Data odierna 23-10-2017

Claudio Micheloni, senatore della Repubblica italiana, eletto in Svizzera nella Circoscrizione Estero, deve aver appreso dalla sua patria d’adozione, la confederazione elvetica, appunto, la capacità...

Claudio Micheloni, senatore della Repubblica italiana, eletto in Svizzera nella Circoscrizione Estero, deve aver appreso dalla sua patria d’adozione, la confederazione elvetica, appunto, la capacità al confronto diretto, aspro, sui fatti che caratterizza la vita politica di quel Paese e certamente ha portato via dal suo Abruzzo la caparbietà virtuosa di quel popolo. Certo è che, quando il direttore dell’Aise gli pone la prima domanda di una lunga intervista, parte lancia in resta.
I temi, naturalmente, non potevano che essere il cammino parlamentare del ddl unificato per la riforma di Comites e CGIE e la mozione che chiede una moratoria del piano di ristrutturazione della rete consolare predisposto dal Mae.

D. Partiamo , Senatore, dal punto in cui si trova l’iter del ddl per la riforma di Comites e CGIE?

R. L’iter è molto semplice: è stata fatta una lettura completamente fuorviante del rinvio in commissione del testo del relatore. Noi abbiamo già concluso la discussione generale su quel testo e (il 30 marzo – ndr) dovevamo iniziare alle 16.30 il voto sugli emendamenti. Tra la fine del dibattito, più o meno a mezzogiorno, alle 16.30, il relatore ha avuto problemi con la sua maggioranza, con i parlamentari del collegio estero che hanno posto delle richieste che il relatore non ha voluto portare in Aula. Erano abbastanza “strane”, tanto da mettere il relatore in condizione di chiedere il rinvio in commissione. Questo fatto è stato letto da persone che si dicono responsabili degli italiani all’estero come una vittoria politica. “Bene il rinvio”, hanno detto, “perché la legge si deve bloccare”. Ma non è così: il rinvio è stato la conseguenza di un problema interno alla maggioranza. Noi abbiamo acconsentito al rinvio. In queste settimane il relatore ha risolto i problemi che aveva con la sua maggioranza – che magari non li conosciamo neanche tutti – ed è venuto in Commissione Esteri per dire che lui è pronto a continuare l’iter in Aula. Ha detto alla commissione che non avrebbe presentato nuovi emendamenti perché ha risolto con quelli che ci sono già e all’unanimità la Commissione ha approvato l’invio del provvedimento in Aula. In quella sede si riprenderà il lavoro che avremmo concluso il pomeriggio del 30 marzo.

D. A questo punto che succede allora?

R. Niente di particolare. Torneremo in Aula, visto che c’è l’impegno del Presidente Schifani per avere domani pomeriggio il ddl in Aula, 17 maggio. Certo, lo so da solo che si tratta della vigilia del Cgie, ma questo non è dipeso da noi. Come saprete, prima la Pasqua, poi le amministrative hanno bloccato i lavori dell’Aula. Noi, però, abbiamo insistito con il relatore Tofani e con i Gruppi per discutere il ddl prima del 18 maggio, così da portare un elemento di chiarezza proprio al Cgie. Per portare, cioè, un testo che sarà stato approvato in prima lettura. Non dimentichiamo che lo stesso andrà alla Camera, dove c’è tutto il tempo di modificarlo, attraverso l’iter normale. Sicuramente questa legge avrà tre letture, se non quattro. Questa sarà solo la prima: l’importante è uscire da una situazione di stallo, di discussioni sterili e strumentali, inutili e squalificanti per gli italiani all’estero che stanno portando avanti le organizzazioni che qui in Italia vivono alle spalle dei connazionali. Per questo abbiamo insistito e ci impegniamo a fare il massimo per votare domani sera il testo concluso.

D. E della lettera ai capigruppo firmata dai responsabili di settore dei partiti d’opposizione, allora?

R. Innanzitutto, mi fa piacere che ci siano “responsabili per gli italiani all’estero” nei partiti. Ma gli italiani all’estero sono persone responsabili e non hanno bisogno di essere controllati o guidati. La lettera ai capigruppo vuol dire non voler capire la realtà dei fatti e come stanno le cose. Abbastanza arrogante, intanto, il fatto, da parte dei firmatari, di chiedere ai capigruppo di non calendarizzare il ddl quando siamo all’inizio del voto degli emendamenti, cioè dopo che abbiamo svolto la discussione generale. Penso che questa “piccola cosa”, questo granello di sabbia nel mondo della politica italiana dimostra semplicemente la malattia della politica italiana. Nessuno fa veramente il suo lavoro e tutti vogliono fare il lavoro degli altri, senza, ovviamente, assumersene poi le responsabilità. Io, invece, su questo ddl mi assumo le mie responsabilità; sui punti controversi che conosciamo, io mi assumo la responsabilità delle mie opinioni, e poi mi presenterò di fronte ai miei elettori responsabilmente con le cose che ho fatto.

