Data odierna 24-04-2017

“Non contesto certamente che il Cgie sia di grande utilità per le nostre comunità nel mondo, ma mi sembra che sia ormai evidente che il Cgie non può andare avanti imperterrito con gli stessi...

“Non contesto certamente che il Cgie sia di grande utilità per le nostre comunità nel mondo, ma mi sembra che sia ormai evidente che il Cgie non può andare avanti imperterrito con gli stessi rituali e con la medesima liturgia di sempre infischiandosene dei cambiamenti attorno a sè”. Fabio Massimo Cantarelli, in un articolo pubblicato ieri, domenica 7 agosto, sul quotidiano L’Italiano di Gian Luigi Ferretti, va dritto al punto.

“Il tema del dibattito estivo” all’interno del Cgie, spiega l’articolo, che riportiamo di seguito in versione integrale, “scaturito dalla presa di posizione di ben 50 consiglieri su 94, si può sintetizzare in due slogan: “Più riunioni a Roma e meno in giri per il mondo” e “Meno proteste e più lobby”.

In questo tempo di vacche magre tutti gli organismi devono concentrarsi sull’essenza della loro funzione sfrondando tutto quello non è indispensabile. Vale per il Quirinale come per le Camere e deve valere anche per il Cgie. I fondi, tanti o pochi che siano, devono essere spesi in maniera oculata e trasparente per rendere un servizio alla collettività.

Se nei tempi delle vacche grasse il Cgie si poteva permettere il lusso di riunioni qua e la nel mondo, ora non può più.

Le Commissioni continentali erano state pensate come forma di raccordo col territorio, ma il rapporto costi-benefici si è dimostrato molto sbilanciato a sfavore dei benefici. Senza contare l’immagine – pur ingiusta – di allegra brigata in gita che ogni volta si è riversata sul Consiglio.

Dice la legge istitutiva all’art.1 che “Il Cgie è l’organismo di rappresentanza delle comunità italiane all’estero presso tutti gli organismi che pongono in essere politiche che interessano le comunità all’estero”. Questi organismi sono a Roma.

Poi dice all’art.8-ter che “Il Cgie ha sede presso il Ministero degli Affari Esteri”. Anche il Ministero degli Esteri è a Roma. E allora è a Roma che il Cgie deve riunirsi e lavorare. A Roma deve discutere, deve organizzare incontri, deve fare lobby nell’interesse degli italiani nel mondo.

I “capi tribù”, i “saggi delle comunità” (o come vogliamo chiamarli i 94 consiglieri) da ogni angolo del mondo vengano a Roma. Comitati di presidenza più frequenti, quante più possibili Assemblee plenarie.

Se ne facciano una ragione coloro che sognano tante belle manifestazioni di protesta a Dublino o a Washington, che al massimo possono essere di una qualche utilità ai candidati a candidato per le prossime elezioni all’estero.

Basta con spese inutili ed inutili distrazioni. Si concentri il Cgie sulla vera difesa degli interessi degli italiani nel mondo, che non può essere di natura para-sindacale, bensì politico-istituzionale.

Si vuole riformare l’organismo? Invece delle fantasiose e dannose proposte sul tavolo parlamentare, io mi permetto di indicare tre sole sostanziali modifiche che ritengono potrebbero riportare il Cgie al prestigio ed all’efficienza dei primi tempi:

1) elezioni a suffragio diretto dei consiglieri;

2) abolizione delle riunioni delle Commissioni continentali fuori Roma, se non in casi eccezionali;

3) abolizione dei consiglieri di nomina governativa. Finora sono stati utili ed indispensabili ma il loro ruolo di raccordo può essere sostituito dai parlamentari eletti all’estero.

Parliamone. Discutiamone”.

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