Data odierna 17-01-2018

Intervista al professor Oswaldo Truzzi, autore del libro che indaga, non solo l’arrivo di immigranti italiani alle piantagioni di caffè, ma si estende al processo di costituzione del sentimento di...

Un libro che parla dei nostri immigrati in Brasile

Intervista al professor Oswaldo Truzzi, autore del libro che indaga, non solo l’arrivo di immigranti italiani alle piantagioni di caffè, ma si estende al processo di costituzione del sentimento di “italianità” avvenuto in terre brasiliane.

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Di Alessandro Bettero per “Messaggero di Sant’Antonio

L’influenza della lingua e della cultura italiana in Brasile è stata enorme. Uno spaccato illuminante sul contributo dei nostri immigrati alla crescita del Paese latino-americano ci arriva dal libro intitolato “Italianidade no interior paulista – Percursos e descaminhos de uma identidade étnica (1880-1950)“, frutto di un lungo e approfondito studio del professor Oswaldo Truzzi dell’Università Federale di San Carlo.

All’inizio del XX secolo numerose città dello Stato di San Paolo avevano, tra gli abitanti, una quota significativa di italiani residenti sia nei contesti urbani che in quelli rurali – sottolinea il professor Truzzi –. La maggior parte di questi erano veneti, ma c’erano anche calabresi, campani e lombardi. Nel 1902, quasi la metà della popolazione di Ribeirão Preto, il centro principale della produzione di caffè a livello nazionale, era composta da italiani. Nello stesso anno, a Jaú, un’altra città dell’interno di San Paolo, nascevano l’80 per cento in più di figli di italiani che non di brasiliani”. Gli italiani, insieme ad altri immigrati, concorsero a costruire un’etica del lavoro nella società paulista che, in precedenza, era polarizzata solo sui grandi latifondisti e sugli schiavi, e nella quale il lavoro non aveva un valore sociale: “lavorava chi era uno schiavo – precisa Truzzi –, e il lavoro era visto come un elemento che dequalificava una persona. Gli italiani contribuirono a mutare questo quadro.

Le aziende che producevano caffè mescolavano vari gruppi di immigrati. Anche se va detto che “gli italiani erano stati chiamati a sostituire gli schiavi di colore nelle piantagioni e ovviamente non volevano essere trattati come gli schiavi – rileva Truzzi –. Di conseguenza, si tennero a distanza dalla popolazione di colore, consolidando così i pregiudizi su di loro.

Dopo l’abolizione della schiavitù nel 1888, cominciò a crearsi un mercato di consumo. L’economia del caffè fiorì. “Gli italiani, soprattutto quelli che si insediarono nel tessuto urbano – puntualizza Truzzi – cominciarono a occupare spazi fino ad allora inesplorati nel commercio, nei servizi, e nella nascente industria. Così salirono nella scala sociale ed economica. Tra le famiglie dei coloni, questa mobilità fu più lenta, ma nel 1920 circa un terzo del numero di proprietà rurali dello Stato di San Paolo apparteneva già agli italiani.

Insomma la crescita economica favorì l’integrazione. Al contrario di quanto avviene nell’attuale congiuntura europea, segnata dalla bassa crescita economica e dallo spettro della disoccupazione – osserva Truzzi –. Le posizioni xenofobe guadagnano consensi, la pressione sui leader politici aumenta e gli Stati nazionali tendono a controllare di più l’ingresso di immigrati.

Un dato storico interessante è offerto dalla questione dei matrimoni in seno al proprio gruppo etnico. All’inizio del Novecento questa tendenza era influenzata dal desiderio di sposare persone appartenenti al proprio contesto socio-culturale, disposte dunque a unire i loro sforzi per realizzare il sogno di diventare proprietari terrieri – ricorda Truzzi –. Fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, c’era la prospettiva di ritornare in Italia; un’aspettativa che si sarebbe invece complicata in caso di matrimoni con persone di altri gruppi etnici. A partire dalle seconde e terze generazioni, invece, i matrimoni tra italiani hanno iniziato a diminuire. Negli anni Quaranta, gli italiani e i loro discendenti si erano ormai già completamente integrati arrivando a ricoprire cariche politiche.

Come funziona allora il modello multiculturale brasiliano? “Funziona bene per la popolazione bianca, ma non per quella di colore – lamenta Truzzi –. Anche se costituiscono la metà degli abitanti del Paese, neri e meticci sono ancora discriminati, ricevono salari più bassi, hanno un minore accesso all’istruzione, vivono nei quartieri più poveri”. Sono state adottate politiche sociali di cambiamento, ma si tratta di azioni ancora troppo recenti. Inoltre – conclude Truzzi – “il governo di Michel Temer è sostenuto da parlamentari poco interessati a migliorare la situazione dei ceti sociali più svantaggiati”.

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