D. Ma, in sostanza, cosa le addebitano? O meglio, cosa si addebita a questo ddl?

R. Io continuo a dire, soprattutto ai signori che sparano a zero sul lavoro del Senato, che non ho sentito obiezioni concrete, vere, ma grandi dichiarazioni generiche in politichese, anche abbastanza misero. Di analisi concrete sul lavoro che si sta facendo non ne ho sentite. Le critiche principali? Azzera il mondo associativo, squalifica i Comites e dequalifica il Cgie. Recitate come preghiere buddiste, a ripetizione, senza però che vi sia nulla di attinente alla realtà..

D. E, allora, vediamole queste critiche e vediamo cosa risponde lei…

R. La prima, “azzera associazioni”, è una delle bugie principali. I Comites sono il risultato di elezione a suffragio universale di candidati che sono espressione delle associazioni e null’altro. Addirittura, questa legge, prevede delle incompatibilità che ritengo anche eccessive. E il nostro gruppo ha presentato infatti, un emendamento che tenta di ridurle, queste incompatibilità; come, ad esempio, quella che prevede che un impiegato di patronato non si possa candidare. I Comites, dicevo, sono espressione dei rappresentanti delle associazioni e saranno proprio questi Comites a formare la base del Cgie. In altre parole, in futuro per far parte del Cgie si dovrà essere prima stati eletti in un Comites. È un limite molto criticabile, certo, ma, è allo stesso tempo la garanzia che quelle persone si sono presentate di fronte ai cittadini che le hanno elette e, quindi, un’investitura ce l’hanno. Le associazioni, dunque, saranno “costrette” da questa legge a presentare le donne e gli uomini migliori nelle loro liste per i Comites. Cosa che non sempre hanno fatto. Questa legge, inoltre, valorizza le associazioni vere, quelle che esistono dove esistono gli italiani all’estero, che sono tutt’altra cosa rispetto alle sigle che qui, a Roma, continuano a dire di rappresentare il mondo dell’emigrazione.

D. Cosa risponde, invece, a chi dice che con questo ddl i Comites sono squalificati, perché non hanno peso né valore?

R. Intanto, se guardiamo la legge attuale i Comites dovrebbero fare tutto e il contrario di tutto, cioè niente. Oggi un Comites ha valenza se causalmente si trova confrontato con un Console che ne vuole tener conto, che rispetta la sua funzione. Se, invece, questo Console decide che non vuole avere niente a che fare con il Comites, questo Comites vale meno di una associazione regionale. Questa è la realtà che viviamo, oggi, ovunque. Faccio un unico esempio, che è emblematico: tutti sapete quanto pesa Stoccarda nel Cgie, e il Comites di Stoccarda per conseguenza. Oggi, in quella sede, c’è un Console che ha deciso che il Comites non conta niente; si è arrivati ad una rottura totale. Si tratta di una posizione estremamente scorretta del Console nei confronti del Comites, che ha prodotto interventi del Mae, del Ministro, del Segretario generale della Farnesina, senza contare varie interrogazioni. Non è cambiato nulla. È con questa realtà che oggi bisogna fare i conti. Il tanto criticato ddl in esame al Senato dice, intanto, che il Comites deve restare organo consultivo: chi pensa il contrario non sa di cosa parla. Parliamo così di un organo di rappresentanza verso tutte le istituzioni per quanto riguarda gli italiani all’estero: vale a dire non solo presso i Consolati, le Autorità locali, ma verso tutti i livelli dello Stato. Ai Comites, con la nuova legge, si chiederà di esprimere i bisogni della comunità che li ha eletti e poi di esprimere una valutazione su ciò che lo Stato ha fatto a fronte di tali bisogni. Queste valutazioni non saranno pezzi di carta che arriveranno in un ufficio qualsiasi del Mae, ma diventeranno la base di lavoro del Cgie e arriveranno in Parlamento, tramite il Cgie, perché sarà proprio il lavoro dei Comites che determinerà il funzionamento di Consiglio generale come “organo di raccordo”.

