Data odierna 21-08-2017

Il percorso delle riforme istituzionali, fin dai primi passaggi indiretti, qual è il provvedimento sul superamento delle Province, in discussione in Parlamento in queste ore, si è rivelato ben presto...

Percorso di riforma per le istituzioni italiane: quale spazio per gli italiani all’estero di Francesca La Marca

Il percorso delle riforme istituzionali, fin dai primi passaggi indiretti, qual è il provvedimento sul superamento delle Province, in discussione in Parlamento in queste ore, si è rivelato ben presto impervio e pieno di insidie. Non era difficile immaginarlo, proprio per la profondità del progetto di cambiamento che ne è alla base e per l’obiettiva difficoltà di arrivare ad un risultato con il consenso anche di un ramo del Parlamento – il Senato – nel quale i numeri sono più stretti e le prospettive più incerte.

Naturalmente è presto per tirare le somme di un percorso che è ancora ai primi passi e per valutare con realistica approssimazione le ipotesi che vengono avanzate. Ma, a mio avviso, non è presto, anzi rischia di essere addirittura un po’ tardi, per porsi una domanda di fondo: in tutta questa partita delle riforme istituzionali, qual è lo spazio e il ruolo che sarà riconosciuto ai cittadini italiani residenti all’estero?
Siamo di fronte a scenari inediti fino a qualche tempo fa, nuovi anche rispetto alla non lontana fase dei “saggi” di Napolitano e Letta che, tanto per eliminare il problema alla base, avevano proposto l’abolizione pura e semplice della circoscrizione Estero. Per questo le considerazioni che sto per fare sono un semplice contributo ad una discussione aperta che è bene che si sviluppi liberamente o, se credete, una sollecitazione ad un dialogo che mi auguro possa coinvolgere anche alcuni dei lettori di questo giornale.
Il nuovo punto di partenza, come è noto, è la proposta di superare il bicameralismo perfetto trasformando il Senato in Camera delle autonomie, regionali e comunali. Poiché si tratterebbe di un organismo eletto non a suffragio diretto, ma indiretto, vale a dire con rappresentanti scelti tra presidenti di regione, sindaci dei comuni e consiglieri delle une e degli altri, da questo nuovo Senato scomparirebbero i sei eletti nella circoscrizione Estero. Oltre alle motivazioni di natura strettamente elettorale, qualcuno aggiunge che essendo il nuovo Senato una Camera rappresentativa dei territori, è giusto che non ci siano i rappresentanti della comunità italiana all’estero, non potendo facendo essi riferimento ad un territorio definito.
In più, i cittadini italiani all’estero hanno un profilo giuridico eminentemente “nazionale”, che mal si adatterebbe al riferimento di tipo regionale e locale che sarebbe alla base della riforma. Qualche altro avanza un’ulteriore considerazione: uno degli obiettivi di questa maggioranza e di questo governo è la riduzione del numero dei parlamentari, sempre evocata e mai realizzata. Con l’eliminazione dei senatori, la rappresentanza parlamentare complessiva si ridurrebbe grosso modo di un terzo (dagli attuali 945 a 630), sicché l’eliminazione dei sei senatori dell’estero sui 18 rappresentanti previsti risponderebbe ad un criterio assunto per tutti, sarebbe in sostanza la quota di sacrificio addossata ai cittadini italiani all’estero.
Senza sottovalutare il peso di queste motivazioni e senza alcuna presunzione di discettare di cose così complesse, confesso di non trovare del tutto convincenti queste ragioni. E vorrei dire perché.
L’elezione di secondo grado non è un totem, anzi viene avanzata più che altro per motivazioni di risparmio. Ora, se si pensa di lasciare il sistema di elezione per i deputati collegato alla circoscrizione Estero, magari riformandolo mediante l’introduzione della richiesta di voler votare per corrispondenza, dal punto di vista dei costi non ci sarebbe alcuna spesa in più aggiungendo la scheda per il Senato a quella della Camera. Forse più insidiosa è l’idea di escludere coloro che non fanno riferimento ad un determinato territorio. Tuttavia, non credo che nell’epoca della rivoluzione delle tecnologie mediatiche si possa intendere il territorio in termini prevalentemente fisici. Se il territorio delle regioni è quello su cui insistono i cittadini italiani connotati da una determinata storia e da vicende comuni avvenute in una particolare delimitazione amministrativa, non credo che sarebbe eccessivo parlare di una “regione virtuale”, quella che raccoglie la comunità dei cittadini italiani presenti nel mondo.
