Data odierna 21-11-2017

“Mediterraneo: culla di popoli. Definizione esaustiva ed esauriente per riassumere secoli di storia. Esso è sempre stato un punto di contatto tra le molteplici civiltà che l’hanno abitato: Fenici,...

Santellocco: Economia e solidarietà nel confronto mediterraneo

“Mediterraneo: culla di popoli. Definizione esaustiva ed esauriente per riassumere secoli di storia. Esso è sempre stato un punto di contatto tra le molteplici civiltà che l’hanno abitato: Fenici, Romani, Greci, Arabi, Turchi, Ebrei. Ancora oggi rappresenta, facilitato dalla evidente conformazione geografica, il cardine di interscambio sia nei settori socio-economici sia in quello storico-culturale”. Questa l’analisi che Franco Santellocco ha presentato ai colleghi del Cgie, riuniti da ieri a Zagabria per la Commissione continentale Europa e Nord Africa.

Ne riportiamo di seguito la versione integrale.

“Il Mediterraneo, però, è anche un campo di battaglia senza fine: questo è quanto si scorge ampliando lo sguardo alla sponda Sud di esso.

La primavera araba aveva originato grandi speranze: dall’aspirazione ad un anelito di libertà al desiderio di uscire dalla povertà, magari sconfiggendo la corruzione delle oligarchie al potere. Molte delle attese sono andate obiettivamente deluse.

Soltanto la Tunisia, infatti, è uscita dalla Primavera come un Paese più stabile. Si è dotata di recente di una Costituzione che tutela diritti universali come la libertà di culto e la parità fra uomo e donna. Ha un nuovo governo di tecnici, incaricati di fare le riforme e di scrivere la nuova legge elettorale per votare entro la fine dell’anno. Annovera, fra le forze politiche dominanti, uno dei partiti islamici più moderati di tutto il mondo arabo ed una importante comunità di intenti fra la potente sindacale dell’Ugtt ed il mondo imprenditoriale.

Al contrario invece nelle altre Nazioni regna il malcontento popolare, in alcune è represso in altre è palese.

In Algeria ed in Marocco, ad esempio, il disappunto è covato sotto la cenere. Nella prima le autorità militari e della sicurezza esercitano un controllo capillare del territorio ma il timore di un ritorno dell’estremismo islamico, mai veramente estirpato, agita i sonni di governanti ed investitori.

Anche in Marocco l’autorità ed il prestigio del Sultano, suprema autorità religiosa, unito al pugno di ferro della polizia ed ai sostanziosi aiuti dell’Unione europea, conservano un’apparente tranquillità.

Entrambe poi afflitte da una altissima disoccupazione che l’Algeria cerca di arginare finanziando i progetti di sviluppo con proventi dell’industria di estrazione degli idrocarburi e il Marocco grazie ai proventi di un turismo sempre più incoraggiato.

La Libia appare un marasma di poteri in conflitto. Milizie cittadine e tribali, una regione, la Cirenaica, sull’orlo della secessione, senza un governo centrale in grado di assicurare continuità, autorevolezza e soprattutto sicurezza.

La produzione petrolifera è precipitata cosi come, di pari passo, gli introiti dello Stato che assicuravano un livello di vita dignitoso alla maggioranza dei cittadini, ora ricercato, da chi può, con la violenza attraverso la partecipazione alle diverse fazioni armate.

Spostando il nostro interesse più ad oriente la situazione non fa che peggiorare. Unica eccezione è l’isola di democrazia ed efficienza costituita dallo Stato di Israele.

L’Egitto, dopo il rovesciamento di Morsi per mano dei militari, l’approvazione della nuova Costituzione e la presumibile elezione del generale el Sisi alla Presidenza, sembrava avviarsi verso un rafforzamento della credibilità politica. Violenza e terrorismo, invece, pongono seri dubbi sulla stabilità economica e sulla sicurezza del Paese. Tale durezza è in aumento soprattutto con il propagarsi di un movimento insurrezionale strisciante che comincia ad alzare la testa ed a disporre di mezzi più sofisticati. Il problema del rischio ha un impatto negativo anche sul turismo.