D. E, questo, come?

R. Perché, nel ddl, è chiaramente espresso che entro 90 giorni dai quesiti posti dai Comites, il Mae deve rispondere. Mi si dirà: e se non risponde? La legge, intanto, dice che deve farlo. Avranno ben altro effetto le interpellanze parlamentari che denunceranno una mancata risposta, il cui obbligo è sancito dalla legge. Tra l’altro, si specifica che si richiede un rapporto del funzionamento dei Consolati e dei servizi, non generico. Se questo vuol dire sminuire il peso dei Comites, allora sono io che non capisco. Devo dire, invece, che vedo in questo ddl una promozione politica vera dei Comites, indiscutibile. Ci sono anche dei correttivi tecnici, non banali, come l’obbligo di liste con il rispetto di tre categorie o come il limite a due mandati. Inoltre, questa legge alza il quorum per istituire un Comites, cosa che viene vista come tentativo di risparmiare ma non è vero. Questa legge, infatti, costa di più di quella attuale. Quella che stiamo facendo è una scelta politica: se vogliamo organismi che facciano rapporti che abbiano un peso, ci vuole un minimo di elettori. Nel fare questo abbiamo previsto che tutti i Comites esistenti oggi diventino dei collegi elettorali. Vuol dire che se il Comites non avrà più la quota necessaria (il numero minimo di cittadini italiani residenti sul territorio – ndr), eleggerà comunque nel suo territorio la quota pro rata del Comites di riferimento. Invece di eleggere 12 persone che non contano nulla, nonostante il lavoro che fanno – ed io rispetto enormemente i consiglieri dei Comites, perché per fare quello che fanno ci vuole un enorme spirito di abnegazione e un lavoro pauroso – ne eleggeranno, dicevo, 3 o 4 che avranno una funzione e un ruolo preciso. Non è vero, insomma, che si distrugge la rappresentanza.

D. Rimane il Cgie: perché secondo lei questo ddl non lo dequalifica come sostengono invece gli oppositori del provvedimento?

R. E, sì, tutto il cuore del problema sta proprio qui: nella nuova formula del Cgie. Tutti gli altri discorsi sono solo pretestuosi. Cosa prevede la nuova legge? Per essere eletto al Cgie devi essere membro di Comites. Questa è la divergenza di fondo. Oggi il Cgie è formato da oltre 60 delegati esteri eletti da assemblee per Stato formate da Comites e associazioni. Assemblee che per me non sono formate correttamente – anche se sono stato uno di quelli che ha utilizzato questo sistema, mica mi nascondo, anzi, nel mio Paese credo di aver largamente influenzato la delegazione svizzera, molto di più degli eletti, ma, ugualmente non credo che sia giusto. Noi proponiamo pertanto che sia solo l’assemblea degli eletti al Comites – che ripeto sono eletti nelle liste delle associazioni – che nominino nel loro seno i delegati al Cgie. Altra modifica, che è poi nel cuore del cuore del problema, riguarda i 29 consiglieri di nomina governativa: partiti, patronati, associazioni nazionali, che ricordo sono strutture che hanno sede a Roma, che parlano a nome delle Associazioni italiane e che, per buona parte, presso gli italiani all’estero sono degli illustri sconosciuti. C’è anche un’altra parte di queste associazioni che è una realtà viva e presente nei Paesi e che, per questo, sarà presente largamente tra i 64 eletti dai Comites. Non c’è nessun bisogno di ricoprire una rappresentanza quando essa è la stessa base elettiva dei Comites. La nostra proposta nasce dalla visione di un Cgie diverso: sostituiamo questa componente “governativa” con gli assessori regionali all’emigrazione o i presidenti di regione che ne trattengono la competenza. Trasformiamo, cioè, l’assemblea del Cgie in un tavolo istituzionale che l’emigrazione non ha mai avuto a disposizione, dove siederanno i 60 consiglieri eletti all’estero a pari dignità con i ministeri e con tutte le regioni. Ecco, io qui non so dove cercare le parole: si può definire questo salto istituzionale una svalorizzazione del cgie, ma se si fa vuol dire mentire sapendo di mentire o, magari, avere problemi di comprensione. Mi rendo conto che questo salto vuol dire che un gran numero di persone che oggi sono al Cgie non ci saranno più. Se vogliono stare dentro al Cgie, che facciano il lavoro sul territorio con gli italiani all’estero, si facciano eleggere nei Comites e potranno essere eletti nel Cgie. Il problema sta solo qui.

Vorrei aggiungere, tuttavia, che la scelta fatta in Senato, quella cioè di portare in Aula questo ddl, deriva una riflessione profonda: ciò ci permette di rispondere a proposte di legge che chiedono puramente e semplicemente l’abolizione del Cgie. Domani pomeriggio ci saranno due votazioni perché ci sono due emendamenti che chiedono l’abolizione del Cgie. Io mi auguro che il Governo mantenga la parola e dia parere contrario; il relatore, sono certo, darà parere contrario. Mi auguro che non ci siano brutte sorprese.

