Data odierna 18-11-2017

L’Istituto Italiano di Cultura è un “ponte a due corsie” che deve essere diretto da persone che abbiano una “seria formazione culturale”, meglio se abbinata a capacità manageriali....

Formazione e spirito di iniziativa: l’IIC è un “ponte a due corsie”

L’Istituto Italiano di Cultura è un “ponte a due corsie” che deve essere diretto da persone che abbiano una “seria formazione culturale”, meglio se abbinata a capacità manageriali. Questo, in estrema sintesi, quanto emerso dall’audizione di Paolo Sabatini, Giorgio Campanaro e Francesca Valente svolta oggi di fronte alle Commissione Cultura e Affari Esteri della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla promozione della lingua e cultura italiana all’estero.

Un’audizione come al solito trafelata, scandita dai tempi dell’Aula e dall’andirivieni della presidente Aprea, che poco tempo ha concesso agli interventi.

Per Paolo Sabatini – arrivato a Praga da un mese, dopo sei anni passati alla guida dell’IIC di Shanghai – occorre “potenziare” gli IIC, pensando ad una “sostanziale rivisitazione della mission degli Istituti” che devono essere “camere di compensazione delle informazioni e delle attività culturali svolte nel Paese ospite e in Italia: dunque, punti di riferimento per l’Italia per sapere cosa succede all’estero e per il Paese estero per sapere cosa succede in Italia” ma anche per valorizzare il “legame tra cultura e impresa”.

Per farlo, gli IIC più che di personale hanno bisogno di una buona guida che sappia “indirizzare le risorse esistenti”. Il direttore deve avere una “base culturale” prima che manageriale, “che si acquisisce in anni di studio”.

Sabatini ha quindi individuato i “punti deboli” degli Istituti: “dobbiamo svecchiarci, bisogna esser giovani nelle idee e nelle modalità. Direttori di chiara fama o carriera? Non c’è una risposta valida per tutti, ma c’è sicuramente bisogno di una professionalità specifica su punti che il mondo ci impone: essere bravi a fare networking e fund raising, mettere il logo dell’IIC non serve più a niente”. Infine, il monitoraggio: Sabatini ha proposto Praga come primo “case study” per le Commissioni: “questo Istituto è sicuramente uno dei più prestigiosi del mondo, cominciate a studiare come evolve la situazione da qui a 3 anni”.

Giorgio Campanaro è stato in servizio all’estero – “nei cinque continenti”, ha precisato – per 25 anni, la sua ultima sede è stata Tokyo. Critico sulle “linee guida” del Ministro Frattini nella parte in cui si parla di “un approccio di sistema che lascia intravedere il ruolo ancillare della cultura all’economia”, Campanaro ha riconosciuto gli sforzi del Mae per evitare la frammentazione delle risorse e ridisegnare la geopolitica culturale, ma ha pure ricordato che gli “ostacoli sono ancora tutti lì”.

L’Italia, ha aggiunto, dovrebbe valorizzare e non considerare un peso burocratico la partecipazione ai cosiddetti “Gruppi di Cultura” che in diversi Paesi, Ue ed extra Ue, riuniscono gli istituti culturali stranieri presenti in città. Lui, in particolare, ha diretto quello di Vienna di cui ha riferito le positive esperienze non solo di collaborazione, con i colleghi di 11 paesi diversi, ma anche in termini di visibilità degli eventi promossi insieme. “Il Ministero deve sostenere la partecipazione a questi Comitati”. Campanaro ha quindi ricordato che “nei Paesi extra Ue più importanti dove c’è una rappresentanza dell’Unione Europea è prassi che gli addetti stampa e culturali vengano ogni mese invitati in assemblea: è una palestra importante per acquisire informazioni, tra cui quelle sui bandi di Bruxelles”.

Quanto ai corsi di lingua, sono importanti perché “possono costituire una fonte di autofinanziamento” per l’Istituto che dovrebbe “gestirli direttamente per assicurare il massimo introito e la massima trasparenza, ma anche per affermare il suo essere “luogo della cultura italiana” per eccellenza”. Se invece ci sono degli enti gestori, che siano “registrati presso l’autorità locale e soprattutto monitorati dagli IIC sulla didattica”. D’accordo sulla necessità di avere un’unica certificazione per la conoscenza dell’italiano, “segno di omogeneità importante, oltre che di immagine”, per Campanaro è parimenti importante essere “più attenti nella concessione delle borse di studio agli studenti stranieri”.

Francesca Valente è stata direttrice di Istituti in Canada e Usa: ha coordinato la partecipazione degli IIC alla Biennale di Venezia e nel passato, eletta dai colleghi, è stata coordinatrice dei 5 Istituti negli Usa e dei 3 in Canada.

Una “esperienza interessante”, ha ricordato, che “ha circuitato iniziative culturali come mostre e spettacoli, abbattendo i costi del 90%”.

Oggi, per Valente, è “fondamentale cambiare la mappa degli Istituti: averne 8 in Germania o 4 in Francia non ha più senso nel Terzo Millennio”. Ne avrebbe, al contrario, un’azione tesa a “privilegiare aree assetate di italianità, come Houston”. Da cambiare anche “il profilo degli IIC e dei direttori” ricalcandolo sulla sede di San Francisco che lei guidò dal 1980 al 1985: “piccola sede, un impiegato di concetto, un telefono e tutto l’Ovest americano da servire con 30mila dollari in dotazione dall’80 all’85. Come si fa a gestire un Istituto senza denaro e personale? Con un pizzico di immaginazione”.

Il direttore di IIC, ha proseguito, “oggi non può che essere un imprenditore culturale. Non c’è più spazio per lo studioso che si concentra solo su sua disciplina, perché si deve proporre un ventaglio di discipline che ritraggano l’Italia di oggi, di ieri e di domani”. L’Istituto “non deve essere una monade, una torre d’avorio, ma un centro di irradiazione della nostra cultura oltre che punto di incontro con la cultura del luogo. Questa – ha sottolineato – è la sinergia irrinunciabile”.

Valente ha quindi fatto sapere alle Commissioni di essere “esterrefatta dalla laurea ad honerm concessami dalla York University. Nella motivazione trovo scritto: “per avere diffuso la cultura italiana in Canada e la cultura canadese in Italia”. Questo significa che l’IIC è un ponte a due corsie, non a senso unico”.

Un ponte che, per Valente, non può costare 150mila euro d’affitto l’anno: “l’Istituto deve avere una struttura snella; dovrebbero chiudere gli istituti che costano 150mila euro l’anno di affitto, dove il direttore e il personale costano più della dotazione per le attività. Date più dignità a meno IIC, eliminando quelli ridondanti e conservando quelli che hanno una sede demaniale, che poi nella maggior parte di casi va restaurata”.

Anche per Valente il direttore “deve avere una solida preparazione culturale, la laurea triennale che ora viene richiesta non basta; serve poi una solida preparazione giuridica per capire la amministrazione dello Stato e saper gestire i contratti; da aggiungere spirito manageriale e ottime conoscenze linguistiche”. Alla formazione, però, deve tornare ad affiancarsi la verifica: “grazie ai sindacati non esiste più la valutazione del direttore, che invece andrebbe ristabilita, insieme alla figura del vice direttore”. Persone che “lavorano per una vocazione, che non hanno orari impiegatizi, che studiano come penetrare culturalmente il territorio”, cominciando dal contatto con l’autorità locale, con gli enti culturali più importanti, passando poi per la verifica di gemellaggi già in corso con città italiane e proporre infine una “programmazione a 360 gradi”.

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