Data odierna 24-09-2018

Di Matteo Forciniti  per “Gente d’Italia” Ha aperto le porte al pubblico “Sudamericamente”, un’interessante mostra che ripercorre le lunghe stagioni del Teatro dell’Opera...

La storia del Teatro Italiano in Sud America

Di Matteo Forciniti  per “Gente d’Italia

Ha aperto le porte al pubblico “Sudamericamente”, un’interessante mostra che ripercorre le lunghe stagioni del Teatro dell’Opera di Roma in America Latina agli inizi del Novecento.

L’esposizione – che rientra tra le iniziative dell’Anno dell’Italia in America Latina – offre al pubblico molteplici materiali, sia fotografici che testuali, presentati in italiano e in spagnolo.
Inoltre, si possono apprezzare anche tanti altri documenti originali dell’epoca: costumi teatrali indossati dagli attori, bozzetti, locandine, programmi, articoli di giornale, caricature, partiture, testimonianze sonore e quant’altro. Tutto accuratamente selezionato dal vastissimo archivio storico del teatro romano.
Il Teatro dell’Opera è un antico teatro romano inaugurato nel 1880 e dedicato all’opera lirica e al balletto. Nel corso della sua ultracentenaria attività ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione dell’arte lirica all’estero e in modo particolare in Sud America. Infatti, nel periodo compreso tra il 1900 ed il 1928 il teatro allora chiamato Costanzi (in onore dell’architetto Domenico Costanzi) organizzò le stagioni liriche dei principali teatri della regione, tra cui: il Municipal di Santiago de Chile, il Coliseo ed il Colón di Buenos Aires, il Municipal di Rio de Janeiro e, chiaramente, anche il montevideano Solís. Le stagioni liriche vennero organizzate la società “La Tetral” (creata dall’impresario Walter Mocchi e dalla moglie Emma Carelli) ed ebbero un notevole successo portando in scena i principali successi dell’epoca tanto apprezzati in Italia così come all’estero.
Memorabili, per le popolazioni locali, furono le visite degli artisti più famosi dell’epoca come Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Tito Schipa, Emma Carelli, Gilda Dalla Razza, Claudia Muzio, Toti Dal Monte, Beneamino Gigli, Giacomo Lauri Volpi.
“In realtà molti di questi artisti crearono la loro fama proprio in America Latina dove guadagnavano tantissimo”, spiega Alessandra Malusardi, vice responsabile del progetto. “Un esempio è il caso di Enrico Caruso, poco conosciuto prima della tournée. La sua carriera cominciò e durò nell’arco di questi vent’anni di esibizioni fuori dall’Italia” racconta.
La mostra, inaugurata a Managua, resterà a Montevideo fino agli inizi di novembre e poi si sposterà a Caracas, Lima, Buenos Aires e Rio de Janeiro.
“Abbiamo cercato di ripercorrere lo stesso tragitto di questi pazzi scatenati”. Non usa mezzi termini Francesco Reggiani, responsabile dell’archivio storico del teatro. “Sì, erano proprio dei pazzi scatenati perché per quasi trent’anni si dividevano tra i due continenti. Sei mesi in Italia e sei mesi in America Latina e ogni volta facevano un viaggio in nave che durava una ventina di giorni. Si portavano dietro tutte le cose ed approfittavano del lungo viaggio per fare le prove”.
Due sono le principali caratteristiche di quell’epoca che ci racconta Reggiani: “In Sud America c’era una notevole prosperità economica e ciò consentiva di contrattare i migliori artisti italiani dell’epoca. Inoltre c’era un pubblico molto competente, colto e preparato”.
Montevideo era uno di questi, il Solís infatti era una delle principali destinazioni del circuito dei teatri. Quelle stagioni, però, dovettero interrompersi a causa della crisi economica che afflisse l’economia locale negli anni seguenti con la caduta dell’esportazione delle materie prime. Eppure il suo ricordo è indelebile come ci dimostrano le numerose testimonianze.
“La prima grande globalizzazione l’ha fatta l’opera. Se non abbiamo memoria non avremo futuro. Ecco perché è necessario ricordare questa memorabile esperienza” afferma con determinazione Reggiani che gestisce a Roma un archivio di oltre 84mila costumi e 11mila bozzetti. “L’opera lirica è nel nostro dna e l’abbiamo esportata nel mondo. Io dico sempre questo provocatoriamente: se l’Italia avesse registrato il brevetto dell’opera, adesso 60 milioni di italiani vivrebbero di rendita vista l’enorme influenza che questa ha avuto nel mondo”.

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