Data odierna 26-04-2017

Alla vigilia dell’assemblea plenaria del Cgie, convocata a Torino dal 18 al 20 maggio prossimi, ma anche – o forse soprattutto – con la discussione della riforma di Comites e Cgie nell’Aula...

Alla vigilia dell’assemblea plenaria del Cgie, convocata a Torino dal 18 al 20 maggio prossimi, ma anche – o forse soprattutto – con la discussione della riforma di Comites e Cgie nell’Aula di Palazzo Madama ormai alle porte (17 maggio), Rino Giuliani, vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi, torna a ribadire l’importanza del ruolo delle associazioni assicurando, tra l’altro, che le stesse “hanno tutta la voce che serve per farsi sentire”.

1- L’antefatto.

Tre parlamentari, anche all’epoca, nella maggioranza di governo, Rivolta di Forza Italia, Zacchera di Alleanza Nazionale e Giorgetti per la Lega Nord, con una interpellanza parlamentare al ministro degli Esteri pro tempore D’Alema, lamentavano come inadeguata la rappresentanza del centrodestra nel CGIE a causa di regolamenti imprecisi che avrebbero favorito il centrosinistra nella composizione degli organismi elettivi interni. L’interrogazione chiudeva con la richiesta a “invitare gli attuali organi direttivi ad autosciogliersi per permettere l’elezioni di un nuovo organo correttamente rappresentativo, come d’uso in una democrazia liberale, di maggioranza e opposizione”.

Più recentemente il sen. Fantetti intervenendo sulla Bozza Tofani ha dichiarato che “non ci dovrebbe essere niente di sorprendente o scandaloso se, in futuro, la selezione delle rappresentanze istituzionali locali degli italiani all’estero avvenisse anche per il tramite della condivisione politica di programmi proposti da partiti”. Niente in contrario sulla riforma in atto, aggiungeva, ma a patto di avere la possibilità di “ascrivere al criterio della selezione democratica l’affermarsi, anche nelle future rappresentanze degli italiani all’estero, di posizioni e progetti politici propri della forza politica nella quale ci identifichiamo e nella quale, sia detto per inciso, si identifica la maggioranza relativa degli italiani”.

2- Comites: per la loro elezione anche liste dei partiti?

Gli italiani all’estero devono essere rappresentati nei Comites dai partiti una prima volta con i 18 parlamentari ed una seconda con liste di partito per l’elezione dei Comites? Si dovrebbe sostituire il libero pluralismo associativo con l’organizzazione totalizzante di sedi e comitati elettorali di partito? Stando a Fantetti quello che conterebbe sarebbe il determinarsi di due aree corrispondenti alle attuali maggioranza e minoranza parlamentari. Troppo poco, in verità, per garantire l’autonomia del sociale nei paesi d’accoglienza, per evitare il regime di fatto, la trasformazione dei Comites in improduttive minipalestre della demagogia populista e del CGIE in un inutile parlamentino in sedicesimo. Oggi i partiti politici italiani, in quanto corpi intermedi, concorrono alla composizione dei due rami del Parlamento. I rappresentanti dei partiti anche dalla circoscrizione esteri, quando eletti, concretano la loro generale rappresentanza nel Parlamento dove hanno poi il compito di legiferare, “senza vincolo di mandato”, anche nell’interesse degli italiani all’estero ma non perché in diretta rappresentanza degli italiani all’estero. Ci si domanda allora, perché inserirli in un CGIE che si dice di volere come organo di rappresentanza?

3 – Il Comites ente pubblico e organo di rappresentanza degli italiani al’estero.

Il Comites ha contribuito a tutelare nel passato recente i diritti, le esigenze e le aspettative dei cittadini italiani residenti all’estero. contribuendo a individuare le esigenze di sviluppo sociale, culturale e civile della propria comunità di riferimento ed a promuovere e realizzare opportune iniziative, nelle materie attinenti alla vita sociale e culturale della comunità italiana residente. Con la legge 23 ottobre 2003, n. 286 e con il D.P.R. attuativo del 29 dicembre 2003, n. 395 (Regolamento di attuazione) che segnala l’introduzione del voto per corrispondenza nell’elezione dei Comitati i Comites sono “organi di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari”. Il DDL Tofani, come osserva Carozza Segretario Generale del CGIE, abroga l’art. 2, comma 4, lett. g e h, mentre i problemi interpretativi si trovano principalmente al comma 1 dell’art. 2, che resta inalterato. Il DDL abroga dunque quelle che sono le uniche funzioni (ovvero, dare pareri) che i Comites sostanzialmente esercitano sicuramente ogni anno. Noi vogliamo che i Comites restino tali, espressione dell’associazionismo, in autonomia ed indipendenza, eletti con il sistema proporzionale, disciplinati dalla legge con il loro profilo pubblicistico, la natura di enti pubblici non economici, di rappresentanza della comunità e controparte delle istituzioni consolari pur in una logica di collaborazione e cooperazione, con pareri consultivi, obbligatori per il raggiungimento dei fini alla base della loro costituzione.

4 – Il CGIE nella bozza Tofani: né pienamente organo consultivo né pienamente di rappresentanza.