Noi, intanto, la nostra parte l’abbiamo fatta. Il relatore di maggioranza e il mio gruppo sono convinti che il Cgie sia di grande importanza per i parlamentari, ma deve fare un salto di qualità “istituzionale” per diventare organo di indirizzo dei 18 eletti all’estero, non di semplice raccordo con i Paesi dove vivono gli italiani all’estero. Il Cgie che prefigura la nuova legge avrà la funzione fondamentale di far arrivare, una volta l’anno, al Parlamento e al Governo l’indirizzo di politica generale espressione degli italiani all’estero. E il Parlamento una volta l’anno dovrà dibattere questo rapporto. Non è, questo, un riconoscimento istituzionale di alto livello? Sono due anni che dico queste cose, e continuano ad esserci persone che fanno un discorso non voglio nemmeno dire ideologico, perché io rispetto le ideologie. No, non ho parole.

D. Domani, martedì 17 marzo, è anche la data di svolgimento della sua mozione sulla moratoria alla ristrutturazione della rete consolare…

R. Confesso che non credo che sia mai successo che una mozione sia arrivata 4 volte in Aula! Mi sembra che il governo sia estremamente impacciato di fronte a questa mozione, da qui, forse, la ragione di tanti rinvii. Penso che anche la maggioranza abbia i suoi impacci. La questione di fondo è in questi termini: io avevo chiesto 30 mesi di moratoria; il congelamento, cioè, per due anni mezzo di tutte decisioni di chiusura o ridimensionamento dei consolati; la Lega disse in Aula che 30 mesi erano troppi, ma che 12 sembrava un periodo accettabile. Ho riformulato, così, il testo sui 12 mesi, ma il governo continua a puntare su un’altra proposta, con un odg del senatore Bettamio (Pdl), che indica sì 12 mesi ma sulle decisioni future. La divergenza, in effetti, sta qui: loro dicono sulle decisioni future, a mo’ di zuccherino – così si salverebbero Manchester e Losanna ad esempio – sperando che noi l’accettiamo. La proposta della nostra mozione invece non è pretestuosa: è in corso l’indagine conoscitiva, di cui si sottovaluta l’importanza, in quanto, a mio giudizio, porterà dei risultati importanti entro la fine dell’anno; aver approvato l’indagine all’unanimità conoscitiva significa anche aver riconosciuto che ci sono problemi con il Mae, la Camera ha fatto lo stesso e l’indagine diventa bicamerale, che non è cosa di tutti i giorni. Alla fine dell’anno noi avremo finito il lavoro: a quel punto presenteremo le nostre proposte e il Governo si assumerà le sue responsabilità e potrà ripartire con una ristrutturazione. La moratoria deve essere sul congelamento dello stato attuale e aspettare la fine di questo lavoro. Il Mae sta premendo sul Governo, sollecitandolo ad andare avanti. È possibile che il Governo non abbia la forza di dire al Mae aspettiamo che finisca questo lavoro?

D. Secondo lei che succederà?

R. Per quanto ci riguarda, noi votiamo la nostra mozione perché non vogliamo gli “zuccherini”; la maggioranza voterà la sua e poi ci conteremo, perché non sono certo dell’esito del voto. Ciò che è importante, in ogni caso, è accelerare sull’indagine per poter strutturare una proposta organica di riforma. La riforma della rete consolare è necessaria e noi non stiamo facendo un’opposizione strumentale. La nostra opposizione nasce dal fatto che riteniamo non accettabile la strada che hanno intrapreso per realizzarla. Io non difendo nessun console, per carità, né consolati. Anzi, potremmo proporre la chiusura di più consolati di quelli che propone il governo oggi, purché alla nostra prima generazione si garantiscano i servizi sul territorio. Nessuno nega che l’Italia abbia bisogno di un Ministero degli Esteri capace di “vendere” il Paese nel mondo, attraverso l’economia, la diplomazia e competenze nuove, con un nuovo personale da mettere nei Paesi dove noi dobbiamo sviluppare la nostra economia. Ma non ci possiamo dimenticare che ci sono anche le comunità all’estero che hanno ancora bisogno di servizi, almeno per qualche decennio. A queste persone si possono dare servizi anche senza bisogno di diplomazia o consoli, ma puntando su piccoli uffici, che messi in rete sul territorio costano meno e rispondono alle esigenze della gente. Discorso di buon senso che cozza, purtroppo, contro i privilegi riconosciuti alla diplomazia e contro l’interesse delle strutture tradizionali del Mae, che hanno sempre vissuto le missioni all’estero con l’obiettivo primario dello status prima che dell’interesse dello stato. Anche in questo caso, il cuore del problema sta tutto qui”.

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