Data odierna 19-08-2017

Sono trascorsi 18 anni dall’uscita di Flavio Cotti dal Consiglio federale e la Svizzera italiana non ha ancora trovato un degno successore nello stesso Consiglio, nonostante si siano presentate diverse...

Cassis rappresentante dell’italianità della Svizzera

Sono trascorsi 18 anni dall’uscita di Flavio Cotti dal Consiglio federale e la Svizzera italiana non ha ancora trovato un degno successore nello stesso Consiglio, nonostante si siano presentate diverse occasioni. Non ho fatto un’analisi dettagliata delle bocciature degli ultimi candidati «ticinesi», ma sono certo che un ostacolo è stato rappresentato dalla pretesa del Ticino di avere un proprio rappresentante. Né a livello costituzionale né a livello politico può essere rivendicata una rappresentanza cantonale nell’esecutivo federale.

Ritengo pertanto che insistere sulla rappresentanza «cantonale» (come sta avvenendo in gran parte dei media ticinesi) possa nuocere all’ottima candidatura di Ignazio Cassis. So per altro che lui può ben rappresentare l’italianità della Svizzera (che va oltre la stessa Svizzera italiana, geograficamente intesa) ed è questo aspetto che andrebbe sottolineato e privilegiato nei media e nell’opinione pubblica. Già la prima Assemblea federale che elesse Franscini aveva presente la necessità o quantomeno l’opportunità di avere in Consiglio federale rappresentanti di tutte e tre le principali componenti linguistiche e culturali della Svizzera.

Inoltre, i rapporti di buon vicinato con i tre grandi Paesi confinanti Germania, Francia e Italia suggerivano la presenza in Consiglio federale di esponenti linguisticamente e culturalmente vicini alle sensibilità di questi Paesi. In questo senso sono stati di grande esempio non solo Franscini, ma anche Pioda, Motta, E. Celio, Lepori, N. Celio e Cotti. Essi hanno contribuito in modo esemplare a rendere eccellenti le relazioni italo-svizzere.

Ritengo inoltre che, oggi più che in passato, limitare l’italianità entro i confini del Ticino e persino della Svizzera italiana sia troppo riduttivo e non veritiero perché dimenticherebbe, sminuendola, quella parte d’italianità, niente affatto trascurabile, che sta nel resto della Svizzera.

Credo infine che sia tempo di smettere di considerare gli immigrati italiani solo «ottimi lavoratori che hanno contribuito al successo dell’economia svizzera» (T. Tettamanti), parlando al passato (!) e dimenticando, per esempio, che è solo grazie a loro e ai loro discendenti che la lingua italiana ha acquistato un effettivo valore nazionale, che la sensibilità italiana (e ticinese) ha permeato l’intera società svizzera, che le seconde e terze generazioni di italiani (e ticinesi) sono oggi presenti ai massimi livelli dell’insegnamento, del giornalismo, dell’economia, della scienza e della ricerca. Sono italiani e spesso italo-svizzeri che amerebbero, fra l’altro, un o una esponente che rappresentasse in Consiglio federale tutta l’italianità della Svizzera.

Giovanni Longu

Berna, 28.07.2017

glongu@sunrise.ch

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