Data odierna 25-09-2017

Cento anni fa, esattamente il 12 febbraio, nasceva a Quinto Nello Celio, destinato a una brillante carriera come e uomo politico ed economista. Avvocato e notaio, convinto cattolico liberale, ha ricoperto...

Svizzera: ricordo di Nello Celio, amico degli italiani

Cento anni fa, esattamente il 12 febbraio, nasceva a Quinto Nello Celio, destinato a una brillante carriera come e uomo politico ed economista.

Avvocato e notaio, convinto cattolico liberale, ha ricoperto importanti incarichi politici dapprima in Ticino, poi nella Confederazione come consigliere nazionale (1963-1966) e consigliere federale (1963-1973). Diresse i dipartimenti militare (1967-1968) e finanze (1968-1973) e nel 1972 fu presidente della Confederazione. Alla fine del 1973 lasciò l’attività politica per ritirarsi a vita privata. Morì a Berna il 29 dicembre 1995.

L’attività politica di Nello Celio ha lasciato tracce soprattutto nel Ticino, ma anche a livello nazionale, in un periodo molto delicato della storia economica, finanziaria e politica svizzera. Un aspetto della sua personalità di cui si è sempre parlato e scritto poco è la sua attenzione particolare all’Italia e agli italiani, specialmente quelli immigrati in Svizzera.

Celio e la politica migratoria svizzera dei “contingenti”

Celio era un politico dotato di grandi visioni insieme a un grande senso della realtà. Ne diede una bella dimostrazione già da consigliere nazionale, quando nella primavera del 1965 si discuteva al Consiglio nazionale la ratifica dell’Accordo di emigrazione tra la Svizzera e l’Italia relativo all’emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera. Intervenendo nel lungo dibattito parlamentare, sostenne l’utilità per la Svizzera di quell’accordo con argomentazioni che a distanza di quasi mezzo secolo non hanno perso la loro validità e attualità.

Celio sosteneva, ad esempio, che le misure di contenimento dell’immigrazione straniera e dell’introduzione dei contingenti da poco adottate (26 febbraio 1965) dal Consiglio federale fossero non solo legittime, ma anche rispondenti ai bisogni del Paese: “Le misure per arginare l’inforestieramento del Paese sono prese nell’ambito della nostra sovranità e del loro fondamento siamo soli ed assoluti arbitri (…) Pure nell’ambito del mercato comune sono posti certi limiti alla libera circolazione della mano d’opera, anche se nessuno degli Stati membri si trova nella nostra condizione”.

Ciò premesso, Celio s’interrogava dapprima sulle responsabilità dell’eccessivo afflusso di immigrati. Non aveva dubbi: “se eccesso vi fu, lo è stato nella domanda, non nella offerta di servigi, e se errore vi fu, lo è stato da parte dei lati economici nell’aver seguito il fenomeno con occhio contemplatore, senza avvertire tempestivamente l’esito finale, che doveva tradursi in drastiche misure”.

Certamente non erano responsabili della situazione i lavoratori stranieri, allora prevalentemente italiani: “Non è certamente lecito sottovalutare quanto accade nel Paese in questo momento, ma ancor meno lecito è assecondare le più deteriori manifestazioni contro i lavoratori italiani, il cui unico torto è quello d’essere nella corrente migratoria verso una economia che li ha reclamati a gran voce, perché in fase di incoordinata espansione”.

Osservando in particolare la situazione nei Cantoni di frontiera e nei grandi cantieri, il politico ticinese argomentava col linguaggio dell’evidenza: “Che i frontalieri non creino problemi congiunturali non è da dimostrare e sappiamo quanto siano necessari ai nostri cantoni di frontiera. Che gli operai dei cantieri discosti non domandano infrastruttura è anche pacifico. Infine che sia rispondente al nostro interesse, nell’ambito delle nostre relazioni mondiali, considerare la presenza da noi di complessi che al di sopra delle frontiere creano legami economici con altri Paesi pure mi sembra indiscutibile. Il Consiglio federale deve essere sorretto nei suoi sforzi con dignità, senza tracotanti dichiarazioni e senza imposizioni arbitrarie circa il numero, imposizioni che tengono conto del rumore che sale dalla piazza, ma assai meno della complessità della nostra economia e della nostra industria”.

Celio e gli immigrati italiani

Non so se Nello Celio oggi sarebbe stato ascoltato dalla maggioranza del popolo svizzero e degli stessi suoi corregionali, ma forse avrebbe ripetuto le stesse considerazioni, ricordando ad esempio che la Svizzera è un piccolo Paese e non può estraniarsi da quel che le succede attorno. Se per ragioni di Stato certe misure restrittive s’impongono, esse “devono nella loro applicazione ed interpretazione, nella loro valutazione politica, tenere conto che siamo un piccolo Paese, che nutre più della metà della sua gente con il commercio estero, che siamo un piccolo Paese per il momento avulso dalle grandi correnti integrazioniste che si affermano tutto intorno a noi e che stanno forgiando l’Europa di domani”.

In altra occasione, nel 1972, visitando da presidente della Confederazione un centro professionale per lavoratori immigrati, il CISAP di Berna, non aveva esitato a stabilire una specie di bilancio tra dare e avere nei confronti degli immigrati. Egli disse: “Se è vero che noi diamo [agli stranieri] possibilità di guadagno, è altrettanto vero che questa gente contribuisce a rafforzare la nostra economia e ci consente di produrre e dà di più di quanto noi diamo, cosicché, per saldo, come si dice in contabilità, sono ancora questi operai, questi lavoratori stranieri che sono in credito nei confronti del Paese”.

Guardando in particolare all’apporto degli immigrati italiani, già nel 1965 aveva detto: “In collaborazione con l’eccellente operaio svizzero, l’emigrazione italiana ha da noi impresso il marchio alle più grandi opere, dalle gallerie ferroviarie agli impianti idrici, e le grandi costruzioni del genio civile non avrebbero visto la luce se umili e meno umili lavoratori di quella nazione che nei tempi illuminò il mondo con la sua civiltà non vi avessero posto mano. Il padronato svizzero non può misconoscere di avere, grazie alla mano d’opera italiana, risolto il problema della espansione ed i lavoratori del nostro Paese, dopo aver fino a ieri predicato la solidarietà internazionale, non avranno dimenticato il contributo dell’estero all’incremento del prodotto sociale di cui essi stessi hanno beneficiato in larga misura”.

Credo che bastino questi pochi richiami per qualificare un politico come meritevole di essere ricordato per la verità delle sue parole, per la convinzione con cui le ha dette, ma anche per l’apertura mentale che i suoi interventi lasciavano facilmente trasparire.(Giovanni Longu)

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