Data odierna 24-09-2017

Il ruolo e l’insegnamento dell’italiano come strumento di integrazione per gli immigrati in Italia e di mantenimento del legame con le proprie origini, dunque con la propria identità, per i connazionali...

Strumento di integrazione e di legame con le origini: L’italiano tra emigrazione e immigrazione / Bucchino: Puntare sui giovani

Il ruolo e l’insegnamento dell’italiano come strumento di integrazione per gli immigrati in Italia e di mantenimento del legame con le proprie origini, dunque con la propria identità, per i connazionali che lasciano il nostro Paese.

Due facce della stessa medaglia evidenziate questo pomeriggio a Palazzo Marini nell’incontro promosso dal “Gruppo di riflessione immigrazione emigrazione ed asilo” cui hanno partecipato Gino Bucchino (Pd), Ugo Melchionda (Oim), Massimo Vedovelli (Università per Stranieri Siena), Rodolfo Ricci (Fiei), Andrea Stuppini (Gruppo tecnico nazionale immigrazione), Massimo Arcangeli (Dante Alighieri) e Franco Pittau (Caritas Migrantes). Ha portato la sua testimonianza anche Alicia Lopes Araujo, capoverdiana di seconda generazione, in Italia da quando aveva otto anni. A coordinare i lavori Daniela Carlà, dirigente del Ministero del Lavoro.

Nel suo intervento introduttivo, Melchionda ha ricordato che l’accordo di integrazione parla specificamente e presuppone – per la prima volta nella storia della nostra politica di immigrazione – la conoscenza, seppur minima, dell’italiano per gli immigrati che entrano nel nostro Paese. Una disposizione che prevede una certa diffusione di enti che insegnino e certifichino l’apprendimento dell’italiano. Quindi, si è chiesto, “siamo pronti a questa valorizzazione della nostra lingua come strumento di integrazione e di ingresso?”.

Dagli interventi che sono seguiti – che hanno preso a modello altre esperienze come il Canada per l’onorevole Bucchino, o la Svizzera e la Germania per Ricci – è emerso, in sintesi, che non solo gli strumenti messi a punto dall’Italia non sono adeguati, ma che c’è un orizzonte, un piano di azione tanto più ampio di quello di casa nostra a cui dovremmo guardare.

Se è vero che “senza una cultura e senza una lingua un popolo non esiste” per Bucchino “è ancora un mistero come l’Italia non riesca a fare sistema per diffondere l’italiano”. Richiamato l’importanza del voto all’estero e la presenza degli eletti all’estero nel Parlamento, oltre che i loro tentativi di “far emergere il mondo dell’emigrazione”, Bucchino ha ammesso che “né la dirigenza né l’opinione pubblica ha metabolizzato la nostra realtà”. Anzi: “da anni c’è un processo di regressione non solo sul fronte risorse, – briciole in confronto alla spesa globale – ma anche sul piano del confronto”. Lo dimostrerebbero “le riforme costituzionali o la nuova legge elettorale: il capro espiatorio rischia di essere proprio la circoscrizione estero, dopo che per tutta questa Legislatura si è cercato di ridimensionare la rappresentanza di base, con la riforma di Comites e Cgie”. Insomma “il clima generale non è positivo e anche la diffusione della nostra lingua ne fa le spese”.

Ricordato che “emigrazione e immigrazione sono dimensioni che non si possono separare” e che “l’accoglienza è una prova di democrazia”, Bucchino ha richiamato la sua esperienza di emigrato a Toronto, nel Canada multiculturale.

