Data odierna 25-09-2017

Giunto alla 45ª edizione, il Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2011 del Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici dell’Italia in una difficile congiuntura. Le Considerazioni...

Rapporto del CENSIS

Giunto alla 45ª edizione, il Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2011 del Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici dell’Italia in una difficile congiuntura.

Le Considerazioni generali introducono il Rapporto sottolineando come la società italiana si sia rivelata “fragile, isolata, eterodiretta”. Ma al di là del primato degli organismi apicali del potere finanziario, il passo lento del nostro sviluppo segue secondo il Rapporto una solida traccia: valore dell’economia reale, lunga durata, relazionalità e rappresentanza.

Nella seconda parte, “La società italiana al 2011″, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: quel che resta del modello italiano, le cause del ristagno economico, come ridare forza al potenziale di crescita.

Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.

In particolare, nel capitolo “Lavoro, professionalità, rappresentanze”, il Rapporto definisce il futuro incerto della ripresa occupazionale. “La frenata della crisi nel 2010 e i dati positivi per il 2011 – si legge nel documento – fanno sperare in una chiusura d’anno con segno positivo. Viene meno la capacità di tenuta dell’occupazione a tempo indeterminato. Dopo due anni di tendenziale stabilità, si riduce dell’1,3% nel 2010 e dello 0,1% nel primo semestre del 2011. Si segnala però una crescita significativa del lavoro a termine e del lavoro autonomo”.

La crisi “ha colpito il mercato del lavoro in modo molto differenziato: tra il 2007 e il 2010 è aumentata l’occupazione straniera, mentre quella italiana ha registrato la perdita di 928.000 posti di lavoro, di cui 335.000 nell’ultimo anno. I più colpiti sono stati i giovani. Tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità, e tra i soli italiani le perdite sono state oltre 1.160.000. Di contro, nelle generazioni più mature i livelli occupazionali non solo sono stati salvaguardati, ma sono addirittura aumentati: +7,2% l’occupazione tra i 45-54enni e +12,9% tra i 55-64enni”.

La particolarità è che “mentre il mercato è sempre più incapace di garantire sbocchi professionali, i mestieri manuali sembrano non conoscere crisi: terreno d’occupazione per 8.383.000 lavoratori, anche nel 2011 sono stati i più richiesti. A fronte di quasi 600mila assunzioni previste dalle aziende, ben 264mila hanno interessato lavori di tipo manuale”.

“Lavoratori in campo edile – prosegue il Rapporto -, addetti alle pulizie, meccanici e montatori, magazzinieri: sono queste le professioni più ricercate dalle aziende, per le quali tuttavia le imprese lamentano difficoltà di reperimento, visto che sarebbero circa 50mila le posizioni di lavoro considerate di difficile copertura. È così che negli anni è avvenuto un vero e proprio processo di sostituzione tra italiani e stranieri in molte professioni manuali. Tra il 2005 e il 2010, a fronte di un crollo dei lavoratori italiani occupati in professioni manuali, si registra un aumento praticamente identico dei lavoratori stranieri, la cui incidenza passa dal 10,2% al 19% del totale”.

I giovani sono al centro della crisi: “in Italia l’11,2% dei giovani di 15-24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato né a lavorare né a studiare, mentre la media europea è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%. Di contro, da noi risulta decisamente più bassa la percentuale di quanti lavorano: il 20,5% tra i 15-24enni (la media Ue è del 34,1%) e il 58,8% tra i 25-29enni (la media Ue è del 72,2%). A ciò si aggiunga che tra le nuove generazioni sta progressivamente perdendo appeal una delle figure centrali del nostro tessuto economico, quella dell’imprenditore”.

Quanto agli orari e al clima di lavoro in tempo di crisi, il rapporto evidenzia come “nell’ultimo triennio i tempi di lavoro si sono sempre più ridotti, passando dalle 40 ore settimanali del 2007 alle 39 del 2010. È cresciuto significativamente anche il ricorso al part-time, aumentato nello stesso arco di tempo dell’8,7%, portando l’incidenza di questa formula occupazionale dal 13,6% del 2007 al 15% del 2010. A crescere è stata soprattutto la quota di part time involontario: la maggioranza (il 49,3%) è costretta a lavorare part time perché non trova un lavoro full time, mentre solo per il 40,2% si tratta di una scelta volontaria”.

Il rapporto, a seguito della scarsa domanda occupazionale, segnala la situazione di povertà di 4 milioni di famiglie italiane. “Nel periodo 2006-2010 – si legge – si è avuto un aumento di oltre 505mila delle famiglie in condizione di deprivazione che ora sono 4 milioni; è aumentato di oltre 1 milione il numero di famiglie che hanno intaccato il patrimonio o contratto debiti. E poi le coppie con figli in povertà assoluta sono aumentate di 115.000 nuclei e sono ormai oltre 424.000; le monogenitoriali in povertà assoluta sono aumentate di 65mila nuclei e sono salite a 154.000; le famiglie numerose in povertà assoluta con 5 e più componenti sono aumentate di 43.000 unità (+41,6%) e sono ora 147.000″.

Passando al capitolo “I soggetti economici dello sviluppo”, il Rapporto Censis evidenzia un’economia in bilico tra creazione e distruzione di valore. “Le forti tensioni sul mercato del debito sovrano – si legge – pongono ormai da mesi il Paese lungo un sentiero tortuoso caratterizzato non solo dalla mancata crescita dei fondamentali, ma anche da uno scontro tra finanza ed economia reale. Le performance a sei mesi (maggio-ottobre 2011) dei titoli azionari alla Borsa di Milano indicano una perdita complessiva di valore del 24%. Eppure l’economia reale dà segnali diversi. Nel primo semestre del 2011 le esportazioni italiane sono aumentate del 16%. Il saldo con l’estero del manifatturiero è in attivo per più di 34 miliardi di euro, mostrando una discreta capacità competitiva. Sebbene la quota italiana del commercio mondiale sia scesa nell’ultimo anno dal 3% al 2,9%, nei primi due trimestri del 2011 l’indice del fatturato dell’industria è aumentato del 7% trainato soprattutto dalle vendite all’estero. E anche il risultato di gestione delle principali banche italiane è cresciuto del 6,3% su base annua e l’utile netto dell’8,5″%.

Per il centro studi Censis l’Italia ha “vissuto in questi ultimi mesi una retrocessione evidente della nostra immagine nazionale”. “Nel picco della crisi 2008-2009 – continua il Rapporto – avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una good reputation internazionale. Ma ora siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico. Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali. E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. I nostri antichi punti di forza non riescono più a funzionare”.

Per uscirne, “bisognerà tornare all’economia reale, nonostante l’attuale trionfo dell’economia finanziaria”. “Potremo superare la crisi attuale – si legge – se, accanto all’impegno di difesa dei nostri interessi internazionali, sapremo mettere in campo la nostra vitalità, rispettarne e valorizzarne le radici, capirne le ulteriori direzioni di marcia”.

Infine, uno sguardo alla stato emotivo degli italiani che in questa difficile congiuntura dichiara scarsa fiducia nelle principali istituzioni rappresentative (Governo e Parlamento). “La percezione della crisi economico-finanziaria – si legge – ha tendenzialmente eroso i livelli di consenso di cui godono le classi dirigenti continentali, ma sembrerebbe esservi una specifica accentuazione italiana della caduta di considerazione nei confronti di chi, in diversi ambiti e a diverso titolo, occupa posizioni di responsabilità o svolge ruoli di influenza”

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