Data odierna 21-11-2017

La comunità di italiani a Londra conta circa 600mila persone. Alcuni vogliono tornare in Italia, altri richiedono la carta di residenza permanente, un formulario di 85 pagine! ***************************************************************** Di...

Molti italiani nel Regno Unito non si sentono più a casa

La comunità di italiani a Londra conta circa 600mila persone. Alcuni vogliono tornare in Italia, altri richiedono la carta di residenza permanente, un formulario di 85 pagine!

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Di Enrico Franceschini per “La Repubblica

LONDRA - Paola, curatrice di un museo, è incredula: “Non avrei mai creduto, dopo 18 anni passati qui, di desiderare di tornare nella mia piccola, vecchia Bologna”. Bruno, medico chirurgo estetico, è preoccupato: “Mio padre mi telefona tutti i giorni per dirmi di fare richiesta di residenza permanente e cittadinanza britannica”. Leonardo, consulente finanziario, è amareggiato: “Se a Londra togli la possibilità di sentirsi a casa propria, il fatto di potere essere tutti uguali, indifferentemente dalla nazionalità, dalla religione, dalla cultura, che cosa le rimane? Una cosa sola: la pioggia”.

La più grande Little Italy del mondo vive una crisi di identità. Ben riassunta da un post su Facebook di Claudio, manager in una società di investimenti: “Facciamo le valige e ce ne andiamo?”. È una tentazione collettiva di fronte all’uragano della Brexit. Un tornado che in verità non si è ancora manifestato concretamente: il Regno Unito rimane nell’Unione Europea e ci resterà per almeno altri due anni, il tempo previsto del negoziato di uscita dalla Ue fra Londra e Bruxelles, trattativa che comincerà nel momento in cui Theresa May invoca l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il via alla procedura di secessione di uno stato membro.

Ma le nubi all’orizzonte sono già molto pesanti. E hanno guastato l’umore alla più grande comunità di nostri connazionali all’estero: una “Piccola Italia” in verità non tanto piccola, circa 600 mila persone (secondo stime del Consolato comprendenti anche chi non ha trasferito qui la propria residenza ufficiale) tra la capitale e il resto della Gran Bretagna.

Chi sono gli italiani d’Inghilterra? Si fa prima a dire cosa fanno: tutto. Letteralmente tutti i mestieri. Mentre negli anni ’50-’60 del Novecento, la prima ondata di nostri emigranti (in realtà la seconda, se si considerano anche gli esuli del Risorgimento, da Mazzini in poi) era composta prevalentemente da camerieri, baristi e ristoratori, con epicentro quel Bar Italia che sorge ancora nel cuore di Soho, gli immigrati italiani odierni, o meglio “espatriati” come è più “cool” definirli, fanno il medico, l’infermiere, l’avvocato, il banchiere, l’architetto, il commercialista, l’ingegnere.

Lavorano in tutti i campi: dalle società di investimenti della City, come Davide Serra, fondatore del fondo Algebris (2 miliardi e mezzo di sterline), alla rivoluzione digitale, come Riccardo Zacconi, fondatore della King Digital Entertainment, l’azienda che ha inventato Candy Crush, il gioco per telefonino che ha conquistato il mondo; dalle telecomunicazioni, come Vittorio Colao, amministratore delegato della Vodafone, la numero uno della telefonia mobile, all’editoria, come Alessandro Gallenzi ed Elisabetta Minervini, marito e moglie, fondatori di Alma Books, casa editrice indipendente che ha pubblicato l’autobiografia della moglie di Stephen Hawking, il libro da cui è stato tratto il film premio Oscar La teoria del tutto.

Dall’economia sostenibile, come Livia Giuggioli, co-fondatrice di Eco-Age, società che aiuta le aziende a utilizzare energie rinnovabili ed ecologiche (oltre che moglie dell’attore premio Oscar Colin Firth – a proposito, sta prendendo la cittadinanza italiana anche lui), all’accademia, come il neuroscienziato dell’University College London Giandomenico Iannetti, vincitore di borse e “grants” per milioni di sterline per svikuppare i suoi studi sul cervello, o il criminologo di Oxford (amico e ispiratore dei romanzi di John Le Carrè) Federico Varese; dall’architettura, come Annamaria Anderloni, una dei cento soci dello studio dell’archi-star Norman Foster, all’arte, come Gabriele Finaldi, direttore della National Gallery, per citare il più classico museo di Londra, o Federica Beretta, 25 anni e già direttrice della Mark Ransom Gallery di Pimlico.

Tutti pensavano di poter restare a Londra per sempre, se volevano, in virtù del passaporto europeo, che li faceva sentire appunto uguali ai cittadini britannici, portatori di un passaporto identico al loro: quello della Ue. Tutti, adesso, si sentono di fronte a un dilemma: restare o partire? E se si resta, come? Fidarsi della camera dei Lord, che ieri ha approvato una risoluzione in base alla quale il governo britannico, entro tre mesi dall’invocazione dell’articolo 50, dovrebbe concedere garanzie di residenza a tempo indeterminato ai 3 milioni di europei che vivono e lavorano nel Regno Unito?

Sarebbe ingenuo o rischioso, il governo di Theresa May incita la camera dei Comuni a bocciare il provvedimento. Fidarsi della stessa May, che promette le stesse garanzie, a patto che il milione di britannici residenti negli altri paesi della Ue ricevano l’analogo diritto di restare dove sono? Anche questo appare a molti un rischio, perché il negoziato fra Londra e Bruxelles si annuncia complesso e litigiosissimo ed è possibile che il destino degli europei d’Inghilterra, italiani compresi, diventi “merce di scambio” sul tavolo della trattativa.

Per questo, senza aspettare il negoziato, molti fanno richiesta della carta di residenza permanente, primo passo per ottenere poi la cittadinanza britannica, senza attendere il negoziato sulla Brexit. Ma nuove norme (introdotte guarda caso nel 2015 dalla medesima May, quando era ministro degli Interni) rendono questa richiesta un processo burocratico da incubo: soltanto il formulario è lungo 85 pagine, bisogna fornire una miriade di documenti e una cronologia di tutti i viaggi che si sono fatti oltre la Manica.

Sarà per questo che, come riporta il Guardian, il 28 per cento delle richieste presentate nell’ultimo anno sono state respinte. Certo, poi si può presentare ricorso. Ma viene voglia, si dicono in questi giorni fra loro per strada, al telefono e sui social network molti italiani, di fare le valige, come ha fatto un francese con la moglie scozzese e il figlioletto britannico, la cui richiesta di residenza, dopo 25 anni in Gran Bretagna, è stata bocciata per un cavillo. Se non ti vogliono, o ti accettano facendo un’eccezione, e per giunta ti fanno passare per le forche caudine per rimanere, che cosa resta del fascino di Londra? La pioggia.

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