Data odierna 24-09-2017

Cercare, osservare, censire e, quindi, capire i nuovi giovani italiani all’estero. Si è parlato della cosiddetta “nuova mobilità” questa mattina all’assemblea plenaria del Cgie, giunta...

Speciale CGIE, Nuovi giovani italiani all’estero cercasi

Cercare, osservare, censire e, quindi, capire i nuovi giovani italiani all’estero. Si è parlato della cosiddetta “nuova mobilità” questa mattina all’assemblea plenaria del Cgie, giunta all’ultimo giorno di lavoro alla Farnesina.

Indicato dal segretario generale Elio Carozza come il tema che farà “da filo conduttore delle prossime commissioni continentali”, in programma a settembre, il focus sui giovani sarà al centro della prossima plenaria di fine novembre. A questo appuntamento il Consiglio generale dovrà avere “elementi conoscitivi e statistici precisi” del fenomeno.

Per il momento i dati disponibili sono quelli dell’Ocse – riferiti al 2011 – e quelli diramati dall’Istituto Europeo di Firenze, che collabora ad una indagine che proprio ieri il Mae ha rilanciato.

Ad illustrare questi dati è stato il presidente della VII Commissione Carlo Erio. “I tempi cambiano in fretta, succedono cose nuove ed emergono nuovi problemi”, ha esordito. Basti pensare che prima della Conferenza dei giovani del 2008 parlavamo soprattutto di oriundi, oggi di giovani italiani che tornano a partire”. I dati sull’emigrazione giovanile in Europa parlano di 120mila diplomati, che, dal Sud Europa, vanno soprattutto in Gran Bretagna (30%), quindi Germania (11), Olanda (8), Belgio e Francia. Il 20% di loro è impegnato in ingegneria, un altro 11% nel computing. “La metà di chi parte aveva già un lavoro e lascia il suo Paese per avere migliori opportunità”.

Diversi i dati italiani, che invece scelgono soprattutto la Germania (20), Francia (16) Gran Bretagna (13), Svizzera e Americhe. “Questi giovani scelgono il paese di approdo per le opportunità di carriera, per garantirsi un reddito più alto, ma anche, per la migliore qualità della vita. La conoscenza della lingua è un criterio discriminante solo per il 27% di chi parte”. Secondo i dati Ocse, la maggior parte ha la laurea e il 60% ha tra i 30 e i 40 anni.

In Sud America sono arrivati 78.900 italiani, ma è un numero che conta solo che si è iscritto all’Aire. In Brasile dal 2009 al 2011 hanno rilasciato 1500 visti l’anno a under 40. In Nord America 2000 all’anno, anche per lavoro provvisorio; in questo caso, ha detto Erio, “se non trovano lavoro si muovono all’interno del continente ma non tornano in Italia”.

Il fenomeno è fluido, insomma, ancora non bene “intercettato” e molto spesso si tiene alla larga dall’Aire, quindi il Cgie ha il compito di “dare suggerimenti” e “spronare i nostri interlocutori a prendersi responsabilità che competono loro. Gli eletti all’estero dovrebbero fare lobby sui nuovi migranti, giovani che ripercorrono la stessa via degli anziani, solo con altri mezzi”. Sono i politici che devono “sollecitare a loro volta Regioni e Comuni affinchè istituiscano non solo un osservatorio, ma anche sportelli di informazione e aiuto all’espatrio”.

Quanto alla Farnesina, secondo Erio il suo compito è “lanciare una campagna di informazione sui diritti di chi si reca all’estero, promuovere l’iscrizione all’Aire, attraverso i Consolati, insieme ai Comites e alla Camere di Commercio, deve creare un osservatorio per la partenza, monitorare le esigenze dei nuovi migranti, facilitare la creazione di reti di accoglienza. Coinvolgendo anche i patronati”.

Non si tratta, ha puntualizzato Erio, “di creare centri di mutuo soccorso, ma di “punti” informativi sui problemi del lavoro; in questo le Ccie potrebbero aiutarci. Comites e associazioni completerebbero l’assistenza”.

Sulle associazioni, è evidente che “alcune non possono attirare i nuovi migranti”. Loro, i giovani, ne hanno create di nuove: compito del Cgie è di “avvicinare queste nuove realtà per creare nuove sintesi di interventi”. Ma, ha aggiunto, alle azioni all’estero, deve accompagnarsi anche un’azione in Italia affinché “non ci sia più una crisi di rigetto” del Paese verso la sua emigrazione. Ecco perché “è necessario monitorare la partenza, attraverso regioni e comuni”.

Proposta della Commissione, ha concluso, è quella di “organizzare a latere della prossima plenaria una tavola rotonda o un seminario, invitando giovani italiani individuati tra i nuovi migranti per garantire la loro effettiva partecipazione democratica e invogliarli ad essere partecipi ai nostri organismi” che, al più tardi nel marzo 2014, dovrebbero essere rinnovati.