La guerra civile in Siria è lungi dal termine: l’accordo sulle armi chimiche si è rivelato aleatorio (solo il 4% dell’arsenale sembra essere stato consegnato), la posizione di Assad si è obiettivamente rinforzata e non si scorgono ancora vie percorribili per mettere fine ad un conflitto che fino ad oggi ha fatto oltre 130.000 morti e 6 milioni di profughi. Conflitto che ha richiamato l’attenzione dei fondamentalisti islamici presenti su campi di battaglia di un Paese che aveva visto la convivenza fra etnie e religioni diverse, quasi sempre in pace.

Il rischio, invece, è rappresentato da un trasferimento nel vicino Libano che solo nei giorni scorsi si dotato di un governo dopo oltre un anno di trattative ma subito colpito da un devastante attentato nel quartiere sciita di Beyrouth.

Le speranze che la Turchia potesse contribuire ad attenuare le tensioni sono svanite nel nulla. Il Paese si sta trasformando in una zona critica a causa dell’atteggiamento sempre più intransigente del primo ministro Erdogan nei confronti della opposizione che minaccia di complicare e destabilizzare ancora di più la situazione politica interna.

Sempre più in ombra in questo difficile contesto il problema palestinese che in questo momento nessuno ha interesse a sollevare.

Il 2014, per gli equilibri nella regione orientale del Mediterraneo, sarà un anno cruciale: un anno decisivo per le trattative con l’Iran sulla questione nucleare. Il successo dell’accordo restituirebbe prestigio ed importanza all’Iran, spianando la strada al suo ritorno sulla scena internazionale come motore economico della regione. È vero che i suoi alleati ne trarrebbero vantaggio ma il governo a guida sciita in Iraq, Assad e gli Hetzbollah, scatenerebbero un conflitto profondo con gli Stati sunniti del Golfo. Quest’ultimi non vedono di buon occhio la crescente influenza di Teheran e l’impennata delle sue esportazioni di greggio.

I motivi di ottimismo sul futuro della sponda sud del Mediterraneo e per una rapida evoluzione in meglio della situazione non sono molti.

La situazione è fosca e soltanto imprenditori coraggiosi e con una profonda e maturata esperienza e conoscenza di situazioni e persone continuano ad impegnarsi nei Paesi di cui abbiamo appena tracciato un profilo.

A questo punto: quale è la posizione assunta dall’Italia e dal resto dell’Europa nei confronti dei paesi posti sull’altra sponda del Mediterraneo? Non si può rimanere indifferenti di fronte ai problemi che li attanagliano, in virtù degli stretti legami che intercorrono tra le due sponde.

La situazione mediorientale ci tocca direttamente; una sua guerra o crisi, devono essere percepite e vissute come nostre. Riprendendo una frase di John Donne «se una Zolla viene portata via dalle onde del Mare, la terra ne è diminuita» (nel nostro specifico caso lo sarebbe il Mediterraneo ). Così come sottolinea il ministro degli esteri italiano Federica Mogherini: «dobbiamo restare concentrati sulle crisi che ancora scuotono il Mediterraneo» (Conferenza internazionale sulla Libia – Roma 6 marzo 2014).

L’Europa in questo contesto può giocare un ruolo di grande rilevanza: ponendo la lente di ingrandimento sul Mediterraneo come luogo di confronto e di unioni tra paesi ed etnie diverse. Una attenta conoscenza di situazioni e uomini, nella convinzione che istituzioni, abitudini, mentalità non sono esportabili con la forza.

Andando a Tipaza, città algerina che si sporge sul Mediterraneo, accanto agli abiti arabi, al cous-cous, alle moschee, ai souvenirs berberi, troviamo i resti della città delle antiche dominazioni di fenici e romani, le cui tracce sono ammirabili ancora oggi. E allora non sembra più di essere in Algeria, ma piuttosto sulle coste della Sicilia o della Grecia. Andando a Siviglia ritroveremo nell’architettura l’antico stile arabo. Di esempi se ne potrebbero fare a non finire.

