Data odierna 19-09-2017

  Identità, oggetti e ricerca (impossibile) della felicità. Per riflettere. Vi siete mai chiesti come sono nati gli oggetti che ci circondano, o quando sono diventati utili, o perché una cosa si...

Siamo quello che compriamo?  di Chiara Morassut

 

Identità, oggetti e ricerca (impossibile) della felicità. Per riflettere.

Vi siete mai chiesti come sono nati gli oggetti che ci circondano, o quando sono diventati utili, o perché una cosa si chiama in un modo piuttosto che in un altro. O dove vanno a finire dopo che non li usiamo più. Filosofia spicciola? Forse. Ma se pensiamo che dietro ad ogni oggetto si nasconde una storia, dietro ad ogni nome una serie di alternative che non sono state preferite, dietro ogni indispensabile utilità un tempo in cui c’era chi ne faceva tranquillamente a meno; e dietro a tutto questo almeno un paio di grandi scuole di pensiero contrapposte che amano etichettarci come(stupidi) consumatori e basta a cui è stato fatto il lavaggio del cervello da un lato, o sostenitori un po’ new age di un etica del consumo esasperata dall’altro; beh allora vi accorgerete che non sono tutte domande oziose. Se quello che compro diventa quello che sono e, in una prospettiva più ampia, determina il posto del mondo che mi è stato assegnato e le disuguaglianze che sto contribuendo a esacerbare, beh queste domande (non) oziose ve la faranno guardare con un occhio diverso la moka che usate ogni mattina.

Ma andiamo con ordine, anche se non è facile. L’idea iniziale era di discutere con uno sguardo un po’ critico dei mille oggetti che ci circondano, in particolare di quelli che con un eufemismo potremmo definire superflui. Ad esempio il Bimby (o Termomix fuori dall’Italia). Ambito regalo di nozze delle spose meridionali (e lo so che sto generalizzando) io, da buona nordica che fatica a cucinare un uovo, non l’avevo mai sentito nominare. Questo robot-bilancia-forno che promette semplicità e divertimento in cucina, descrittomi la prima volta da un fidanzato meridionale che ha capito che l’uovo se lo deve cucinare da solo, mi aveva colpito fin dall’inizio per la sua promessa di far diventare tutti ottimi chef. E subito mi ero chiesta: ma noi lo vogliamo davvero diventare ottimi chef? In una società in cui non abbiamo tempo di fare niente, figurarsi cucinare manicaretti, non è questo solo uno dei tanti bisogni indotti, legato però stavolta non alla sfera del possesso ma dell’essere. Infatti quello che compro (il Bimby) diventa quello che faccio (cucinare – teoricamente – prelibatezze) e fa di me quello che (non) sono: una cuoca meravigliosa. E l’apparente linearità di questo ragionamento ha un che di destabilizzante …

Facendo un po’ di ricerche mi sono imbattuta ad esempio nel libro di uno studioso di “etimologia delle cose”, Harvey Molotch, che con il suo “Fenomenologia del tostapane” cerca di capire da dove vengono gli oggetti che ci circondano. Perché le piccole cose della nostra vita quotidiana, familiari al punto da diventare invisibili, sono state spesso ciò che ha cambiato l’esistenza dell’uomo occidentale, modificandone l’ambiente e costruendo la realtà sociale. Anche gli oggetti – sostiene Molotch – nascono, crescono e vanno incontro al loro destino, ciò che ora consideriamo funzionale è infatti spesso nato da altri, spesso affatto funzionali ma semplicemente artistici, in poco più di centocinquant’anni di etica del progresso. Il mito dell’innovazione è entrato nella vita quotidiana attraverso l’ambiente e l’estetica; il gusto estetico, quello che oggi definiamo design, anche nella preistoria è venuto spesso prima dell’utilità. I reperti archeologici ci dicono ad esempio che prima compaiono gli idoli e la terracotta di cui sono fatti solo in seguito viene usata per piatti e utensili. Così la bicicletta nasce prima come divertimento per giovani signori ricchi che come mezzo di trasporto di massa, e lo stesso si può dire di molti degli oggetti che compongono il nostro vivere quotidiano, il fonografo di Edison ad esempio doveva essere molto utile negli uffici, ma si diffuse soprattutto per ascoltare musica. Insomma ricerca della bellezza e voglia di svago hanno creato spesso per caso oggetti di cui ormai non possiamo più fare a meno.

E la naturale evoluzione è stata con il tempo la ricerca del bello e del particolare, oltre che dell’effetto di senso evocato dal nome o dalla marca, anche in cose che funzionali lo erano già di base. Le conseguenze oggi come oggi sono che ci riempiamo la casa e la vita di oggetti inutili solo perché belli o particolari, o perché siamo stati convinti da qualche pubblicità che non ne potevamo fare a meno. Il tutto con il mito del tempo da liberare e l’obiettivo di realizzare indispensabili “protesi” dell’uomo stesso.

E qui riprendiamo le fila del discorso iniziale e torniamo al nostro Bimby e a quello che compro che fa di me quello che sono.

Un interessante documentario animato del 2007 sul ciclo di vita dei beni materiali “La storia delle cose” (lo trovate su internet) condanna il consumismo e promuove la sostenibilità. Concentrato in particolare sulla società americana evidenzia come negli ultimi decenni il consumismo sia stato elevato a vero e proprio stile di vita, trasformando l’acquisto in un rituale e facendo del consumo la realizzazione spirituale e materiale dell’individuo. Lo scopo ultimo dell’economia americana, sostiene, ma il discorso potrebbe essere allargato a tutto il mondo occidentale, è fornire beni di consumo; siamo bombardati dalla pubblicità e dai media che ci fanno sentire infelici per quello che (non) abbiamo portandoci a comprare sempre cose nuove che non avremmo il tempo di usare perché dovremmo lavorare di più per potercele permettere.

Secondo alcuni analisti disponiamo di meno tempo libero oggi che in periodo feudale, e quel poco che abbiamo lo passiamo davanti alla tv e a fare shopping per poi tornare davanti alla tv a farci suggerire altro shopping.

Certo questa, del documentario, è una visione un po’ esasperata, ma fa riflettere sulla diminuzione della nostra felicità e dei nostri diritti e sulla sensazione ormai generalizzata che il sistema sia in crisi, e il sistema siamo noi, che ci lamentiamo del prezzo della benzina e ci compriamo l’iPad2. Noi che siamo (sarà vero?) ossessionati dalla nostre cose.

Insomma, per tirare le fila del discorso, non so se sarà questa sorta di ascetismo del consumo, come vorrebbero i teorici del complotto, a salvarci, o se un consumo sostenibile porterà alla tanto auspicata giustizia sociale, ma ne dubito.

Quello che posso dire è che se noi siamo quello che compriamo, io mi batterò per non diventare una di quelle casalinghe frustrate che si vanta del risotto colloso fatto dal Bimby, e che d’ora in poi guarderò con un po’ più di rispetto il mio tostapane.

E voi, prima di comprare qualsiasi cosa, chiedetevi se vi serve per davvero.

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