In tutti i siti dei nostri consolati si legge: Il Cgie svolge attività consultiva per il governo sui grandi temi di interesse per gli italiani all’estero. Esso rappresenta il primo passo nel processo di sviluppo della “partecipazione” attiva alla vita politica del paese da parte delle collettività italiane nel mondo e costituisce l’organismo essenziale per il loro collegamento permanente con l’Italia.

La presenza di parlamentari “senza diritto di voto” (art 25 del ddl) nel Cgie sarebbe una inutile forzatura e lo sarebbe anche se lo stesso evolvesse in futuro in vero e proprio organo di rappresentanza. La bozza Tofani anziché rivedere il ruolo del Cgie ha assicurato ai parlamentari eletti all’estero la loro appartenenza di diritto al Consiglio, rivedendo in definitiva la composizione senza mettere mano alle competenze ed al ruolo. Il Cgie oggi è organo consultivo del governo da un lato e di collegamento permanente delle collettività italiane con l’Italia. È inesatto definirlo “istanza di rappresentanza delle comunità italiane all’estero, strutturato in forma di organismo politico-istituzionale” come pure è scritto all’art 1 della proposta di legge, per altri versi apprezzabile, dell’on. Bucchino ed altri. A legislazione immutata più che organismo che “si affianca nella funzione di rappresentanza ai Comites, che sono il riferimento di base dei cittadini italiani residenti all’estero”, il Cgie è un organismo che può essere inteso, per il tramite degli eletti, come portavoce dei Comites verso le istituzioni italiane. In nome di quale logica, se non di quella che vorrebbe un ruolo totalizzante dei partiti nella società italiana, si dovrebbe prevedere per legge che gli stessi contemporaneamente allo svolgimento del mandato parlamentare facciano parte dell’organismo che ha il fine di dar loro pareri consultivi sulle politiche migratorie? Anche e a maggior ragione se si volesse attribuire al Cgie nel futuro, l’auspicabile profilo giuridico di organismo di rappresentanza dei diversi ed articolati interessi che vengono avanzati dai cittadini italiani all’estero ciò non potrebbe avvenire con l’approvazione della bozza Tofani atteso che la stessa prospetta un organismo impreciso quanto a finalità e contraddittorio nella composizione degli organismi e per la loro composizione.

Le associazioni, che la bozza Tofani ha inteso escludere dal Cgie, rappresentano interessi ed aspettative fino ad oggi assunti direttamente dai Comites per i loro confronti con le autorità consolari e con le istituzioni dei paesi d’accoglienza. Gli interessi rappresentati dai Comites trovano altresì il modo di partecipare all’azione rivendicativa che, nei modi possibili, il Cgie svolge verso le istituzioni nazionali. Il Cgie per poter agire come organismo di rappresentanze operante verso tutti livelli istituzionali, nelle forme e con modalità chiare deve avere garantita l’autonomia la quale a sua volta non si salvaguarda togliendo soltanto la rappresentanza esterna al ministro del MAE per attribuirla al Segretario Generale del CGIE.

5- I  partiti non hanno una politica per gli italiani all’estero

L’aver voluto seguitare a forzare, fino ad oggi, le norme istitutive di Comites e Cgie per riprodurvi, nei fatti, una dialettica politica bipolare, una sorta di alterazione della costituzione formale e  materiale e’ stato ed è quanto di più sbagliato si potesse fare. Con l’elezione dei 18 parlamentari si poteva aprire una fase di rinnovamento rispettosa di tutti ma così non è stato. La CNE nella prima legislatura incontrò i parlamentari eletti nella sede romana della Regione Friuli. In quella circostanza, prima ancora della seduta inaugurale della nuova Camera, si era preso l’impegno per lavorare insieme per “rappresentare la politica degli italiani all’estero” nei confronti dell’Italia. Mai promessa fu più disattesa di quella. Gli italiani all’estero aldilà di qualche esangue convegno non rientrano nell’agenda di governo, anzi l’azione di governo sembra orientata allo sganciamento. Le Regioni non si coordinano fra di loro, si muovono solo sul piano individuale alternando iniziative di mero collegamento con i corregionali all’estero all’annuncio della prossima loro trasformazione in ambasciatori del made in Italy, delle eccellenze produttive e artistico paesaggistiche. I partiti non hanno una politica per gli italiani all’estero. Quest’ultimi, in larga maggioranza, non si fanno molte illusioni. Si osserva in questi ultimi tempi anche la ripresa di una discussione aperta anni or sono, secondo la quale gli italiani all’estero avrebbero potuto rappresentarsi direttamente in parlamento senza la mediazione dei partiti italiani. Il che ha prodotto a suo tempo pareri fortemente avversi e consensi entusiastici. Le conseguenze pratiche in ogni caso sono interessanti e produttrici di effetti sostanziali.

6 – Associazioni di italiani all’estero che si rappresentano direttamente in Parlamento.

