Data odierna 19-09-2017

Stereotipi nord sud … e viceversa Sono stata a Napoli e non c’erano mandolini, non c’era spazzatura per strada, non mi hanno rubato il portafoglio e non ho visto alcun pulcinella. Sono stata a Napoli,...

Cartoline da Napoli di Chiara Morassut

Stereotipi nord sud … e viceversa

Sono stata a Napoli e non c’erano mandolini, non c’era spazzatura per strada, non mi hanno rubato il portafoglio e non ho visto alcun pulcinella.
Sono stata a Napoli, è ovvio, con un’idea di Napoli.
Gli stereotipi su questa città sono una parte piccola ma radicata della cultura nazionale, perché in modo più o meno sottile, un’idea di Napoli ce l’abbiamo tutti e questa va oltre la questione meridionale, anzi un’idea di Napoli ce l’hanno anche all’estero.
Ma le idee preconfezionate che ci portiamo dentro e che riducono un luogo, il suo popolo, la sua cultura a una o due caratteristiche dominanti, sono inevitabili e il fatto che il capoluogo campano sia la città d’Italia sulla quale i pregiudizi sono più numerosi e radicati certo non aiuta.
Io sono stata a Napoli e ci tornerei. Sono stata a Napoli, è bene dirlo, da ragazza del nord quale sono, e da ragazza del nord quale sono ne ho sentite tante al nord su Napoli anche se mi piace pensare di non aver mai condiviso quasi niente.
Gli stereotipi su Napoli, pur spesso in contraddizione fra loro, confluiscono in quella qualità (immaginata) che dovrebbe permeare di sé tutti i partenopei: la “napoletanità”, che però, proprio per la vaghezza del concetto e l’impossibilità di una sua spiegazione razionale, si riduce spesso a una lista fatta di ambivalenze del tipo “Napoli è bellissima, ma è sporchissima”, sostenute sia dal napoletano medio che da chi la guarda da fuori.
Ma lo stereotipo fa storia, produce storia, efficacia simbolica, dai riti religiosi al mito di Totò e più recentemente al tifo calcistico degli anni ‘80 con Maradona fino alla produzione di canzoni melodiche e videoclip connessi, la Napoli che tutti conosciamo è il frutto anche di un’industria culturale specifica, la napoletanità espressa in forma più o meno macchiettistica è stata ed è ancora il fondamento non solo di una certa idea di Napoli, ma anche della costruzione dell’identità stessa della città, percepita quindi per forza dai “non indigeni” così come è stata rappresentata nel corso del tempo.
Infatti l’immagine di una città e quella dei suoi abitanti è il risultato di suggestioni, stimoli, informazioni, dati che si sedimentano in una dimensione collettiva.
Un osservatore appena un po’ distaccato può muovere allo stereotipo della napoletanità una serie di critiche: tratti incompatibili fra loro, alcuni inventati, altri per nulla esclusivi di Napoli e dei napoletani, ma lo stereotipo è alimentato da un vero e proprio bisogno di ordine cognitivo e proprio per questo viene accettato a livello inconscio senza troppe critiche. Così con l’idea del sud pieno di delinquenti coesiste quella del meridionale solare e gentile, ma anche che campa di espedienti, grazie alla famosa arte di arrangiarsi, con inventiva e ironia in un ambiente che non dà molte possibilità, e poi c’è il sole, la buona cucina, la mamma che è sempre la mamma ma lo è di più al sud, e così via.
Se già la Napoli di inizio secolo si presentava come il prodotto di un processo storico tutt’altro che lineare e unidirezionale, nel corso della sua storia moderna e contemporanea la città ha registrato oscillazioni drammatiche del suo ruolo economico e politico tra fasi di crescita e crisi devastanti, la più grave è stata il passaggio postunitario da capitale di un regno a capoluogo di provincia, ma terribile è stata anche la Seconda Guerra Mondiale che ha provocato la crescita del porto a scalo di rilevanza strategica e logistica seguita poi da una verticale caduta di importanza e funzioni. A questo si aggiunga l’inclusione nel mercato mondiale della droga e nel circuito della criminalità organizzata e si spiegano così almeno alcuni degli stereotipi non proprio positivi sulla città.

Ma per uno stereotipo sul sud ce n’è quasi sempre uno sul nord e così da ragazza del nord est che però al nord est non vive da un po’, ho dovuto più volte, nel confronto con alcuni meridionali, “difendermi” io stessa da un’idea che in qualche modo è passata del nord di “polentoni” completamente leghista e razzista verso il sud. Quel nord nebbioso e triste che passa le giornate al lavoro mentre un sud colorato e allegro si diverte e campa comunque. Una probabile reazione fisiologica alla padanizzazione galoppante di un partito, la lega Nord, che fa coincidere la sua stessa esistenza con un territorio, il Nord Italia appunto, di cui però la maggior parte degli abitanti, oltre a non condividerla, di un’idea di Padania non sente proprio la necessità.

Gli stereotipi ci ricordano il bello delle differenze e creano in noi dei “pattern” inconsci, dei preconcetti di un certo tipo che ci aiutano ad affrontare situazioni nuove e a categorizzarle; se certo questa sorta di difesa inquina da una parte la dimensione dell’altro, dall’altra è uno strumento necessario nell’affrontare la diversità che, purtroppo o per fortuna, non è solo, in questa società così multiculturale, quella nord sud del mondo, ma è anche quella del nord sud di casa nostra.

Sono stata a Napoli e mi è piaciuta, non mi hanno derubato e ho mangiato la pizza della mia vita, anche se forse non era migliore delle precedenti, ma era comunque la pizza di Napoli (tanto per dire che gli stereotipi sono anche positivi), ma sono stata a Napoli da un napoletano che non mi ha voluto portare a vedere le Vele, così come vengono definiti gli edifici del quartiere di Scampia dove è stato girato il famoso film Gomorra, perché troppo pericoloso, che alla sera, anche se dovevamo fare poche centinaia di metri, preferiva uscire in auto, che mi ha spiegato “se sei del quartiere non ti fanno niente”, ma mi esortava comunque a stare attenta alla borsa e mi mostrava solo da lontano le zone in cui era meglio non andare proprio.
Sono stata a Napoli e ho spiegato che no, al nord non siamo tutti leghisti, abbiamo anche noi il sole e il mare spesso è anche pulito, non pensiamo tutti che i meridionali ci rubano il lavoro e alcuni di noi ascoltano anche Gigi D’Alessio.
Non so però se mi hanno creduto.

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