Data odierna 24-09-2017

Qui di seguito la lettera che Gianni Farina, deputato eletto in Europa per il Pd, ha scritto per il periodico di politica e cultura “Realtà Nuova” edito in Svizzera, per ricordare...

Qui di seguito la lettera che Gianni Farina, deputato eletto in Europa per il Pd, ha scritto per il periodico di politica e cultura “Realtà Nuova” edito in Svizzera, per ricordare ad un mese dalla morte,  la figura di Mario Merotto, militante e dirigente della sinistra italiana e svizzera.

Carissimo Mario,

vorrei parlarti come se fossimo ancora qua, noi due, come tante volte nel passato a ricordare storie di vita intensamente vissute, a riandare a quei tempi in cui, ragazzi nel fiore degli anni, cercavamo, nei villaggi d’Europa e del mondo, il nostro riscatto.

Vorrei parlarti almeno un’ultima volta. Vorrei ridarti coraggio, invitarti a lottare come sempre tu hai fatto, per te e per gli altri: la famiglia, compagne e compagni di vita, amici, persone vicine o lontane. Vorrei parlarti del tanto di bene che mi hai dato. Vorrei parlarti, parlarti e ancora parlarti.

Perché, vi è forse un perché se scopri, un attimo dopo, che anche qualcosa di te se n’è andato? Quell’esse emme esse di Antonio, l’amico e compagno comune, che ti annuncia: è lui, non c’è più, è partito stanotte, il viaggio dell’eterno riposo.

Carissimo Mario, mio amato amico e compagno. Ti conobbi tanti anni fa, in quel 16  marzo del  millenovecentosettantotto, in cui, appena raggiunta Losanna, appresi da Roma il ferale messaggio: Aldo Moro, via Fani. Ti conobbi, e fummo subito amici.

Un’amicizia improvvisa sgorgata dal nulla, o da un minuscolo seme, vieppiù fiorito nel corso degli anni. Ti ricordo arrivare a Losanna e sempre portare un’idea, una semplice idea, in quegli incontri alla Maison du People in cui cercavamo, già allora, di accompagnare i sogni per farli divenire realtà: riscatto e diritti,le nostre bandiere.

E con te vi era lei, la Veronica, compagna tua amata dall’accento un po’ strano, e noi sapevamo il perché. E se tu, per ragioni di impresa, eri assente, Veronica informava, poneva, esprimeva idee e  concetti, per lei e per te. Un rispetto, una vita, un amore.

E ogni volta appariva anche a me, in quella dimora di Aigle, in cui, in tante occasioni venni accolto come fossi un fratello, ospitato.

Pur gravemente e da tempo, ammalato, eri sempre presente, mai domo. Presente e partecipe: nel partito, nel sindacato,nel movimento associativo di quelle libere colonie in cui hai dato il meglio di te, da tutti, presidente d’onore  acclamato. Chiedevo con discreto pudore. Ero preoccupato. Ma sempre, da te, l’accento migliore. Va bene e nient’altro. Va bene.

Chissà come hai sofferto, carissimo amico. Lo intuivo, scrutando il tuo volto, udendo il suono di un dire sempre più assente, perduto, che andava pian piano a  svanire nel nulla, lontano. E poi, improvvisa, l’assenza. La storia è finita. Lo dissi già in altre e tristi occasioni. In fondo, sei stato anche tu, come tutti noi, un fiocco di neve.

Se guardi all’insù e lo scruti, è come la vita. Si annuncia, lo segui nel suo ondeggiare, cercare uno spazio, un approdo, una sua libertà. Come l’hai cercata anche tu, carissimo amico. Cercato e trovato una tua libertà.

Carissimo Mario, vorrei portare nel Parlamento repubblicano, ove siedo grazie anche al tuo inestimabile appoggio, almeno un grammo della tua intelligente saggezza. A Veronica, a Ilario e Nadia, gli amatissimi figli, l’abbraccio mio forte e sincero. Vorrei poter dirvi che piango con voi perché è come se avessi perso un fratello.

Ero assente nell’ora fatale. Ma un giorno verrò, laggiù , al borgo natio a cui sei tornato a cercare l’eterno riposo. Verrò e sarà la lacrima mia a portarti un abbraccio e il grazie  per quello che hai dato.

Ciao Mario. (Gianni Farina)

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