Con il tempo – e siamo al 2011- non sarà sfuggito ai parlamentari eletti nelle liste dei partiti politici italiani, da ultimo, la forte attività organizzativa del MAIE, un caso a sé nel panorama parlamentare con  programmi e lista promossi e nati all’estero da associazioni attive nella comunità. I due eletti, il deputato Merlo e la sen Giai, affermano una rappresentanza diretta di territorio che prescinde dai partiti politici italiani e che costituisce un precedente inedito e riproducibile. Come si vede si tratta di una rappresentanza di associazioni che divenuta lista prova a diventare un inedito partito degli italiani all’estero. Ha detto Merlo a Rosario il 6 maggio 2011: il MAIE è un “movimento indipendente, fondamentalmente ispirato all’associazionismo di volontariato”. Le associazioni italiane di mutua assistenza, con il loro ruolo ed il loro radicamento nella nostra collettività, rappresentano la nostra stessa identità. La sen Giai aggiunge che la proposta del  MAIE è un nuovo paradigma di funzionamento dell’associazionismo: “L’associazionismo italiano in Sudamerica ha una ricca storia e un presente di crisi, che significa difficoltà ma anche opportunità. Dobbiamo andare verso un nuovo modello, un nuovo paradigma di funzionamento delle associazioni che rispetti la nostra storia e i nostri valori fondanti, ma che produca le risorse necessarie per la sua sostenibilità e futura crescita. Tecnologia informatica, ricambio generazionale e sostenibilità finanziaria devono essere i principi fondamentali di questo cambiamento”. Un suggerimento, questo, di merito non privo di logica ed in controtendenza.

7- La conferenza stato, regioni e Cgie

La scelta operata fin dall’atto fondativo dell’organismo, di prevedere una assemblea generale del Cgie con la presenza diretta di sette membri proposti dai partiti politici, di dieci dai sindacati ,di sette parlamentari con il solo diritto di parola, di innumerevoli funzionari ministeriali accanto a 10 rappresentanti delle associazioni nazionali dell’emigrazione e di 65 eletti dall’estero ha favorito una trasformazione materiale. Sono diventate cosa abituale il riprodursi nel Cgie di dinamiche partitiche cui tutti i pur diversi soggetti si sono dovuti adattare, in una logica bipolare che né ha loro consentito di svolgere al meglio il ruolo consultivo né di evolvere in un’istanza di rappresentanza delle comunità italiane all’estero. Non si può sostenere che il Cgie, organismo in parte composto di soggetti eletti o designati all’estero, in parte proposti e “nominati con decreto” dal governo, in quanto tale, cumuli insieme la funzione consultiva del governo e quella di rappresentanza degli italiani all’estero. Lo si vuole chiamare “istanza strutturata in forma di organismo politico-istituzionale”. Una istanza non è un organo e “organo politico-istituzionale” è per il Cgie una definizione di mera fantasia. L’art 17 bis con la costituzione della Conferenza permanente tra lo Stato, le regioni, le province autonome e il Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE), ad oggi attivata in modo del tutto inadeguato, potrebbe essere invece la sede nella quale istanze varie non direttamente rappresentative del mondo degli italiani all’estero o oggettive controparti delle stesse (istituzioni e parlamentari), senza le commistioni di ruolo della bozza Tofani, si dovrebbero ritrovare anziché ritenere che le stesse debbano confrontarsi, approfondire, scrivere relazioni e pareri dentro un CGIE né carne e né pesce.

8- Associazioni e associazionismo.

Le associazioni presenti ed attive nelle nostre comunità per il ruolo di rappresentanza devono poter avere un Comites che veramente ne rappresenti e sostenga interessi e aspettative dei quali sono state e sono tramite. Le associazioni non sono chiuse in loro stesse ma sono aperte al presente ed al futuro, con spirito critico ed autocritico, con proposte ed azioni di rinnovamento note  cui si rinvia. Chi non vuole riconoscere tutto ciò mostra di conoscere solo superficialmente le associazioni. Anche coloro che, semplificando un fenomeno complesso, ritengono che la panacea sia la semplice sostituzione delle giovani generazioni rispetto a quelle della vecchia emigrazione, segnalano un fattore vero ma assolutamente non esaustivo, per il  rinnovamento delle associazioni

Le associazioni hanno bisogno di un Cgie messo al riparo dai limiti del presente, riformato ma non secondo la ricetta data con i 35 articoli del ddl oggi in discussione al senato. Le associazioni intendono operare in armonia e raccordo con tutti i soggetti interessati ad una riforma vera ma, al contempo, sono anche in grado di rappresentare direttamente al Governo ed alla Regioni le rivendicazioni che emergono dalle nostre comunità. Bisogna superare la frammentazione e, laddove esistenti, i localismi a favore di una maggiore unità d’azione, della definizione di comuni, condivisi strumenti organizzativi delle associazioni regionali e nazionali, dei Comites e delle consulte regionali dell’emigrazione. L’associazionismo ha tutta la voce che occorre per farsi sentire, il radicamento che serve, la forza delle idee, le argomentazioni per veder attuate le rivendicazioni intorno alle quali, come insegna la vicenda del voto all’estero, al momento opportuno ha sempre saputo fare unità al suo interno e nel mondo degli italiani all’estero”. 

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