Data odierna 23-06-2018

L’immagine dell’Italia a pochi giorni dalle elezioni politiche è quella di un Paese in cui scarseggia l’assunzione di responsabilità. Seguendo al meglio, benché non sempre in modo assiduo, la...

Riflessioni pre-voto – Che comunità vogliamo? di Valeria Carmia

L’immagine dell’Italia a pochi giorni dalle elezioni politiche è quella di un Paese in cui scarseggia l’assunzione di responsabilità. Seguendo al meglio, benché non sempre in modo assiduo, la campagna elettorale dall’estero, una sensazione prevale: che alcune, troppe, proposte politiche tendano a sanzionare l’esistente, proponendo di legiferare (anche se in modi diversi) a partire comunque dai valori della comunità ‘che siamo’.

Così facendo si mette a rischio la possibilità di comunità stessa, che – per non essere semplice collettivo empatico – richiede necessariamente che siano poste le condizioni dell’altro, dove per ‘altro’ si intende anche le altre generazioni, quelle future.

Questa cosa è spiegata molto bene da Silvana Borutti in “Per un’etica del discorso antropologico”, opera di alcuni decenni fa, ma che mi è ricapitata sotto mano di recente. La riflessione di Borutti parte un po’ da lontano, ovvero dall’analisi del linguaggio e dal pensiero di Wittgestein, il quale scrive: “Vero e falso è ciò che gli uomini dicono; e nel linguaggio gli uomini concordano. E questa non è una concordanza delle opinioni ma della forma di vita” (1953, I, § 241). In questo senso, è nel linguaggio che gli uomini si costituiscono in comunità, nel linguaggio in quanto luogo di consenso e costituzione di un’esperienza possibile del mondo. Per fare un esempio, chiamando qualcosa “rosso” non aderiamo a un’opinione di una comunità ma confermiamo la nostra appartenenza alla comunità. Al tempo stesso la struttura dell’accordo linguistico che rende possibile il costituirsi di una comunità è dinamica, perché le regole del ‘gioco’ linguistico cambiano, le modifichiamo, ce ne serviamo strategicamente, le rinegoziamo, creando in questo modo nuove possibilità di legame comunitario.

Partendo da queste considerazioni sulla costituzione comunitaria dei soggetti come volontà di accordo, Borutti si spinge fino a riflettere sul legame comunitario con l’altro. Allo stesso modo in cui un antropologo, se vuole comprendere l’altro, deve abbandonare la pretesa di pensare l’altro come simmetrico a sé ma deve invece aprirsi allo sguardo dell’altro come terzo e mettersi in dialogo con esso, così il fare comunità si realizza nell’assunzione dell’altro come terzo. Dal fatto ontico dell’esistenza dell’altro (dal fatto che l’altro esiste) ne segue la responsabilità etica verso quell’esistenza: la condizione affinché la comunità sia possibile è una concezione non narcisistica e non relativistica dell’altro. Scrive Borutti: una comunità di me stessi, una comunità in cui l’altro è uguale a me, “non è una comunità, perché manca in essa l’asimmetria originaria, la legge dell’altro come terzo su cui si costituisce ogni comunità”. Dunque una comunità c’è solo nel rapporto con l’altro, nel momento in cui io riconosco che l’altro non è me e di questo altro me ne assumo la responsabilità in quanto altro da me.

Queste considerazioni ci riportano alla questione più ardua posta qualche riga più sopra: legiferare a partire dai valori della comunità che siamo. Se si aderisce alla concezione di comunità, costituita in termini di volontà di accordo e di assunzione di responsabilità in rapporto all’altro come terzo, ne esce l’immagine di una comunità in costituzione, che legifera affinché siano tutelate le condizioni della comunità non costituita ma a venire.

Ecco, nel panorama politico italiano, chi si fa carico di custodire le condizioni che rendono una comunità possibile, non solo in termini di volontà di accordo ma anche come assunzione di responsabilità in rapporto all’altro?

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