica in medicina. Francesca Dominici, che questa settimana ha compiuto 47 anni, nel 2015 è stata inserita da Thomson Reuters tra l’1% dei ricercatori più citati nella sua disciplina in tutto il mondo. In Italia, però, è un altro nome della diaspora scientifica: insegna biostatistica all’Università di Harvard, in Massachusetts, dove è anche preside associata del Dipartimento di Sanità Pubblica.

“Sono arrivata negli Stati Uniti ventuno anni fa, alla Duke, con una borsa di studio dell’Università di Padova, dove facevo il dottorato: dovevo stare tre mesi e non sapevo una parola di inglese, perché avevo studiato francese — racconta —. Mi iscrissi ai corsi più teorici: i numeri li capivo. E chiesi di rimanere altri sei mesi, c’erano i maggiori esperti mondiali di statistica applicata. Ero poverissima, avevo una borsa da 800 mila lire al mese e l’affitto costava 450 dollari”. Scoprì anche che tornare in Italia non aveva senso: “La prospettive di ricerca erano deprimenti, mentre per gli americani la mia tesi era interessante: mi offrirono subito un lavoro alla Johns Hopkins”. Per convincerla a restare nel 1999 chiamarono anche quello che allora era il suo compagno (oltre che un collega) e ora suo marito, Giovanni Parmigiani.
Gli studi ambientali
Il risultato sono ricerche che hanno influenzato le politiche sanitarie americane: se oggi negli Usa si respira aria più pulita è anche merito suo. “Negli ultimi dieci anni siamo riusciti a dimostrare che i livelli massimi di inquinanti atmosferici stabiliti dall’Agenzia per la protezione ambientale statunitense non erano innocui come si pensava. E quindi sono stati ridotti, in particolare per le polveri ultra sottili, le pm 2,5”. Tra le sue scoperte c’è che alti livelli di queste polveri aumentano del 6,8% il rischio di ricoveri per disturbi cardiovascolari, e che un eccesso di ozono (un componente dello smog) lo fa del 4,2%. Lo stesso effetto del fumo passivo.
Il rumore di Ciampino
Il suo studio più rivoluzionario ha una “radice” italiana: “Ci siamo fatti dare dalla Federal Aviation Administration i livelli di rumore per i 95 aereoporti maggiori degli Stati Uniti, poi li abbiamo collegati con quelli ospedalieri — dice —. I risultati mostrano che chi vive vicino a grandi aeroporti ha un rischio più alto di ricoveri per malattie cardiovascolari” (del 3,5% in più ogni dieci decibel di aumento, per la precisione). L’idea di occuparsi del rumore degli aerei non è casuale: Dominici è cresciuta a Ciampino. “Quando ero piccola era normale interrompere una telefonata perché passava l’aereo”. È uno dei motivi per cui ama la biostatistica: “Usa la matematica per risolvere problemi concreti e reali: cambia il modo in cui viviamo”. Con il senno di poi sembra tutto facile. Non lo è stato, continua a non esserlo. “Quando sono diventata “assistant professor” alla Johns Hopkins nel 1999, non avevano mai assunto un’italiana nel mio dipartimento. Ed erano almeno 7-8 anni che non prendevano una donna. Ne sono passati almeno altri 13 anni prima che arrivasse la successiva. Stessa storia ad Harvard. Dal 2009, quando sono arrivata, nel mio dipartimento hanno assunto 8 uomini, ma nessuna donna”.
Il (primo) no ad Harvard
Eppure ad Harvard all’inizio aveva detto no: “Stava per nascere mia figlia Enrica e pensavo che fosse un ambiente troppo competitivo da affrontare con una bambina piccola. Credevo di aver perso l’opportunità della vita e invece mi hanno richiamata, offrendo un posto anche a mio marito”. Le rimane però un’acuta consapevolezza delle discriminazioni invisibili che deve affrontare una donna: “minori opportunità di leadership, la fatica dei sottili pregiudizi di genere (come l’accusa di non avere esperienza, che per un uomo a parità di condizioni non ci sarebbe), l’idea che per avere successo devi lavorare 24 ore al giorno sette giorni su sette — elenca—. Io ce l’ho fatta perché alla Hopkins ho trovato due mentori fantastici, Jon Samet e Scott Zeger, e perché ho un marito che mi ha molto sostenuta. Ma ogni volta devo provare di essere molto più qualificata dei maschi e devo fare i conti col fatto che se sono troppo “carina” perdo autorità, ma se sono ferma divento “difficile””.
Anche per questo ampio spazio del suo lavoro lo dedica alle politiche di parità nell’accademia: “La metà dei ricercatori sono donne, non possiamo sprecare queste risorse — dice—. E poi ho una figlia di 11 anni: deve avere l’opportunità di fare qualsiasi cosa voglia”.

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