Questa “regione virtuale” ha alle spalle una vicenda storica non meno significativa e un sistema consolidato di relazioni con il Paese, anche di natura amministrativa attraverso la rete consolare, che andrebbe salvaguardato per un principio di parità sostanziale tra gli stessi cittadini. Ma al di là degli equilibri e delle tecniche normative, vi è un punto sostanziale da salvaguardare. Le nostre comunità negli ultimi decenni hanno conosciuto un’assidua presenza delle Regioni italiane, qualche volta in modo positivo, qualche altra in modo meno positivo. Questa esperienza non è calata dal cielo, ma è stata semplicemente il frutto delle competenze che le Regioni hanno acquisito fin dal loro nascere sui temi dell’emigrazione, del turismo e quant’altro. Tenere saldo questo dialogo, anzi svilupparlo, è un interesse dell’Italia, non degli italiani all’estero, perché può dare molti frutti e vantaggi, soprattutto in un momento critico come questo. Allora, Senato o non Senato, credo che tutti dovrebbero adoperarsi per fare in modo che dove si parla della promozione e del coordinamento dei territori, cui siano anche gli italiani all’estero, non per una concessione di tipo corporativo, ma perché è obiettivamente utile. Non risponde, poi, ad alcun parametro obiettivo il fatto di dire che gli italiani all’estero, se conservassero gli attuali livelli di rappresentanza, sarebbero esclusi dalla riduzione complessiva della rappresentanza.
Voglio ricordare che nella situazione attuale il rapporto di rappresentanza dei cittadini residenti in Italia è grosso modo di 1 eletto per 130.000 cittadini, mentre lo stesso rapporto per gli italiani all’estero è di 1 per oltre 330.000 cittadini, vale a dire di tre volte maggiore. Questo significa che conservando l’interezza della rappresentanza attualmente prevista nella Costituzione, si modificherebbe solo in parte il dislivello che esiste a scapito dei cittadini residenti all’estero. Comunque, se questa ipotesi di lasciare nella Camera fondamentale, quella per capirci che dà la fiducia al Governo e che vota le leggi fondamentali dello Stato, resisterà al confronto e alle prevedibili tensioni sui temi delle riforme nelle prossime settimane saremo certamente di fronte ad un riconoscimento importante. In realtà, il nodo è sempre quello e possiamo guardare con soddisfazione al fatto che non si pensi di scioglierlo con un colpo d’accetta: i cittadini italiani all’estero sono cittadini di pieno diritto davanti alla Costituzione e, dunque, hanno come tutti gli altri la facoltà di esprimere un voto pieno, concorrendo alla formazione del Parlamento, qualunque sia il profilo che gli si intenda dare, e alla espressione di una diretta rappresentanza.
La circoscrizione Estero fu concepita, poco più di un decennio fa, per rendere effettivo questo diritto primario e per passare dalla finzione di un voto che si poteva esprimere solo attraversando gli oceani nei seggi dei comuni ad un voto reale. Questo è l’ancoraggio da cui ogni soluzione non dovrebbe allontanarsi per non correre il rischio di perdersi in mare aperto. A mio avviso, la ricaduta del voto all’estero sui collegi italiani, oltre che essere tecnicamente quasi impossibile, sarebbe riduttiva e priverebbe circa 5 milioni di cittadini di una loro legittima rappresentanza. Piuttosto, se si vuole che nel processo delle riforme costituzionali si guardi agli italiani all’estero senza ombre e con la certezza di vedere riconosciuti i loro diritti su un piede di completa parità, si metta mano alla riforma del voto per corrispondenza in modo da metterlo al riparo da sospetti e critiche. Le condizioni per farlo ormai vi sono. Il Gruppo del PD, sia alla Camera che al Senato, ha già avanzato la proposta di una serie di correzioni alla legge n. 459 sul voto per corrispondenza, alla quale ho apposto anche la mia firma. Con questa proposta, che contiene una serie di misure di salvaguardia, si pensa soprattutto di rendere certa la platea degli elettori, ancora pendolante tra gli elenchi AIRE e quelli consolari, e di evitare che centinaia di migliaia di plichi girino per il mondo senza la certezza di un preciso destinatario.
A nostro avviso, sarebbe bene operare come altri paesi stanno già facendo, vale a dire lasciare all’elettore la facoltà di richiedere di voler votare per corrispondenza, indirizzando il materiale ad un indirizzo preciso e certo e lasciando all’interessato la possibilità di verificare che nessuno approfitti della sua scheda. Rendere il voto più certo e più vicino alle prerogative richieste dalla Costituzione è un bene per noi e per una buona fisiologia della democrazia italiana, che di problemi già ne ha parecchi per suo conto. Naturalmente, in questo ragionamento sulla rappresentanza degli italiani all’estero vi sono anche gli altri livelli, di base (COMITES) e intermedio (CGIE), ma di questo magari parleremo quando avremo capito di più dell’indirizzo che prenderà il corso delle riforme costituzionali. Ecco, queste sono semplicemente riflessioni e spunti di discussione, senza la pretesa di tirare conclusioni prima di un confronto vero. Questo confronto avverrà certamente a livello politico e parlamentare, ma se si aprisse un circuito di dialogo più ampio, anche con i cittadini, sarebbe certamente meglio per tutti. (francesca la marca*\aise)
* deputata Pd eletta in Centro e Nord America

Shinystat

Oppure condividila!

Piaciuta la notizia? Forse ti può interessare..

Lascia un commento

Invia il commento