Data odierna 19-08-2017

“Mi sono trasferita in Germania prima della crisi. Volevo solo fare un tirocinio e migliorare la conoscenza del tedesco studiato all’università, ma poi… sono rimasta”. Inizia...

Messaggero S.Antonio, ha senso ‘sentirsi italiani’ all’estero?

“Mi sono trasferita in Germania prima della crisi. Volevo solo fare un tirocinio e migliorare la conoscenza del tedesco studiato all’università, ma poi… sono rimasta”. Inizia così la lettera di un’italiana in Baviera pubblicata questo mese dal “Messaggero di Sant’Antonio – edizione italiana per l’estero”, mensile diretto da padre Luciano Segafreddo.
“I tre mesi iniziali sono diventati quasi un decennio, in cui ho imparato ad apprezzare la cultura locale e gli abitanti di questo Paese, nonostante continuino a emergere diversità di abitudini. Mi sono trovata bene fin dall’inizio, e conoscendo già la lingua non ho trovato difficoltà a comunicare e ad accogliere un lavoro in seno all’università, dove ho trovato colleghi aperti e ben disposti nei miei confronti. I miei genitori, all’inizio un po’ scettici e preoccupati, hanno preso l’abitudine di venire a trovarmi più volte all’anno e si sono sempre trovati a loro agio, pur non parlando la lingua. Nel secondo dopoguerra la Germania ha attirato tanti italiani alla ricerca di nuove prospettive: oggi vivono qui anche i loro figli e nipoti. Inoltre, i tedeschi amano la lingua e la cultura italiane. Così per la strada è facile incontrare qualcuno che parli italiano, i supermercati sono pieni di prodotti italiani e a ogni angolo è possibile bere un ottimo cappuccino. Ma devo ammettere che forse tutto ciò dipende dal fatto che abito in quella che qui viene comunemente definita die nördlichste Stadt Italiens (la città più a nord dell’Italia)”.
La risposta.
La sua lettera è una testimonianza positiva, perché sottolinea come il trasferimento in Germania non sia stata una semplice fuga dall’Italia. A Monaco non solo ha potuto approfondire la conoscenza del tedesco, ma si è inserita anche professionalmente. Così, può a un tempo arricchirsi della cultura tedesca e mantenere vivo il patrimonio culturale della terra d’origine e i rapporti con i familiari rimasti oltralpe. Come lei, sono molti i giovani che oggi, dopo aver ricevuto in Italia un’istruzione di grado medio-superiore, trasferendosi all’estero sperimentano i vantaggi di inserirsi in un ambiente che li valorizza sul piano civile e professionale.
Ma ha senso per le nuove generazioni italiane all’estero mantenere un’identità legata alle loro radici? È un interrogativo e nello stesso tempo una sfida. “Sentirsi italiano” può significare mantenere rapporti e contatti con il Paese di provenienza, non accettando il rullo compressore del melting pot che cancella ogni retaggio culturale con la terra d’origine. Dalla sua e-mail colgo che vive l’italianità come un mix di valori aggiunti.
La sua storia può aiutare a capire il nuovo volto dell’”altra Italia”, quella realizzata dai giovani che hanno scelto d’essere “italiani nel mondo”, non accettando d’essere classificati come “emigranti”. A livello globale, infatti, sta prendendo corpo – come ha sottolineato Piero Bassetti (cf. Il mondo in italiano, «Limes», 4, 1998) – “una comunità virtuale, perché non modellata su criteri tradizionali di identificazione e appartenenza; in grado però di assumere progressivamente forza, nella misura in cui sa aprirsi e rendersi disponibile verso nuove e continue adesioni dall’esterno e sa collegarsi costituendo una rete di poli tra loro ben connessi, anche senza continuità territoriale”". (aise)

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