Di conseguenza, la nostra stessa cultura, l’arte, le nostre tradizioni, la cucina stessa, sono il risultato di contatti tra gli antichi popoli del Mediterraneo. È riduttivo parlare di popolazione europea, laddove incontriamo un numero sempre più alto di algerini, marocchini, egiziani, ecc… Facendolo, estromettiamo e mascheriamo una verità molto più variegata, fatta di una presenza identitaria molto più complessa.

Romano Prodi ricorda come «le migrazioni sono il volto del mondo contemporaneo». Ecco, che per farlo, allora parlare di sola Europa, risulta altamente riduttivo.

Mi viene in mente allora lo scrittore algerino Amara Lakhous e il suo libro Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio. In un palazzo di Roma, voci multietniche si incontrano e scontrano: il professore milanese, la portinaia napoletana, il rifugiato iraniano, la badante peruviana, il pescivendolo e il protagonista Amedeo, entrambi algerini.

Ma è possibile dividere questo crogiolo di civiltà presenti sul territorio europeo? La presenza numerosa di immigrati, provenienti soprattutto dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, è una realtà, e non un prospetto ideale, in cui le varietà culturali non diventano, ma sono un tutt’uno inscindibile.

I rapporti con i nostri vicini del Mediterraneo sono oggetto di discussione e di riflessione attualissima. Soli pochi giorni fa, il 6 Marzo, a Reggio Emilia ha avuto luogo la conferenza, «Africa, sfida decisiva per il nostro futuro. Reggio nel mondo che cambia», presieduta da Romano Prodi. Don Giuseppe Dossetti, coordinatore della seduta, sottolinea come i mutamenti sociali abbiano richiesto la necessità di occuparsi non solo dei problemi degli italiani, ma anche di quelli delle popolazioni migranti giunte nella penisola.

Non bisogna vedere nelle persone immigrate un problema di cui sobbarcarsi, ma al contrario queste «se sono accolte in un contesto di solidarietà possono produrre effetti utili per la comunità» ricorda Don G. Dossetti.

La varietà euromediterranea riguarda i rapporti che intercorrono sul piano economico esterno. Le imprese italiane sono presenti in tutti i Paesi del Mediterraneo fin qui menzionati.

L’Italia, investendo economicamente nei paesi vicini, non aiuta solamente chi si trova dall’altra sponda, ma si arricchisce a sua volta e sotto diversi aspetti. Ivana Tamai, a proposito delle strette relazioni tra Italia e Libano (l’Italia a livello commerciale è il secondo esportatore mondiale sul territorio), afferma che l’approccio italiano è «non solo mettere a disposizione disponibilità finanziarie sulla scelta di impegni presi in ambito internazionale, ma anche e soprattutto condividere risorse umane particolarmente capaci di calarsi nel contesto libanese, apprezzarne la sua essenza e rispettarne tradizioni e costumi». Quanto sostiene la Tamai non deve valere esclusivamente per il Libano, ma è un concetto che si estende a tutti gli altri paesi posti a sud.

Come possiamo allora reputare i soli paesi del continente europeo come facenti parte di un unico insieme in sé compiuto e indipendente, nel momento che sia internamente, analizzando la diversa composizione dei suoi abitanti, sia a livello di rapporti economici, i paesi che si affacciano a sud del nostro Mar Mediterraneo vengono a esserne esclusi e a non essere valutati nella giusta prospettiva?

Allora perchè non incentivare e tutelare maggiormente le relazioni con questi ultimi, perchè non stabilire una politica più forte che miri a far convergere in un unico bacino (che non deve essere costituito dal solo mare) la crescita e gli interessi di entrambi? Questa domanda insorge spontanea laddove le due realtà non possono considerarsi a sé stanti.

Il 7 Marzo vi è stato l’incontro del ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini con il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman e quello algerino Ramtane Lamamra. I ministri Mogherini e Lamamra hanno entrambi espresso la necessità di rafforzare i rapporti esistenti tra Italia e Algeria.

Non solo l’Italia e l’Algeria ma tutta l’Europa e il resto dei paesi a sud del nostro mare dovrebbero «riconsiderarsi» sotto lo spirito Euromediterraneo”. (aise)

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