“Nel dopoguerra, – ha annotato – la stragrande maggioranza degli italiani sapeva solo il dialetto, non l’italiano. Avevano poca formazione culturale, scolastica diciamo, ma, di contro, avevano una cultura materiale e tanta esperienza. Il passaggio ad una cultura “urbana” è stato dunque drastico e doloroso”, non solo nel confronto con la società d’accoglienza ma “anche dentro alla stessa famiglia, tra generazioni”. In questo cammino verso l’integrazione degli adulti emigrati, un ruolo importante lo hanno avuto i giovani “scolarizzati in Italia e inseriti nelle scuole locali, estere. Non senza disagi, certo. Ecco perché il Canada affiancava loro un insegnante di supporto che in tre mesi li metteva al pari degli altri. So di simili esperienze anche in Australia”.

In questo contesto, ha ricordato il deputato, “i primi corsi di italiano sono stati organizzati dalle associazioni”. “Molto importante”, ha aggiunto, anche “il ruolo dei giornali, le radio e la tv in italiano che hanno contribuito a superare lo zoccolo dialettale, così come accaduto in Italia con l’avvento della tv”. Il tutto “nel quadro del multiculturalismo adottato dal Governo canadese che ne ha fatto il proprio fiore all’occhiello”.

Un modello, questo, che insegna come “una politica aperta all’accoglienza e all’interculturalità consenta un’integrazione più veloce e favorisca al tempo stesso la conservazione dell’identità di partenza”. In ogni caso, per Bucchino, “l’elemento dinamico” è costituito dai giovani che “hanno contribuito all’inserimento delle famiglie nella nuova società: hanno portato la nuova lingua e fatto regredire il dialetto fatto guadagnare spazio alla cultura “urbana”. E questo vale anche in Italia, dove non si riesce ancora a superare il guado tra Paese di emigrazione a paese anche di arrivo”. Sono i giovani, ha ribadito, che “possono diventare gli attori privilegiati di un rinnovato sistema di relazioni con i luoghi di origine”. Ma l’Italia è ancora lontana dal capirlo: “invece di “usarli”, gli ultimi governi hanno fatto il contrario, dando meno risorse – circa il 70% in meno rispetto al 2008 – per la diffusione dell’italiano all’estero: erano 34 milioni nel 2008, sono 6,5 oggi. Briciole che sono segno di idiozia. Non c’è una doppia verità per figli e nipoti degli emigrati e per quelli degli stranieri oggi in Italia. Se per italiani imparare la lingua locale è stato uno strumento integrazione – si è chiesto concludendo – perché non dovrebbe essere lo stesso per gli stranieri in Italia?”.

Per insegnare l’italiano agli immigrati, il nostro paese ha un sistema che non è per niente “a sistema”. Lo ha confermato Stuppini che ha elencato i corsi disponibili tra quelli – 838 – censiti dal Viminale, quelli forniti dai Cpt cui si aggiungono i tantissimi delle associazioni no profit e terzo settore. Anche qui, la nota dolente è data dai soldi. Sempre meno quelli stanziati dall’Italia, stabili, invece, quelli del Fondo Europeo per l’Integrazione (12 milioni di euro per quest’anno) che il Viminale distribuisce attraverso dei bandi. In ogni caso, è importante “superare gli interventi spot e arrivare ad un’offerta formativa coordinata in tutti i “distretti” d’Italia”, ha concluso Stuppini che ieri ha partecipato al lancio del programma del Governo del Marocco per insegnare l’arabo maghrebino ai marocchini residenti in Italia.

Segretario generale della Fiei, Rodolfo Ricci ha riferito della sua esperienza di emigrato – per 15 anni – in Germania ma anche dell’incontro promosso dall’Ecap nei giorni scorsi a Zurigo. Ecap, ha ricordato Ricci, “che, nata 40 anni fa, fa formazione linguistica. Nata all’interno della comunità emigrata, oggi gestisce tra l’altro o forse soprattutto corsi di tedesco o di francese per immigrati in Svizzera che, oltre al test iniziale, sono chiamati anche a verifiche periodiche. L’anno scorso l’Ecap ha gestito corsi per 39 mila persone: per questo gli vengono assegnati 20 milioni di franchi ed è il secondo ente in Svizzera. Poi ci sono gli enti più piccoli e poi ci sono le scuole. E noi parliamo di 12 milioni in totale per tutti i corsi in Italia?”.

