Data odierna 19-11-2017

“Non saremo i difensori di ufficio della circoscrizione estero” affermava il Segretario Generale nel corso dell’ultima Assemblea plenaria mentre stava leggendo la relazione del Comitato di Presidenza. Sembrava...

Perchè il CGIE difende la circoscrizione estero?

“Non saremo i difensori di ufficio della circoscrizione estero” affermava il Segretario Generale nel corso dell’ultima Assemblea plenaria mentre stava leggendo la relazione del Comitato di Presidenza.

Sembrava una dichiarazione di intenti e, considerato lo stretto legame esistente fra Carozza ed il Partito (quello con la P maiuscola), una presa di posizione concordata ed un’apertura ad una rappresentanza parlamentare numerica più adeguata alla consistenza delle comunità nazionali all’estero.

L’articolo 48 della Costituzione, dopo la variante ottenuta dalla tenacia di Tremaglia e dall’accordo finalmente raggiunto fra le grandi formazioni politiche, rinchiude gli italiani all’estero in un ghetto, una specie di riserva indiana. I loro voti non contano nel computo del quorum per i referendum, assegna a circa il 7% del corpo elettorale (quanti sono i connazionali all’estero) 12 deputati e 6 senatori, in luogo dei circa 40 e 20 rispettivamente cui avrebbero diritto (in base alle indicazioni dagli artt. 56 e 57 della Costituzione).

Se domani, per paradosso, essi diventassero il 50% degli aventi diritto al voto, eleggerebbero sempre 12 deputati e 6 senatori. I maligni direbbero “anche troppi” visti i modesti risultati concreti conseguiti. Ma non è questo il punto.

A suo tempo Tremaglia fu costretto ad accettare la ghettizzazione degli italiani all’estero per fare approvare il voto in loco e vincere la diffidenza dei partiti verso una riforma di cui diffidavano.

Si temeva, infatti, che il voto in circoscrizioni in bilico avrebbe potuto essere gravemente influenzato da elettori all’estero difficilmente influenzabili dalla propaganda dei partiti nazionali e si preferì isolare il risultato elettorale nel ghetto delle circoscrizioni estero.

L’altra grande vittoria fu senza dubbio il voto in loco per corrispondenza, una pratica adottata da decenni dalle maggiori democrazie (l’Italia non ne fa forse parte?).

Ogni volta che si affronta il tema del voto per corrispondenza spunta l’ossessione della sua segretezza.

In Francia si vota addirittura per delega, spesso si è democratici o repubblicani, gollisti o socialisti, socialdemocratici o cristiano-sociali per eredità familiare, allo stesso modo in Italia si è di destra o di sinistra.

C’è da nascondersi se il voto è conforme alle idee espresse al caffè con gli amici o da vergognarsene dopo 70 anni di democrazia?

Si diceva all’inizio che sembrava una apertura di un grande partito nazionale partecipe della maggioranza che sostiene il governo in rapporto anche della indifferenza mostrata finora dal partito egemone nel centro destra.

Appariva un buon segnale a fronte del cammino avviato per la riforma della Carta costituzionale, che dovrebbe dare finalmente compimento anche a quella parte dell’articolo 48 che afferma che il voto, tra gli altri aggettivi che lo definiscono, deve essere “eguale”, per gli italiani di Madrepatria ed i connazionali all’estero.

C’è da ritenere invece che quella frase citata in apertura sia costata una solenne bacchettata sulle dita del Segretario Generale tanto che i maggiorenti del Partito (sempre quello con la P maiuscola) presenti nel CGIE si sono affrettati a presentare l’ordine del giorno numero 9, approvato a maggioranza, con numerose astensioni, in cui sono avanzate due richieste che nulla hanno in comune, come le famose mele e pere nelle lezioni di aritmetica sulla somma nelle scuole elementari.

Non vi è nulla infatti da eccepire sulla richiesta di garantire il diritto alla effettività dell’esercizio del voto “in loco”, da difendere con le unghie e con i denti.

Moltissimo, invece da eccepire sulla richiesta di conferma della circoscrizione estero, che nulla ha in comune con l’argomento del paragrafo precedente.

Nessuno ama i ghetti.

Nessuno dovrebbe richiedere di esservi rinchiuso, neppure per ferrea obbedienza alle logiche di partito.

I saggi nominati dal Governo per studiare le necessarie riforme alla Carta costituzionale sapranno certamente ispirarsi per le modalità di voto alle maggiori democrazie del pianeta e rendere effettivi tutti gli aggettivi indicati nell’art. 48, trovare una architettura costituzionale che consenta agli italiani all’estero di esprimere il loro voto in loco, senza ossessioni particolari, ispirate da spirito di conservazione e strenua difesa di satrapie politiche.

È la posizione del MAIE (Movimento Associativo degli Italiani all’estero), presente in Parlamento, che ha difeso non solo il diritto alla effettività del voto, ma anche l’uguaglianza di tutti gli italiani nella elezione dei propri rappresentanti parlamentari, siano essi all’estero o in Patria.

Non per niente il MAIE non è affiliazione di partiti nazionali, ma creato all’estero da italiani all’estero desiderosi di mettere a frutto nel Parlamento nazionale le esperienze maturate nei Paesi di accoglienza a beneficio del Paese di origine, prestando attenzione nel contempo sia alle aspettative dei connazionali che alle possibilità di sviluppo della cooperazione fra Patria di origine e Paesi di accoglienza.

È un movimento insieme culturale e politico che ha registrato nelle recenti elezioni legislative una significativa crescita di consensi.

Crescere ancora significa dare visibilità agli interessi ed alle aspettative degli italiani nel mondo, richiamare l’attenzione dei media, risvegliare l’attenzione ormai sopita e cloroformizzata dai partiti nazionali sull’altra Italia.

I saggi nominati dal Governo hanno, invece, il dovere di non dimenticarla, di ricordarne i sacrifici del passato, di accompagnare la nuova diaspora di giovani in atto in questi anni che, alla luce delle esperienze maturate, hanno ancora la volontà di dare un contributo significativo alle scelte della politica nazionale. (Franco Santellocco)

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