Data odierna 23-10-2017

La politica estera di un Paese, intesa come quell’insieme di azioni messe in atto a tutela dell’interesse nazionale, dipende da una serie di fattori che mutano con il passare del tempo...

La politica estera di un Paese, intesa come quell’insieme di azioni messe in atto a tutela dell’interesse nazionale, dipende da una serie di fattori che mutano con il passare del tempo e del quadro internazionale.

In Italia – ma più in generale in Europa – l’esperienza distruttiva di due guerre mondiali ha indubbiamente prodotto un mutamento profondo che si può indicare nei suoi elementi essenziali: il rigetto dell’uso della forza come strumento di politica estera, la cessione di sovranità nazionale a favore di istituzioni sovranazionali, l’assunzione di valori come la pace, i diritti umani e la democrazia a criteri di riferimento per la nostra azione esterna.

Il rifiuto dell’uso della forza come strumento di offesa, assurto a principio costituzionale (art. 11), discende dalla distinzione tra interesse nazionale e nazionalismo m senso stretto e non comporta quindi il rifiuto dell’utilizzo delle Forze Armate quando questo sia necessario a garantire la sicurezza del Paese o a realizzare quei valori e principi fondamentali cui la nostra politica estera deve ispirarsi. Al contrario, l’Italia si è mostrata più che disponibile a mettere i suoi militari al servizio della comunità internazionale, pagando purtroppo un pesante tributo di sangue da ultimo con la morte dei nostri quattro alpini in Afghanistan.

La cessione di sovranità nazionale ha implicazioni profonde per la politica estera italiana. Sin dal dopoguerra i governi italiani che si sono susseguiti hanno considerato vantaggioso assegnare alle istituzioni europee poteri sempre maggiori, inizialmente nel solo campo dell’economia e poi in misura crescente anche nel settore della politica. Le critiche spesso rivolte alla complicata costruzione europea tendono, nella grande maggioranza dei casi, a dimenticare lo straordinario successo di questo processo, che ha prodotto un’area di prosperità e pace nel continente europeo, mettendo fine una volta per tutte a secoli di conflitti. Fra l’altro, tutti i Paesi dell’Unione Europea condividono valori quali il rispetto dei diritti umani, la pace e la democrazia, di cui l’Italia si fa promotore a livello internazionale. A questi valori si rifanno la campagna portata avanti da anni dal nostro Paese per l’abolizione della pena di morte ed anche le più recenti iniziative in ambito Nazioni Unite per dare un più robusto profilo politico ai diritti inviolabili dell’individuo, come la campagna contro le mutilazioni genitali femminili o la tutela dei diritti religiosi.

A questi stessi valori si ricollega anche il contributo italiano agli sforzi di stabilizzazione delle aree di crisi, dall’Afghanistan al Libano, dai Balcani alla Somalia. Con oltre 8.000 uomini schierati su vari scenari, siamo il primo Paese occidentale per contributi di caschi blu all’Onu. Nella stessa direzione va infine la nostra attività di cooperazione allo sviluppo, che resta, malgrado le note difficoltà di bilancio, un importante strumento di politica estera.

Pur conservando questi elementi di continuità, la nostra proiezione esterna non può tuttavia prescindere dai mutamenti del quadro internazionale.

Negli ultimi due decenni molte cose sono cambiate: l’Europa sta cercando di darsi una propria politica estera; il legame tra America ed Europa resta fondamentale, ma è in fase di evoluzione alla luce delle ambizioni globali espresse dall’Unione Europea e delle mutate priorità degli Stati Uniti, che guardano con crescente interesse al Pacifico, più che all’Atlantico; la Nato sta modificando il suo concetto strategico e le sue truppe non fronteggiano l’Urss, ma i Talebani sulle montagne dell’Afghanistan; guerre fratricide hanno scosso i Balcani, con la nascita di nuovi Stati costruiti su basi etniche; in Medio Oriente e in Nord Africa il tradizionale nazionalismo arabo deve fare sempre più i conti con una nuova forma di Islam politico militante, mentre la crisi palestinese continua a monopolizzare l’attenzione delle Cancellerie.

Di tutto questo non si può non tenere conto. Di fronte a questa evoluzione, l’Italia ha provveduto a consolidare i suoi rapporti con i suoi tradizionali interlocutori, e al tempo stesso si è sforzata di diversificare la sua azione tenendo in considerazione i nuovi attori e le nuove realtà internazionali, accompagnando il tutto con una riorganizzazione della struttura della Farnesina, che è chiamata in prima persona a gestire la politica estera del Paese. (Stefania Craxi*-Il Messaggero del 18 ottobre 2010)

* Sottosegretario agli Affari Esteri

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