Molto partecipato il dibattito: Papandrea (Australia) è intervenuto per integrare i dati di Erio con quelli che riguardano il suo paese di residenza dove, ha spiegato, “nell’ultimo anno sono arrivati 22.770 giovani con visti temporanei, 9.000 per le cosiddette “working holiday”. L’Intercomites Australia ha scritto sia al Ministro Bonino che al Ministro per le migrazioni australiano segnalando le difficoltà dei giovani italiani in materia di lavoro e assistenza sanitaria”.

Anch’egli residente in Australia, Casagrande ha portato all’attenzione del Cgie gli “agenti dell’emigrazione che si fanno pagare molto per dare informazioni, spesso anche sbagliate se non illegali, ai nuovi migranti che hanno bisogno del permesso di residenza”. Posto che “Ambasciata e consolati non hanno personale per assistere nessuno” e che associazioni e Comites fanno quello che possono, serve una “struttura più solida, come quella che l’Australia ha creato col Brasile: si tratta -ha spiegato – di una struttura privata per permessi e certificati per emigrare; struttura che non manda nessuno se prima non gli hanno trovato lavoro”.

Lavoro che in Italia non c’è “perché nessuno viene ad investire”, secondo Bertali (Inghilterra) che va a monte del problema sostenendo che “creare opportunità di lavoro è l’unica soluzione”. Quindi “va bene i monitoraggi, ma anche dare impulsi ad un sistema che induce nessuno ad investire”.

Anche la Germania ha stipulato accordi con l’Italia. Lo ha spiegato Tommaso Conte: “il Ministero tedesco ha firmato un accordo con alcune regioni del Sud Italia per avere infermieri con laurea breve. Per la loro formazione linguistica la Germania prende soldi europei; i ragazzi, dal canto loro, firmano un contratto per 2 anni di lavoro”. E qui vengono i problemi perché “se la realtà è dura o si hanno difficoltà, non possono recedere dal contratto se non addossandosi un debito che va dai 6 a 10mila euro”. Di questo, ha denunciato Conte, “i consolati non sanno niente e non vogliono sapere niente, idem l’Ambasciata”. Il Cgie dovrebbe “chiedere che ci sia nei grandi consolati uno sportello dedicato”.

Grande il lavoro che a Nizza fanno Comites e Camera di Commercio, ha detto nel suo intervento Capaldo: “Nizza è grosso snodo: c’è chi viene e chi va, di tutte le età” e la Ccie di Nizza “aiuta moltissmi giovani con stage e tirocini”.

Nuovi italiani sono stati avvistati anche in Perù: ne è testimone Giacomo Canepa. “Sono in Perù da anni e solo l’anno scorso ho visto di nuovo italiani arrivare”. D’altro canto “il Perù è un paese diventato appetibile per la crescita economica, seconda solo al Cile”. Certo è “difficile inserirsi nel mercato del lavoro e non si ha nessun aiuto dai Consolati, che “dirottano” i connazionali sul Comites, che non può fare altro che segnalarli alle associazioni. Come Ctim noi abbiamo aiutato qualcuno – ha concluso – e spero di poterlo fare ancora anche alla luce di quello che ha fatto il Perù per me e la mia famiglia”.

Secondo Tabone gli sportelli informativi invece che nei consolati dovrebbero essere istituiti nelle Camere di Commercio. Lui, che lavora in quella italiana in Francia, ha pure segnalato l’importanza degli accordi con le università: “abbiamo promosso un master con l’università di Nancy: si tratta di un master franco-italiano in management che funziona molto bene”.

Deputato nelle ultime due Legislature, Franco Narducci (Svizzera) ha sostenuto che “il Cgie deve dare una testimonianza al Paese”. Il tema è troppo importante per essere sviluppato senza la presenza di interlocutori qualificati e soprattutto che hanno il potere di prendere decisioni. Molto critico, Narducci, con l’Italia, la sua burocrazia, la sua incapacità di guardare al lungo periodo. “Diciamo queste cose a chi le deve ascoltare”, ha ribadito. “Non è possibile far passare mesi per creare un’impresa e serve un sistema di formazione professionale vero statalizzato, che leghi scuola e lavoro in tutti i campi. Se gli stranieri non vengono ad investire in Italia è anche perché non c’è professionalità. La Legge-Fornero ha istituito un sistema di apprendistato che è stato fallimento totale: l’anno scorso vi hanno aderito in 11mila appena, cioè meno del vecchio sistema”. Con l’Unaie, di cui Narducci è Presidnete, “abbiamo parlato molto dei giovani, anche perché molte associazioni cercano le loro eccellenze all’estero. Io sono convinto che l’Italia corre un serio rischio. È vero che nel mondo globalizzato “dobbiamo andare”, ma è anche vero che qua in Italia non viene nessuno!”. (ma.cip.\aise)

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