Data odierna 17-01-2018

La dignità e la memoria violate di tanti italiani e di tanti migranti che hanno pagato, con i loro sacrifici e la loro vita, la nascita e la fortuna dell’Australia. ****************************************************************** Di...

L’emigrazione in Australia alla fine del XIX secolo

La dignità e la memoria violate di tanti italiani e di tanti migranti che hanno pagato, con i loro sacrifici e la loro vita, la nascita e la fortuna dell’Australia.

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Di Alessandro Bettero per “Messaggero di sant’Antonio”

Alla fine del XIX secolo, l’emigrazione in Australia, non solo degli italiani ma anche di svizzeri del Ticino e di irlandesi, fu un trauma psicologico sfociato, spesso, in vere e proprie “malattie psichiatriche”. Lo sradicamento dal proprio territorio e dai suoi riferimenti sociali e culturali, l’illusione di una terra promessa matrigna, rivelatasi addirittura peggiore di quella lasciata per sfuggire alla miseria, provocavano un disagio mentale, sia negli uomini che nelle donne, tale da costringere le autorità australiane a rinchiudere centinaia di persone in quelli che allora erano definiti “asili dei lunatici”, formula asettica per mascherare la loro vera natura di manicomi.

In realtà”, spiega Bettero, “in questi “asili” veniva internato, spesso con l’avallo di giudici compiacenti, anche chi manifestava comportamenti sociali non propriamente in linea con i canoni vittoriani del Regno Unito (e dell’Australia) di allora. Più semplicemente, era un pretesto per sbarazzarsi di persone scomode, o per ripulire le strade da alcolizzati, vagabondi, inoccupati e prostitute.

Chi era vittima già in partenza di emarginazione o razzismo culturale, come quello patito a lungo dagli italiani, appariva ancora più vulnerabile ed era più facilmente consegnato a queste strutture di detenzione.

A nulla valevano perfino i tentativi dei parenti in Italia di far rientrare in patria i loro congiunti, anche quando le conseguenze sulla personalità e il comportamento non erano determinate tanto da “disturbi psichiatrici”, ma più frequentemente da febbri, infezioni, condizioni fisiche e psichiche minate da lavori usuranti e dalle dure condizioni ambientali, da malattie mal diagnosticate o mal curate da una medicina ancora approssimativa e arretrata.
A scoperchiare l’indecenza di quella brutta storia è stato Simone Varisco con il suo libro “La follia del partire, la follia del restare”, pubblicato da Tau Editrice per la Fondazione Migrantes (pagg. 96, euro 10).

In molti casi le strutture amministrative e sociali australiane non erano in grado di capire le sofferenze e le privazioni di chi arrivava nel Continente Nuovissimo, magari con l’intenzione di rimanervi solo temporaneamente, e che lavorava a ritmi forsennati nelle miniere, nelle ferrovie e nell’agricoltura pur di mettere insieme abbastanza denaro con cui poter rientrare in patria o saldare i debiti accumulati.

“Il distacco dal proprio universo sociale e culturale è fonte di disagio – spiega Varisco –. Ma è soprattutto il contesto di solitudine e discriminazione patito dagli emigranti, di ieri e di oggi, a porre le basi della malattia mentale sofferta da molti di essi”. Chi riusciva a tornare in patria spesso veniva considerato un estraneo, un austragliero, perché ormai non faceva più parte della comunità da cui si era staccato emigrando. D’altra parte, chi restava in Australia e si formava una famiglia non sempre era al riparo dal disagio psichico. “La famiglia gioca da sempre un ruolo fondamentale nell’esperienza migratoria – prosegue Varisco –. Protegge e causa nostalgia. Insieme al disagio mentale, tuttora presente nelle migrazioni, è un elemento che proietta il mio libro in una dimensione di attualità”.

Chi finiva negli “asili dei lunatici” – sporchi, mal aerati, in condizioni igieniche pessime – era privato di cure adeguate, di attenzioni e affetti e moriva in breve tempo d’inedia, finendo poi gettato nelle fosse comuni adiacenti a questi manicomi, senza una lapide, senza un nome, senza rispetto. Un inferno di cui è rimasta traccia nei freddi archivi di quegli “asili”, tra liste di nomi dietro ai quali si nascondono illusioni, sofferenze indicibili, famiglie devastate, genitori e figli divisi per sempre, anche da morti. Una “shoah dell’emigrazione” troppo a lungo dimenticata. E costellata di vicende che indignano, che fanno rabbrividire, che gridano vendetta per la dignità e la memoria violate di tanti italiani e di tanti migranti che hanno pagato, con i loro sacrifici e la loro vita, la nascita e la fortuna dell’Australia.

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