Data odierna 12-12-2017

DI GIUSEPPE DELLA NOCE Si fa strada a fatica, tra diffidenze e perplessità, l’idea di un voto elettronico per gli italiani all’estero. Un sistema che “affascina” e che potrebbe, nell’immaginario...

DI GIUSEPPE DELLA NOCE

Si fa strada a fatica, tra diffidenze e perplessità, l’idea di un voto elettronico per gli italiani all’estero. Un sistema che “affascina” e che potrebbe, nell’immaginario popolare, contemperare le esigenze di fondo del voto degli italiani all’estero e al quale il governo, per bocca del sottosegretario agli Esteri Mantica, non si dice aprioristicamente contrario.
Il voto elettronico, in modalità che per il momento devono ancora essere individuate, potrebbe essere, si ipotizza, l’alternativa al voto in loco nei consolati, su cui pesano numerosi aspetti negativi.

Il primo di questi, le grandi distanze che tantissimi elettori sarebbero costretti a coprire per raggiungere i seggi consolari, distanze che in molti casi sono di centinaia di chilometri; il secondo, il grande dispendio di risorse umane e finanziarie per organizzare seggi nei consolati; il terzo, la prevedibile minore affluenza al voto. A favore del voto in consolato, d’altra parte, va ascritto il completo rispetto dei requisiti costituzionali del voto: personale, libero e segreto.
Ora, se un voto elettronico potrebbe certamente ovviare a questi tre aspetti negativi, ancora non è dato sapere, almeno non con precisione, in che modo potrebbe invece garantire la personalità, la libertà e la segretezza del voto.
Durante l’audizione del sottosegretario Mantica, che, ripetiamo, si è detto “non contrario” alla ricerca di un sistema elettronico di voto, sono stati in molti ad evocare questa possibilità; quello che nessuno, tuttavia, ha potuto indicare è stato il modo in cui potrebbe essere utilizzato. Esistono alcuni problemi organizzativi, che sono evidentemente di possibile risoluzione, ma sullo sfondo ce n’è uno sostanziale la cui soluzione appare problematica.
Ammesso che al cittadino italiano all’estero si consenta di votare con la posta elettronica, e quindi da una località qualsiasi se non addirittura essendo in auto, in treno, in nave e utilizzando un portatile, ammesso, quindi, che tale possibilità venga data, come si assicura che alla tastiera del computer che sta trasmettendo il voto ci sia l’elettore giusto, che il suo voto sia segreto e libero? A questi interrogativi occorre trovare una risposta, magari “telematica”, ma che soddisfi il dettato costituzionale.
Certo, si potrebbe pensare, come tappa intermedia, più che ad un “voto elettronico” ad un “seggio elettronico”, in cui l’elettore vota con un computer ma viene identificato e vota liberamente e in segretezza.
Cosa ci sarebbe di diverso dal seggio in consolato? È presto detto: un seggio elettronico potrebbe, qualora se ne creassero i presupposti giuridici, essere allestito ovunque: in una scuola, in un istituto culturale, in una associazione, perfino in un locale pubblico o in una struttura mobile; a presidiarlo basterebbero una o due persone investite, per l’occasione, della funzione di pubblico ufficiale. Inoltre, il voto, partendo da un computer, potrebbe essere fatto confluire anche direttamente a Roma e, quindi, per conteggiarlo non servirebbe un dispendioso manipolo di centinaia di scrutatori, segretari e presidenti di seggio, ma basterebbe un sistema software, gestito da pochi addetti; infine, i risultati, in questo modo, sarebbero disponibili dopo pochi minuti dalla chiusura del seggio.
Quindi niente schede (nell’ultima consultazione solo per stampa e spedizione ci son voluti circa 16 milioni di euro), nessuna possibilità di brogli, grande risparmio di danaro pubblico e pochi disagi per l’elettore: sembra poco? (giuseppe della noce)

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