Data odierna 16-01-2018

Ho deciso di lasciare il gruppo del Partito Democratico. Al termine di una legislatura difficile, dopo aver portato a termine i miei compiti istituzionali e, credo, avendo mantenuto fino in fondo un rapporto...

Il Senatore Micheloni lascia il gruppo del Partito Democratico

Ho deciso di lasciare il gruppo del Partito Democratico. Al termine di una legislatura difficile, dopo aver portato a termine i miei compiti istituzionali e, credo, avendo mantenuto fino in fondo un rapporto di lealtà con il Governo, sento di dover motivare una scelta lungamente meditata e, senza eccedere nella retorica, abbastanza sofferta. Per chi, come me, viene da una storia, quella del PCI, nella quale la disciplina di partito e la responsabilità istituzionale non erano espedienti del momento ma colonne portanti di una cultura politica, si tratta infatti di una decisione difficile. Una decisione sulla quale mi sono interrogato più volte in questi ultimi anni, in ragione di una distanza che avvertivo crescere giorno dopo giorno tra la mia (e non solo mia) idea di un partito democratico saldamente ancorato al riformismo europeo e alla Costituzione repubblicana, e ciò che è diventato questo PD. Ho vissuto tutta la mia vita precedente all’esperienza parlamentare nel mondo delle imprese, eppure, o forse proprio per questo, non credo alla riduzione della politica al marketing. Il personalismo esasperato, l’ossessione della leadership non sono stati inventati da Renzi, ma è anche grazie a lui e al suo gruppo dirigente che non hanno conosciuto più argini né ostacoli. Abbiamo ascoltato ormai per diversi anni la vulgata secondo la quale la partecipazione popolare è morta, la politica è solo amministrazione e propaganda, l’estetica non può che prevalere sulla cultura, la lentezza delle istituzioni deve essere soppiantata dalla velocità della decisione e della comunicazione del leader. Possiamo, e non da oggi, valutare i risultati e le conseguenze di questa concezione della politica, se tale la si può considerare: sarebbe forse meglio parlare di potere. La crisi della democrazia, anziché essere risolta o circoscritta, si allarga; la qualità dell’azione legislativa diminuisce; il contagio del populismo si estende a nuovi strati dell’opinione pubblica. Se è vero che in tutte le democrazie mature l’antipolitica avanza, in Italia questa assume le vesti di un rifiuto che coinvolge le istituzioni, non solo i partiti. A me sembra una differenza evidente e inquietante, eppure c’è chi ancora teorizza e pratica la necessità di adeguarsi, per conquistare o difendere il consenso, invece di reagire. Dietro questa concezione, oltre al narcisismo, che è parte delle umane vicende e come tale non mi sconvolge, c’è un malcelato disprezzo nei confronti del popolo. Un popolo che si può e si deve corteggiare, illudere, distrarre; un popolo cui non si può e non si deve dire la verità. Io non la penso così. Ho sempre confidato nella saggezza democratica del popolo italiano, così come continuo a credere che la forza della democrazia consista, al contrario, in un rapporto di lealtà tra cittadini e rappresentanti, i quali hanno innanzi tutto il dovere di esprimere la propria opinione e di dire la verità, anche e soprattutto quando non è gratificante. Penso e spero che, nonostante le difficoltà, la democrazia italiana possa essere rinvigorita da nuove energie, nuove forze sociali e politiche che sappiano interpretare i valori della Costituzione con coraggio e coerenza. Questo è quanto ho cercato di fare, nei limiti delle mie possibilità, in questi anni in Senato: quando si è trattato di difendere la Costituzione da una riforma scriteriata, così come quando, poco tempo fa, una nuova legge elettorale approvata a colpi di fiducia ha calpestato il senso più autentico della rappresentanza degli italiani all’estero, con l’abrogazione dell’obbligo di residenza. È dunque per questo senso di rispetto nei confronti delle istituzioni, di lealtà nei confronti dei cittadini, che non posso più riconoscermi in questo PD.

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