Quanto alla Germania, Ricci ha citato i passati interventi del Ministero degli Esteri che “per insegnare l’italiano ai figli dei connazionali emigrati in Germania dieci anni fa stanziava fondi per un valore pari a 5 milioni di oggi, quando ora il Mae ne stanzia 6 per tutto il mondo”. All’epoca residente in Assia, “uno dei Land più avanzati in politica culturale e di integrazione”, Ricci ha ricordato anche “il finanziamento per l’insegnamento della lingua madre degli immigrati da parte del Land, perché la loro integrazione – come poi dimostrato empiricamente – era migliore se conoscevano la loro lingua di origine che era parte della loro identità personale”.

“Se miriamo quindi all’integrazione in toto, non solo perché burocrazia lo impone con l’accordo di integrazione, capiamo che la discussione è molto più ampia e che – ha concluso – dobbiamo superare i paletti in cui ci muoviamo oggi”.

Del suo passato a contatto con l’emigrazione ha parlato anche il rettore Vedovelli che ha messo in guardia dal parlare di immigrazione in Italia come “nuovo fenomeno”. “Ho scritto nel 1981 il primo articolo sugli immigrati in Italia. Ferrarotti scrisse il primo saggio in materia nel ‘79. Scriveva di 700mila immigrati nel nostro Paese: erano tantissimi! Com’è che non ce ne siamo accorti?”, si è chiesto il docente, che ha subito rilanciato: “e com’è che non siamo capaci di capire che quello nelle lingue è un investimento?”.

In Italia, ha aggiunto, “non c’è mai stata una politica linguistica” che, come fatto dall’Ecap a Zurigo, tra l’altro “colleghi la formazione linguistica alle reali motivazioni di un migrante che viene qui: cioè il lavoro. Se non mettiamo a regime la formazione linguistica e il lavoro non avremo nulla di buono. E non solo per gli immigrati. Il destino linguistico di un Paese si gioca ancora tra due poli: quello di Babele, dove il multilinguismo è una condanna, e quello della Pentecoste, dove il plurilinguismo è un valore. Ora siamo ancora verso Babele: abbiamo paura delle lingue degli altri e non gestiamo bene il nostro spazio linguistico”.

Lo ha detto con altre parole anche il Presidente Napolitano nel recente messaggio al Cgie, richiamato da Arcangeli che ha voluto ricordare sia la missione della Dante Alighieri sia l’importanza di distinguere tra plurilinguismo e multilinguismo, con un accenno alle diverse cittadinanze europee tra cui quella culturale. In ogni caso “servono progetti di ampio respiro che rendano meno traumatico l’arrivo dei migranti nel Paese di accoglienza, che facciano sistema e facciano interagire tutti gli attori in campo perché l’integrazione è una strada a doppio senso”.

Un “invito alla concretezza”, come detto da Carlà, è giunto da Franco Pittau. “A Roma i potenziali fruitori dei corsi di italiano per immigrati sono 30mila. L’anno scorso li hanno frequentati in 15mila: 7000 nei Cpt, 8000 negli enti del terzo settore, che però non possono accedere ai finanziamenti pubblici”. E ancora: “inserire a scuola un ragazzo straniero ad anno iniziato è un disastro. Non si potrebbe pensare ad una “corsia preferenziale” per le pratiche di ricongiungimento familiare?”. Dal IV rapporto Emn “canali migratori, Visti e flussi irregolari”, Pittau ha infine citato numeri impressionanti: “nel 2010 l’Italia ha rilasciato un milione e mezzo di visti. Nel 2011 sono saliti a 1milione e 700mila. In Italia entrano ogni anno 72-73 milioni di persone, circa 200mila al giorno”. Certo non tutti vengono per restare, ma è ora che il Paese pensi seriamente a come accoglierli.

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